Diritti di tutti

L’Iran e gli altri: fra i 193 Stati membri dell’Onu, quelli che possono vantare un soddisfacente rispetto dei diritti umani si contano sulle dita di poche, pochissime mani

Le recenti esecuzioni di giovani iraniani hanno convinto anche i più restii: in Iran i diritti umani, già pesantemente compromessi, sono adesso del tutto cancellati. Attraversato ormai da mesi da una protesta senza precedenti, il regime degli Ayatollah ha risposto con le armi che conosce meglio e che sta usando con una ferocia senza precedenti: la repressione, il carcere, la pena di morte. Peraltro i dati ufficiali sono poco chiari: secondo le organizzazioni umanitarie si tratta di centinaia di persone che vengono impiccate o lapidate ogni anno. Per prostituzione, adulterio, lussuria, pornografia, consumo di alcol per tre volte, omosessualità e ora anche per le proteste in piazza.

Il governo iraniano inoltre vede la conversione dei musulmani al cristianesimo come un tentativo da parte dei Paesi occidentali di minare il dominio islamico dell’Iran. I cristiani di origine musulmana sono maggiormente perseguitati.

Non è un caso che le manifestazioni di questi mesi abbiano visto in primo piano le donne. Per dare conto della violenza e discriminazione contro le donne – in un Paese che pure le vede numerose in Parlamento e in molte professioni – basta riferirsi allo stupro. In Iran è illegale, ma una vittima di stupro deve fornire quattro testimoni oculari maschi e due testimoni oculari femmine perché il crimine sia perseguito.

Per Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, «la protesta di questi mesi è diversa da tutte le altre perché non parte dalle università e dagli intellettuali, ma sale dal basso, dal popolo, in modo veramente trasversale. Arrivando persino a coinvolgere la lobby dei commercianti – i così detti bazaristi – scontenti per la crisi economica. Ed arrivano dopo nelle università, tra gli artisti, gli sportivi, i cineasti. Per- sino nella famiglia della Guida suprema. Peccato che il regime di questi ultimi 43 anni abbia impedito la formazione di una classe dirigente libera, capace di proporsi come alternativa».

Cina: tutto tracciato

Probabilmente in cima alla classifica delle violazioni dei diritti umani c’è la Cina degli ultimi decenni. Secondo molti osservatori, infatti, il governo di Pechino ha realizzato il sogno di ogni regime autoritario, dispiegando un apparato tecnologico che non ha precedenti. Per intenderci, nelle megalopoli cinesi anche il mendicante deve avere il Pos per ricevere le elemosine. Tutto deve essere tracciato, spiato, controllato.

Oggi, nel 2023, la Cina di Xi Jinping vanta – si fa per dire – la presenza sul proprio territorio di veri e propri campi di concentramento. Documentata da migliaia di foto è la persecuzione dei musulmani Uiguri nello Stato dello Xinjiang. Pechino li spaccia per centri di formazione professionale; in realtà il milione di Uiguri internati sarebbe stato sottoposto a programmi di rieducazione politica. Nel rapporto diffuso dall’Ufficio dell’Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, si legge: «La portata della detenzione arbitraria e discriminatoria degli Uiguri e di altri gruppi a maggioranza musulmana può costituire un crimine internazionale, un crimine contro l’umanità».

Anche in Cina è impossibile avere dati ufficiali sulla pena di morte, largamente praticata, tanto che – secondo una stima di Amnesty International e di altre associazioni internazionali per i diritti umani – sarebbe il primo Paese al mondo per esecuzioni effettuate. Tra i reati punibili con la morte: frode con carta di credito, sovversione, gioco d’azzardo, bigamia.

Afghanistan: un Ministero per la virtù

In Afghanistan il regime dei talebani è tra i più feroci dell’Asia, capace di pareggiare e superare quello della Corea del Nord. Si stima che attualmente quasi nove milioni di persone siano sull’orlo della carestia. Alla fine dell’anno appena trascorso il Coordinatore resi- dente e umanitario delle Nazioni Unite ha dichiarato che il 95% della popolazione non ha cibo a sufficienza ed oltre 130.000 bambini rischiano di morire per malnutrizione acuta. A farne le spese – anche in questo caso – sono state soprattutto le donne, che hanno perso quasi tutti i diritti civili conquistati faticosamente negli anni precedenti.

Ad esempio, le ragazze al di sopra dei 12 anni non possono andare a scuola, molti lavori al di fuori della sanità e dell’istruzione sono proibiti, oltre ad indossare il burqa (nella foto accanto, alcune donne a Kabul) le donne devono essere accompagnate da un guardiano – un uomo – per potersi spostare. In un Paese dove è proibita anche la musica, il governo talebano ha sostituito il Ministero per le donne con quello per la Propagazione della virtù e la prevenzione. Continua nel frattempo la persecuzione degli Hazara, minoranza discriminata per motivi religiosi, terza etnia del Paese di fede sciita, storicamente perseguitata dai talebani e dallo Stato islamico.

Per Anna Meli della Ong Cospe, che coordinò l’emergenza Afghanistan dopo la partenza delle forze statunitensi nel 2021, oggi «in Afghanistan sono negati i diritti fondamentali di donne e di migliaia di persone. Non possiamo spegnere i riflettori su questo Paese e dobbiamo continuare a sostenere chi, rischiando la vita, cerca di di- fendere il diritto a vivere in libertà, dignità e uguaglianza».

Russia: la legge contro la propaganda omosessuale

La persecuzione degli omosessuali è tratto comune – insieme al trattamento delle donne come esseri inferiori, alla persecuzione delle minoranze etniche e religiose – di tutti i regimi dittatoriali. Yuri Guaiana, dell’associazione internazionale All Out, racconta che «dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, le persone LGBT+ in Russia hanno dovuto affrontare sempre più violenze e discriminazioni». Uno degli strumenti utilizzati è infatti la famigerata legge contro la cosiddetta “propaganda omosessuale”, che di recente è stata estesa fino a vietare completamente la condivisione di materiali che ritraggono la vita e i diritti LGBT+ in una luce positiva.

«Alcuni attivisti LGBT+ – continua Yuri Guaiana – sono stati arrestati per aver protestato, mentre un politico liberale di San Pietroburgo, che aveva fatto coming out lo scorso giugno e che si è opposto tenacemente all’inasprimento della legge contro la cosiddetta “propaganda omosessuale”, è stato denunciato per violazione della legge da un politico di Russia Unita, il partito di Putin. Questa è la prova che la legge viene utilizzata anche per colpire l’opposizione politica a Putin».

Campagne Coop: i risultati

Proprio un anno fa in questo periodo era in corso la campagna #coopforafrica, qualche mese dopo è partita #coopforucraina. I circa 3 milioni di euro raccolti, grazie al contributo delle cooperative e di quasi 216 mila donatori, sono stati affidati a Unhcr, Comunità di Sant’Egidio e Medici Senza Frontiere.

In Ucraina Unhcr è riuscita a soccorrere oltre 3 milioni di persone, con 489 convogli di aiuti umanitari e beni essenziali per la sopravvivenza, tra i quali cibo e abiti invernali.

Sant’Egidio, presente in Ucraina dal 1991 con una rete di comunità composte da cittadini ucraini, ha distribuito alimentari, vestiario e prodotti per l’igiene, in 110 località e 150 strutture sanitarie.

Medici Senza Frontiere, oltre ad assistere i feriti nel conflitto armato, ha attivato il treno-clinica che trasporta a ovest del Paese i pazienti e le persone fragili come anziani, bambini, malati oncologici, dando loro la possibilità di non interrompere cicli di cura spesso vitali. Per quanto riguarda la campagna di vaccinazione in Africa, sono state realizzate attività per informare la popolazione sui benefici della vaccinazione, corsi di formazione di medici, infermieri e volontari e sono state aperte cliniche mobili in luoghi come mercati e porti, favorendo la vaccinazione di 300.000 persone.

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