Un giorno in corsia al tempo del Coronavirus

Il lato umano della sanità. Il racconto di chi lavora ogni giorno in prima linea negli ospedali, per fermare la pandemia

Quando, dopo una giornata passata a tentare di salvare i pazienti Covid, c’è ancora la forza di telefonare ai parenti per informarli sullo stato di salute dei loro cari, e questo momento viene vissuto non con fatica ma con estrema partecipazione, allora il professionista diventa quasi un supereroe.

«Quante volte abbiamo portato conforto a chi era in attesa di avere qualche notizia dei familiari malati, semplicemente raccontando che stavano bene» racconta Gianfranco Giannasi, direttore della medicina d’urgenza dell’Ospedale Nuovo San Giovanni di Dio di Firenze. Ma è capitato anche di dover dire che qualcuno non ce l’aveva fatta. «Tutti però ci hanno sempre ringraziato. Perché questa è anche una malattia della solitudine, le persone positive ricoverate lasciano la loro casa e alcuni senza farvi più ritorno, morendo senza il conforto dei propri cari. Per questo abbiamo allestito un servizio telefonico, con cui tutti i giorni informiamo i familiari a casa: quando ci sono belle notizie da riferire, la soddisfazione è enorme».

C’è poi l’assistenza psicologica ai pazienti ricoverati e gli sforzi per non farli sentire soli. «Un signore di 82 anni che ci parlava sempre della moglie, dei figli e dei nipotini, lo abbiamo aiutato a salutarli in video con il telefono. Le infermiere si prestano tantissimo con tutti. I pazienti ci guardano con le lacrime agli occhi, vorrebbero ringraziarci con un abbraccio. Ecco, l’abbraccio manca a tutti e per un po’ di tempo dovremo farne a meno».

Per il personale sanitario c’è solo riconoscenza. Anche perché tutti sappiamo che medici, infermieri e operatori sono i primi a rischiare. «Per la prima volta ci siamo trovati di fronte a una pandemia con un grado di contagiosità così elevato che noi, che cerchiamo di curare la malattia, siamo i primi a essere stati contagiati. Abbiamo imparato a lavorare con dei presidi a cui non eravamo abituati: le mascherine, i guanti, i camici impermeabili sono molto scomodi da indossare per tutto un turno di lavoro e per questo abbiamo cercato di organizzarci in modo che ciascuno lavori al massimo per sei ore continuative» spiega Giannasi.

Per chi opera nei reparti Covid, non c’è solo la preoccupazione di evitare di ammalarsi, ma anche quella di contagiare i familiari. Per questo alcuni sono andati a vivere da soli, in una sorta di autoisolamento, per potersi dedicare esclusivamente al lavoro. I giovani infermieri e medici assunti dalla Regione Toscana in seguito all’emergenza si sono scontrati subito con le grandi insidie di questo Coronavirus: «Una situazione surreale, sembra di essere in un film dove tutti indossano bianche tute di protezione. Abbiamo fatto un corso per insegnare a vestirsi e soprattutto a svestirsi nella maniera corretta. Lasciare una mascherina o i guanti nel posto sbagliato, o ancora un sovrascarpe messo male, può compromettere tutto il lavoro svolto e favorire il contagio».

Chi lavora al pronto soccorso è sempre in trincea, ma questa malattia comporta nuove criticità: «Stiamo sperimentando diversi farmaci, ma il fatto di non averne di dedicati crea preoccupazione e ansia. Stiamo vedendo, però, che gli anticorpi monoclonali somministrati nella fase iniziale della malattia stanno dando buoni risultati».

Quando finirà l’emergenza, che insegnamenti ci lascerà questo Coronavirus?

«Oltre al fatto che dovremo continuare a usare guanti, mascherine e protezioni ancora per lungo tempo, mi auguro che questa emergenza insegni a tutti a rivolgersi all’ospedale solo quando c’è veramente bisogno». Una speranza, in tempo di incertezza.

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