Toscana per nascita (di Santa Fiora, in provincia di Grosseto) e internazionale per fama, Laura Morante ha ricevuto, lo scorso marzo, il Premio Close the Gap Unicoop Firenze che la cooperativa ha lanciato per promuovere l’impegno femminile nell’imprenditoria e nella società. Sul palco del Cinema Alfieri a Firenze, insieme a lei, Maura Latini, presidente di Coop Italia, e Linda Laura Sabbadini, pioniera delle statistiche di genere. In occasione della premiazione, l’attrice si è raccontata, come artista, mamma e donna che dà voce alle donne.


Con Prime donne, sta portando in teatro le donne di Puccini: cosa emerge dallo spettacolo?
Tosca, Turandot, Manon, Madama Butterfly: ho scritto i testi, appoggiandomi ai libretti pucciniani e sul palco narro le loro storie. Sono molto diverse tra di loro anche se condividono il fatto di finire malissimo. Tutte ad eccezione di Turandot, personaggio sanguinario ma anche più fortunato. È una morale molto amara, quella che ne possiamo trarre.
Fra le donne “libere” che ha interpretato al cinema o in teatro ce n’è una a cui è particolarmente legata?
Uno dei personaggi che ho più amato è Sibilla Aleramo nel film Un viaggio chiamato amore: smuove delle corde diverse perché passionale, contraddittoria, tragica, soprattutto nella sua relazione con Dino Campana. Nel cinema d’autore era raro interpretare figure così potenti: spesso i personaggi me li sono dovuti costruire, come quando, ad esempio, ho scritto il testo Io Sarah, io Tosca ispirato a Sarah Bernhardt.
Fra le donne da lei interpretate anche la poetessa Alda Merini.
Con quell’interpretazione ho cercato di entrare nell’animo di una donna assoluta, dolce e tormentata. Io credo che la sua libertà lei l’abbia conservata ed è anche per questo che è finita in manicomio. Più spesso, però, il cinema ha raccontato donne un po’ asservite, che si prodigano nell’aiutare gli uomini, magari geni, di successo. Io ho sempre cercato di uscire da questo cliché femminile: nel mio film Assolo, ad esempio, ho messo in scena una donna insicura, meravigliosamente imperfetta che, nonostante i suoi errori, resta in piedi e, da sola, fa un percorso di maturazione verso l’autostima.
Le sue due figlie sono entrambe attrici: le chiedono consigli?
In realtà i consigli ce li diamo reciprocamente, anche io li chiedo a loro. Tra noi c’è uno scambio continuo. Eugenia, la più grande, è molto dotata per la scrittura e la esorto sempre a credere nei suoi progetti; Agnese è musicista, disegna, è poliedrica. A entrambe dico sempre che quello dell’attore è un mestiere che va fatto molto seriamente, ma non va preso troppo sul serio. Invece oggi si fa il contrario.
Quali sono gli ostacoli per una giovane attrice?
Di sicuro oggi è più difficile di ieri. Bisogna essere agguerriti, avere il coltello fra i denti. In un mondo dello spettacolo come lo vedo ora non lavorerei, oggi non farei nulla perché non sono mai stata capace di sgomitare, di farmi avanti. Per fortuna, quando ho iniziato io, c’era ancora il cinema d’autore con dei registi che pretendevano di scegliere il proprio cast e non si lasciavano intimidire dalle richieste dei produttori e dei finanziatori del cinema. Io sono riuscita a fare il mio percorso perché ho incontrato registi così.
Quali sono i progetti in corso e quelli futuri?
A brevissimo partiranno le riprese di un nuovo film su Grazia Deledda, la quarta scrittrice che interpreto al cinema. Come per Alda Merini, saremo tre attrici a interpretarla nelle differenti epoche della sua vita: io farò la parte centrale. Una nuova emozione, insomma.