Donne in salvo: dall’Afghanistan in Toscana

Per alcune, fuggite in tempo dalla morsa dei fondamentalisti, l'Italia ha rappresentato il luogo di arrivo. E di rinascita della speranza.

Vite in fuga, storie spezzate. Donne in viaggio e in cerca di un luogo sicuro, una casa, un Paese dove poter restare libere. Per le donne afgane, la vita si è interrotta in un giorno: da quando Kabul è caduta in mano ai talebani, gli occhi del mondo sono puntati sul loro destino. Per alcune, fuggite in tempo dalla morsa dei fondamentalisti, l’Italia e Firenze hanno rappresentato il luogo di arrivo. E di rinascita della speranza.

In squadra

Tra le persone arrivate in Italia, anche tre giovanissime calciatrici e il loro allenatore, portati in salvo grazie all’intervento del Cospe, che ha operato per dieci anni in Afghanistan e lo scorso settembre ha accolto in Toscana 42 persone in fuga dal Paese.

«In Afghanistan avevo appena iniziato l’università e praticavo calcio da otto anni – racconta Fatima, una delle tre ragazze -, poi all’improvviso tutto si è interrotto e solo perché sono una donna. Ho ancora tanti sogni da realizzare e tanti traguardi da raggiungere: non so concretamente immaginare il mio futuro. Per ora so che arrivare in Italia e a Firenze ha significato protezione, sicurezza e speranza. Significa uscire per strada e non avere paura di non tornare. Il mio Paese mi manca tanto, a nessuno piace fuggire da casa propria ma, certe volte, bisogna lasciare i propri ricordi e ricominciare tutto da capo».

Messaggio in bottiglia

In Italia dopo un lunghissimo viaggio, le ragazze, accompagnate dal loro allenatore, hanno incontrato le colleghe della nazionale italiana. Nessun match, per l’occasione, ma solo complicità di sguardi fra donne, un abbraccio, qualche foto di rito e un impegno della Figc a sostenere le ragazze negli studi e nella formazione calcistica: «Essere donne calciatrici – spiega Seena – è una grande sfida che ha dato senso alla mia vita: per me è sempre stata una grande passione che porterò avanti anche per dimostrare che non bisogna mai rinunciare ai propri sogni. Penso alle donne rimaste in Afghanistan: a tutte loro, idealmente, dico di trovare una ragione per continuare a vivere, di non lasciarsi sconfiggere e di coltivare la speranza perché forse, un giorno, il nostro Paese tornerà un luogo di pace e prosperità, così come lo sognavo quando ero bambina».

Ricominciare

«Ho capito che esiste ancora l’umanità, nonostante le mie paure. Mi avete aiutato e mi avete dato la forza di credere in me stessa e nel fatto che posso ancora farcela». A parlare è la prima donna afgana – non pubblichiamo il nome per motivi di sicurezza -, ad essere stata accolta con i suoi bambini in una delle strutture residenziali dell’Istituto degli Innocenti. «Posso ancora sperare in una nuova vita – ha detto ringraziando l’Istituto che da oltre sei secoli promuove i diritti dell’infanzia -. Qua vengono accolte tante madri con i loro figli, al di là del colore della loro pelle, al di là delle loro origini. Spero che questi aiuti possano continuare e possano salvare altre famiglie come la mia».

Lasciare l’Afghanistan non è solo fuggire, ma anche cercare un luogo dove ripartire, come ha spiegato Maria Grazia Giuffrida, presidente dell’Istituto degli Innocenti: «La nostra ospite viene da un percorso di vita improntato all’autonomia, come donna, madre e lavoratrice. Se il nostro primo compito è stato accoglierla, superata l’emergenza la supporteremo perché possa recuperare la sua indipendenza, nella speranza che l’Afghanistan torni una terra di libertà e rispetto ».

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