Cacciucco, Virzì e fantasia

Cinema della gente e molta Toscana nelle pellicole del regista livornese

Da Livorno a Hollywood

La penna in una mano e la cinepresa nell’altra: da sempre, vezzi e vizi di Paolo Virzì, che di vizi e virtù ha fatto materia di cinema. Lui – classe 1969, figlio di un carabiniere siciliano e di una casalinga – che è partito da La bella vita, il primo film del 1994, per portare sul grande schermo tutto Il capitale umano, vario e misto, incontrato per strada: dal porto della sua Livorno che fa mirabilmente da sfondo al suo Ovosodo, ai red carpet, fino a Hollywood dove, nel 2018, ha girato in inglese Ella e John, una storia d’amore e d’Alzheimer con un cast stellare.

E quando, per strada o al parterre di Venezia, telecamere e passanti lo assalgono, lui si fa accerchiare e, da buon livornese, risponde così, con generosa autoironia e quel pizzico di Pazza gioia che ha reso celebri molti suoi personaggi. Fra le tante domande, abbiamo cominciato con quella più facile, o forse, più difficile.

La nuova Carta Toscana al cinema

Da buon livornese, Paolo Virzì come fa il cacciucco?

Cacciucco, senza dimenticare di mettere tutte le “c” che pare servissero a indicare le diverse qualità di pesce da usare nella ricetta. È un piatto pericoloso, attenzione a ordinarlo nel posto sbagliato! Ha il sapore di una cosa bella, perché è un piatto della solidarietà, che nasce dall’idea di aiutare la vedova del pescatore morto o malato, quindi chi è più fragile, dando ciascuno un pezzettino del proprio pescato, anche se pesci meno pregiati. È un’idea geniale: mettere insieme il poco e farlo diventare tanto. Lo so cucinare, io. Si deve essere sparsa la voce, se me lo chiedete.

Tutti gli ingredienti, riso, pianto, gioia e pazzia: come nei suoi film?

Li chiamano “commedie” e questa è la mia vittoria, perché, se vai a vedere, un po’ tutti raccontano delle gran sciagure: il giovane della “peggio” periferia con la madre morta e il padre in galera, i due anziani a fine vita, l’operaio disoccupato. Io le ho raccontate così, le vicende degli uomini, il dramma in chiave ironica, perché nella vita le due cose marciano compatte. E forse, tenerle insieme è il modo più efficace per raccontare e penetrare la natura delle persone.

Con i suoi film ha ritratto trent’anni di Italia: quali i temi da portare sul grande schermo oggi?

Soffia un vento preoccupante: il nostro sistema non è più sostenibile, né in termini economici né ambientali: penso a Venezia, alla migrazione, alla desertificazione. Questioni planetarie, su cui alcuni “impresari della paura” raccontano bugie. La politica deve abbandonare le “baruffe chiozzotte”, l’odio e le schermaglie e affrontare questi problemi globali con la scienza e la conoscenza, per fare quello che dice Pepe Mujica (ex presidente dell’Uruguay, ndr): «Un grande statista lo si riconosce quando quelli che vengono dopo sono molto meglio di lui». A volte, è bene fare un mezzo passo indietro, per non essere usati malamente e per accompagnare la politica nel suo mestiere, che è mettersi nei panni degli altri. E non perdere di vista la gente.

Quale la ricetta per affrontare il mondo oggi?

Direi voltare pagina: tornare a fare le cose piccole, a occuparsi del proprio quartiere, della scuola, dei propri figli. Più che aderire agli appelli, dobbiamo un po’ tutti farci carico delle cose della vita, ogni giorno. In fondo, la politica, siamo noi.

A più di vent’anni di distanza, come sarebbe Ovosodo girato oggi?

Beh, quel finale avrebbe un significato molto diverso: se ai tempi il posto in fabbrica poteva sembrare un finale amaro, oggi un posto a tempo indeterminato è una vera botta di… fortuna! Piuttosto, sarebbe difficile girarlo in quei luoghi: quel pezzettino di raffineria c’è ancora, ma intorno, quelle ciminiere, le fabbriche della mia infanzia, non ci sono più. È quel mondo che forse non c’è più.

Dopo tutti questi anni, lei si sente un regista esperto o un principiante?

Sono ancora stagista e spero di esserlo per tutta la vita. Non ho ancora capito bene come si fa questo mestiere e spero di non capirlo mai: perché è l’unico modo per non imitare se stessi e continuare a imparare dagli altri.

Ma l’Ovosodo, prima o poi, va giù?

L’ovo sodo, quel dolore lì, della disillusione, dura tutta la vita, sminuzza il cuore, a volte. Ci si deve fare amicizia, usarlo, farlo diventare energia e benzina, oppure farlo diventare dolcezza. Allora fa compagnia, diventa quella cosa misteriosa che è l’accettazione della vita. L’ovo sodo rimane per sempre.

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Un Pegaso alla carriera

La Toscana premia Virzì

È stata l’attrice fiorentina Daniela Morozzi a condurre la cerimonia di consegna del Pegaso d’Oro che, lo scorso novembre, la Regione Toscana ha assegnato a Paolo Virzì per il suo cinema “universale, capace di arrivare al pubblico nella sua interezza, per chiamarlo a riflettere su questioni sociali in una chiave critica e contemporanea”.

«Questo Pegaso è un premio bellissimo perché viene dalla Toscana, dalla mia gente. È la risposta a quella promessa segreta che avevo fatto sul treno che mi portava a Roma: io andrò laggiù e vi racconterò. In questo modo voi mi dite grazie. E io ringrazio voi. Il Pegaso è quell’animale selvaggio e coraggioso che vola: per me è un incoraggiamento a volare ancora un po’. E in fondo è proprio questo il compito degli artisti: provare a prendere le cose, anche pesanti, della vita per farle volare, dando volto e voce alle tante storie che non ce l’hanno», ha commentato il regista Virzì.

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