Walter Veltroni: io e l’altro

Il concerto ritrovato

Il palco pronto, la chitarra, lì in mezzo, in attesa del check sound. L’ultima sigaretta. Il pubblico già infiammato. Padiglione C della Fiera di Genova. 3 gennaio 1979, era un mercoledì, non come tutti gli altri. Sa di musica e di quel concerto ritrovato l’ultima avventura cinematografica di Walter Veltroni che, nella sua veste di regista, ha firmato un’opera di memoria e note: quelle dello storico concerto di Fabrizio De André con la PFM.

Il film “Il concerto ritrovato” è nato dalle immagini inedite di quella serata, custodite nel cassetto da Piero Frattari, curatore delle riprese dell’evento, e restaurate oggi in 5.1. C’è questo e molto più, quando si parla di Walter Veltroni. C’è il suo primo giallo, uscito in libreria da poco (“Assassinio a Villa Borghese”), e quello subito prima, con il suo bilancio di amministratore della Capitale (“Roma. Storie per ritrovare la mia città”). C’è un altro film, un “road-movie” in sala qualche mese fa, con un titolo che sa di speranza (“C’è tempo”), per i giovani, i vecchi e l’Italia tutta. C’è una prossima novità, che uscirà in libreria a marzo. C’è un cantiere, di idee e parole, che il tempo non cancella, mai. Un po’ come la musica e la poesia di Faber, immortale di bellezza e di valore.

Fabrizio De' Andrè
Fabrizio De André. Da https://it.wikipedia.org

De André sul grande schermo. Perché questo film? E quante emozioni?

«Quando ho saputo del filmato, mi sono emozionato, certo, e ho accettato subito l’invito alla regia. È un documento inedito di grande valore musicale e culturale, sottratto alla distruzione: una testimonianza di uno dei tour più importanti della storia della canzone italiana. Attraverso le immagini rigenerate e le interviste ai protagonisti, gli spettatori viaggiano fra musica e parole, fino alle porte del padiglione C della Fiera di Genova, quel 3 gennaio del 1979».

Di quella parole, quali le più importanti da ritrovare oggi?

«Mi viene in mente Don Milani e il suo “I care”: ho a cuore, mi importa dell’altro. Con queste parole ho aperto un congresso. Queste parole mi porto dietro, sempre. “I care” è il contrario di “Me ne frego”: e io sto con “I care”. Dentro questa espressione c’è la più alta forma di rispetto. Insieme a queste, occorre ritrovare parole come dubbio, democrazia, memoria, diversità e alcune espressioni che non circolano più. Ai tempi, diventò famosa la mia espressione “Ma anche”. E oggi la ribadisco, insieme a un’altra che non sento più: “Anche questo è vero”. Qui dentro c’è l’accoglienza di una posizione diversa dalla propria. È prendere atto di un’altra prospettiva mai considerata prima. È un’espressione di apertura, opposta al “no, senza se e senza ma”: riservo un no secco solo al rifiuto della violenza e alla difesa della legalità. Per il resto, la vita è fatta di “se” e di “ma”. Di dubbio, che è il principale strumento attraverso cui si esercita la libertà. Spero che queste parole facciano concorrenza a quelle di odio e rancore che circolano oggi con troppa leggerezza».

Come insegnarle ai più giovani?

«Nei tre cicli scolastici studiamo gli etruschi tre volte e non arriviamo mai a studiare la storia contemporanea. Quindi, intanto, studiando la storia più vicina a noi, da cui discendiamo direttamente e che ci aiuta a spiegare anche il nostro presente. Ci spiega, ad esempio, chi è Liliana Segre, costretta oggi, nel nostro civilissimo Paese, a muoversi con una scorta quando ieri era perseguitata e ha già rischiato la vita una volta per un odio ingiustificabile. L’odio è sempre esistito: ho vissuto in una stagione in cui si respirava nell’aria. È un male ontologico, ma oggi nessuno lo condanna. Sembra quasi legittimo, in una società dove tutto è deciso da un pollice su o giù, un like, come al tempo degli imperatori romani. Ecco: la storia, la memoria, l’educazione al dubbio e alla critica degli errori, anche storici, sono la miglior cura contro la propaganda e le false verità che questa costruisce».

La storia come manuale di rispetto?

«Parlare di rispetto oggi sembra quasi una bestemmia…ma l’etimologia della parola stessa contiene la risposta: la radice latina è “guardare indietro” ma in una seconda accezione, rimanda proprio al prendersi cura. Chi non ha rispetto vive male e fa vivere male gli altri. È una parola importante da praticare quotidianamente, perché in mezzo, tra l’assenza di rispetto e l’odio, c’è il sentimento della paura. Quella che permea la nostra vita: gli altri sono una minaccia, un pericolo; sono portatori di rischi, da combattere e odiare. Ed è così, che nella storia più recente, sono cominciati anche la persecuzione razziale, la deportazione, l’Olocausto. Il rispetto svela che l’altro da sé è la meraviglia della vita. Tutti noi siamo ciò che siamo per l’incontro con l’altro, con le persone che abbiamo conosciuto, amato, con cui condividiamo il viaggio della vita. Noi siamo il prodotto dell’altro e, senza l’altro, la nostra vita è un deserto invivibile».

Quale l’effetto del web e dei social su questo “rancore di massa” sfogato in rete?

«Beh, intanto io mi arrabbio con il mio T9 quando scrivo “sa” e lui corregge in “sto arrivando!”: io voglio scrivere qualcosa che ha che fare il con “sapere” e lui mi costringe a andare, fare, muovermi e pure di corsa, con tanto di punto esclamativo. È un esempio per dire che il mondo social sposta l’attenzione e l’azione, fa perdere di vista le cose importanti, distrae da se stessi e da una riflessione profonda sulle cose. Tanto che ci troviamo a vivere in un tempo che definisco dello “strano ma vero”, come quella vecchia rubrica della Settimana enigmistica. Passiamo il tempo a parlare di gatti, di cose piccole che diventano grandi per “viralità”, un termine che purtroppo oggi è attuale anche per virus ben più pericolosi».

Come usare al meglio il web e le possibilità che apre?

«Penso a Gianni Rodari e alle sue filastrocche per imparare la grammatica: l’antidoto potrebbe essere lo studio della “grammatica dei nuovi media”, per capire come funzionano e come non farsi ingoiare dalla foga opinionista di una supposta maggioranza digitale. Vale per tutto, per i social, per l’uso della rete e per le chat, anche quelle terribili, le peggiori, dei genitori degli studenti… luoghi e conversazioni micidiali… Un tempo ci insegnavano a usare la balza con le applicazioni tecniche. Le moderne applicazioni tecniche devono insegnare come usare questi mezzi che rappresentano una grande rivoluzione democratica e ci mettono a disposizione un sapere potenzialmente infinito. Usarli meglio e in modo più corretto: questa sì, sarebbe la rivoluzione nella rivoluzione».

C’è qualcosa, nel presente, di cui avere paura?

«L’unica minaccia che non ci fa paura ma è la più seria, è quella ambientale: in Antartide, dove c’è una temperatura da Rimini in estate, si è sciolto un ghiacciaio di dimensioni pari a Malta. Le api sono impazzite, gli orsi escono dal letargo in anticipo. La natura, saccheggiata allo stremo, sta perdendo il suo equilibrio. Parliamo a sproposito di invasione di stranieri senza preoccuparci di quanti milioni di migranti ambientali devono lasciare la loro terra perché non è più ospitale. In questo caso, rispettare la natura, cambiare stile, serve a garantire ai nostri nipoti una terra vivibile. In questo caso, chi ignora con egoismo la questione ambientale e delega agli altri, danneggia anche se stesso e il futuro dei propri figli».

Salvare l’ambiente, come? La strada è la decrescita?

«L’alternativa non è fra crescita oppure decrescita, fra PIL oppure benessere. Il problema è come cresce il PIL. L’alternativa è se questo cresce saccheggiando, sfruttando, aumentando le disuguaglianze o, se per esempio, può crescere attraverso la scelta della rivoluzione ambientale. Se oggi mi chiedessero qual è la principale possibilità di crescita del PIL in occidente, direi la riconversione dell’economia secondo il principio di compatibilità. Allora, ci sarebbe una crescita virtuosa del prodotto interno di cui il reddito delle famiglie, soprattutto delle più deboli, ha bisogno. Decrescita senza visione non significa automaticamente attenzione ambientale. E, quanto alla povertà, senza la crescita, gli ultimi sarebbero ancora più ultimi».

Trailer del film

Al cinema – solo 17, 18 e 19 febbraio – “Il concerto ritrovato”, regia di Walter Veltroni. Lo storico filmato del concerto di Fabrizio De André con la PFM, ritrovato dopo essere stato custodito per oltre 40 anni dal regista Piero Frattari. A Firenze, al cinema Odeon, all’UCI Firenze in via del Cavallaccio.

Guarda il trailer

Il libro in uscita

In libreria, il prossimo 17 marzo, il nuovo libro di Walter Veltroni “Odiate l’odio” (Ed.Rizzoli): Un antidoto e una cura per non praticare l’odio.

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