Vicini all’Africa

Le testimonianze dei partner di Coop nella campagna per le vaccinazioni Covid -19 in Africa: l’Agenzia ONU per i Rifugiati-UNHCR, la Comunità di Sant‘Egidio e Medici Senza Frontiere.

Ci ha messo la faccia, bellissima, anche l’attrice Charlize Theron, che prima di arrivare a Hollywood ha passato la sua infanzia e giovinezza in Sud Africa: «Le persone devono guardare oltre se stesse. È intelligente condividere i vaccini e dobbiamo farlo ora, se vogliamo raggiungere l’obiettivo che si è posta l’Oms del 70% di adulti vaccinati nel mondo contro il Covid entro il 2022» ha spiegato in un video pubblicato sul sito di Bbc world, la televisione pubblica inglese, per sollecitare i governi a prendere decisioni solidali.

Perché il problema ci riguarda, eccome. La disuguaglianza minaccia di trasformare intere aree dell’Africa in terreni fertili per varianti resistenti al vaccino. In un mondo interconnesso e globalizzato, “nessun uomo è un’isola” e il virus gira da un continente all’altro. Per ostacolarne la circolazione, dicono all’Oms, serve vaccinare più persone possibile, ovunque.

Al di là del proprio naso

Abituati come siamo a guardare il nostro piccolo mondo, mentre nei Paesi occidentali è in corso la somministrazione della terza dose, non ci accorgiamo che al di là del Mediterraneo c’è un continente dove la popolazione vaccinata complessivamente non supera il 5%. E non è vero che in Africa il Covid non uccide. Il Paese più colpito è il Sud Africa con circa 90.000 decessi. A luglio la variante più letale del virus ha investito la fascia subsahariana dove vivono 25 milioni di persone, ma la situazione è critica anche nella Repubblica Democratica del Congo, nei Paesi del Corno d’Africa e in Mozambico. 

Se in Portogallo a metà novembre eravamo vicini al 90% di persone vaccinate con almeno una dose, in Italia intorno all’80% e negli Stati Uniti al 67%, non può lasciare indifferenti che nel Ciad sia vaccinato meno dell’1% della popolazione. Un’evidente disparità che ha spinto le Nazioni Unite a creare Covax, un’operazione globale volta ad accelerare la produzione e l’accesso a test diagnostici, terapie e vaccini contro il Covid cui hanno aderito 190 Paesi. 

In pratica 1,3 miliardi di dosi dovranno essere distribuite nei Paesi più poveri, fra questi quelli africani. Ma non è soltanto la questione della disponibilità delle fiale, a rendere difficile l’operazione: bisogna organizzare i centri vaccinali, conservare correttamente le dosi, trovare chi si occupa di praticare l’iniezione, avvisare e raggiungere la popolazione che vive lontano dalle città, e così via. È qui che scendono in campo le organizzazioni umanitarie come Unhcr o anche quelle non governative di Medici Senza Frontiere e della Comunità di Sant’Egidio che da anni svolgono attività in Africa.

Tutti possiamo dare una mano partecipando, fino al 9 gennaio, alla campagna di Natale di Unicoop Firenze e delle altre cooperative del mondo Coop, donando punti della Carta Socio o denaro alle casse dei Coop.fi, sulla piattaforma di crowdfunding Eppela o con bonifico su conto corrente. Le cooperative raddoppieranno quanto donato da soci e clienti. L’obiettivo è superare con la raccolta il milione di euro per vaccinare oltre 250.000 persone.

Manca l’ossigeno

Medici Senza Frontiere opera nel continente da cinquant’anni. In Guinea, in Africa occidentale, già devastata dall’Ebola, il virus corre e rappresenta una nuova sfida sanitaria per la carenza di strutture e personale medico, attrezzature e forniture di farmaci. A Conakry, la capitale, c’è solo un ospedale anti-Covid che vede i suoi letti costantemente occupati. Soprattutto manca l’ossigeno che è fondamentale per limitare i problemi di respirazione: «Garantire l’accesso ai vaccini e agli strumenti diagnostici di lotta al Covid in tutto il mondo non è solo una questione di equità, ma anche di salute pubblica globale- sottolinea Medici Senza Frontiere -. Cinque anni dopo l’epidemia di Ebola che ha devastato l’Africa occidentale, il Covidrappresenta un’ulteriore sfida in Guineai.È inoltre fondamentale portare avanti anche gli altri progetti regolari di lotta alla malnutrizione, alla malaria e all’Hiv, una sfida nella sfida».

L’intervento dell’organizzazione medico umanitaria sarà dedicato alla cura dei pazienti di Conakry, dove le attività vaccinali saranno rivolte ad un bacino di circa 900.000 abitanti sopra ai 12 anni attraverso il centro di Nongo che cinque anni fa era la base operativa per contrastare l’epidemia di Ebola. In Repubblica del Congo gli operatori umanitari di Medici Senza Frontiere porteranno il loro aiuto soprattutto a Nsele, un’area povera e rurale alla periferia di Kinshasa. Anche qui il Covid ha colpito duramente, così come in Tunisia che ha subito un’ondata nello scorso luglio e resta tuttora in grande difficoltà sanitaria.

Sembra tutto così lontano, ma da Pantelleria alla Tunisia ci sono soltanto 38 miglia nautiche.

Rifugiati e sfollati a rischio

In Africa Unhcr è operativa con i suoi programmi di protezione e assistenza per rifugiati e sfollati in quasi tutti i paesi: «Più di 70 milioni di persone appartengono alle categorie più vulnerabili al Covid e alle sue conseguenze. Quasi il 90% di loro si trova in Paesi poveri e con strutture sanitarie deboli – ha commentato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati -. Se non si prendono misure sia di contenimento che di sostegno economico anche in Paesi lontani, il virus tornerà».

L’attività sostenuta dalla campagna di Coop sarà concentrata in Africa centrale e occidentale. In quest’area, Unhcr si occupa di circa 11 milioni di persone, per le quali il Covid rappresenta una ulteriore minaccia, in aggiunta alle tante altre che devono affrontare ogni giorno: instabilità politica e violenze, povertà endemica, impatto dei cambiamenti climatici che causano catastrofi naturali come siccità protratta e inondazioni, insicurezza alimentare cronica.  L’obiettivo è che rifugiati e sfollati interni non restino esclusi dai piani di vaccinazione.

«Se mai avessimo avuto bisogno di ricordare che viviamo in un mondo interconnesso, la pandemia da Coronavirus lo ha fatto per noi – aggiunge Grandi -. Nessun Paese può affrontare questa sfida da solo, e nessuno nelle nostre società può essere dimenticato, se vogliamo affrontare efficacemente questa sfida globale. Un approccio “prima il mio Paese” non può funzionare nel contesto di una pandemia che non conosce confini».

Mentre dell’approvvigionamento dei vaccini si occupano i governi attraverso Covax, Unhcr rivolgerà fondi ed energie all’organizzazione di un calendario, dopo aver individuato le persone da vaccinare e il personale che si occuperà dell’inoculazione, e al reperimento di dispositivi e materiale, a partire dalle siringhe ai guanti, dalle mascherine ai disinfettanti, fino ad arrivare ai frigoriferi per conservare il siero alla giusta temperatura. 

Raggiungere le persone popolazioni più lontane

La Comunità di Sant’Egidio è conosciuta in Italia per le numerose opere di sostegno ai poveri, ma dal 2002 è presente in Africa sul fronte della salute pubblica con il programma “Dream”, nato per la cura e la prevenzione dell’Aids quando la malattia, a differenza di quel che accadeva nel nord del mondo, era ancora letale e nascevano migliaia di bambini positivi, contagiati dalle madri. Con il tempo l’organizzazione cattolica con sede a Roma ha ampliato il panorama del suo intervento nel continente africano con 50 centri clinici e 28 laboratori di biologia molecolare in dieci Stati del continente, dal Mozambico alla Tanzania, dalla Repubblica Centrafricana al Malawi.

Dal 2020 energie e risorse sono state concentrate nella lotta al Covid fornendo mascherine, prodotti per la sanificazione, realizzando i test molecolari per la diagnosi del virus e soprattutto attuando campagne di sensibilizzazione sulle misure di distanziamento sociale. Quasi obbligato il passaggio all’impegno sulla vaccinazione. «L’accesso dell’Africa ai vaccini è uno degli snodi cruciali per il contenimento della pandemia – spiega Paola Germano, direttrice del programma della Comunità di Sant’Egidio -. In alcuni Paesi, i casi raddoppiano ogni tre settimane, nelle ultime i nuovi positivi e le morti sono aumentati del 40%. Davanti a un’emergenza globale, l’unica risposta possibile deve essere globale».

E anche la vaccinazione dovrebbe esserlo: «La possibilità di vaccinare è una grande opportunità, per salvare vite ma anche per sensibilizzare la popolazione e cercare di sgombrare il campo da pregiudizi e fake news che sono d’ostacolo alla vaccinazione – prosegue Germano -. L’esperienza di Sant’Egidio negli hub vaccinali aperti nel corso di quest’anno in Africa, ha mostrato come una sinergia con i ministeri della salute locali sia fondamentale per raggiungere le persone che vivono nei luoghi più remoti dove vorremmo estendere gli hub vaccinali, vincendo le tante difficoltà logistiche legate ad un territorio estremamente rurale, sopperire alla mancanza di infrastrutture adeguate e contrastare la diffidenza delle popolazioni a vaccinarsi».

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