Carlo Castellani, un campione morto a Mauthausen

La storia del calciatore alla cui memoria sono dedicati gli stadi di Empoli e di Montelupo Fiorentino

Giorgio La Pira disse che Empoli può essere considerata la “capitale morale dell’antifascismo in Toscana”, per le massicce persecuzioni che la città ha sofferto durante il ventennio mussoliniano e i suoi molti martiri. Fra di loro, è d’obbligo includere Carlo Castellani, calciatore dell’Empoli Football Club agli albori dello sport, che fu deportato nel lager di Mauthausen, dove morì nell’estate del 1944. A lui sono dedicati gli stadi di Empoli e di Montelupo Fiorentino, i soli intestati a una vittima della furia nazifascista.

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La testimonianza del figlio Franco Castellani

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Gli esordi nell’Empoli

Castellani nacque nel 1909, a Montelupo Fiorentino. La squadra empolese fu fondata quando era un ragazzino, nell’agosto 1920, sei anni prima della nascita della Fiorentina. Il campo di gioco si trovava sull’odierno Lungarno Alighieri e il costo dei palloni che si perdevano nel fiume era la maggior voce di spesa della neonata società. Il calcio era stato introdotto in città da turisti o uomini d’affari britannici e fu in principio guardato dai paesani con non poca diffidenza.

Gli empolesi erano abituati a un diverso “gioco del pallone”, o “bracciale”, come si chiamava da tempo immemorabile una pratica atletica assai propagandata dal regime per le sue schiette origini autarchiche, che regalò all’Empoli ben due titoli nazionali agli inizi degli anni ‘30.

Castellani al contrario era un talento naturale, con una passione irresistibile, che non gli aveva passato il padre David, un socialista che aveva sempre rifiutato di prendere la tessera del fascio e che dedicava tutte le sue energie alla segheria che manteneva egregiamente la famiglia. Proprio grazie all’avviata attività imprenditoriale Carlo poté dedicarsi al calcio, in un periodo nel quale con il pallone non si pagavano le bollette. Piuttosto, gli capitava di accollarsi il noleggio di una carrozza per tutta la squadra, quando si trattava di giocare in trasferta.

Carlo Castellani
Carlo Castellani

Debuttò a 16 anni e l’anno seguente, con 16 gol in 18 partite, spinse l’Empoli nella terza serie dell’epoca. Era elegante, tecnicamente dotato e abile sotto porta, benché si considerasse piuttosto un centrocampista offensivo. Nella stagione 1928-29, mise a segno 22 reti in altrettante gare e addirittura cinque in una sola partita, una prodezza ancora ineguagliata fra gli Azzurri.

 

L’arrivo in Serie A

Con tali credenziali, divenne il primo prodotto del vivaio empolese a giocare in Serie A, con la maglia del Livorno, che tuttavia retrocesse prontamente al termine del campionato 1930-31, quando all’ultima giornata sarebbe stata necessaria una vittoria in casa della Juventus, che invece ottenne il pareggio che le valse il primo di cinque scudetti consecutivi.

Un paio di tornei cadetti, un’annata con il Viareggio e nel 1934 Castellani tornò a indossare i coloriempolesi, per chiudere la carriera in Serie C, alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Un vero bomber

Al momento del ritiro, aveva accumulato 145 partite e 61 gol con gli Azzurri, un record di reti migliorato da Francesco Tavano e Massimo Maccarone solo all’inizio di questo secolo.

Negli ultimi anni, il club era stato ribattezzato Dopolavoro Interaziendale Italo Gambacciani, dal nome del giovane fascista morto nel 1921, durante le violenze che propiziarono la “Marcia su Roma”. La tradizionale opposizione al fascismo scemò, ma non scomparve, come dimostrato dalle elezioni sindacali nelle vetrerie, che nel 1934 diedero la maggioranza ai delegati di evidenti simpatie comuniste.

Lo sciopero di marzo del ’44

Dopo l’armistizio con gli Alleati e l’occupazione nazista del Paese, i primi episodi della Resistenza sfociarono nell’adesione di massa allo sciopero del marzo 1944. La protesta operaia causò una feroce rappresaglia: Hitler pretese che il 20% degli scioperanti fosse inviato nei campi di lavoro tedeschi e nella notte fra il 7 e l’8 marzo più di 100 persone furono deportate. Carlo Castellani era uno di loro.

Camicie nere, poliziotti e nazisti andarono casa per casa, dicendo che si trattava di uncontrollo di routine. La maggior parte dei rastrellati si avviò senza consapevolezza; i padri chiesero di unirsi ai figli e i figli al genitore. All’alba bussarono anche  alla porta di David Castellani, che però era a letto ammalato: si affacciò Carlo e vide che fra gli aguzzini vi erano facce amiche. Sollevato, domandò di andare al posto del padre. Gli risposero di sì, e nessuno lo vide più.

Giunti sulla strada che costeggiava l’Arno, prima di Signa, qualcuno suggerì di saltare dal camion che li conduceva a Firenze. Carlo aveva ancora il fisico dell’atleta e si sarebbe certo dileguato nella boscaglia, ma decisero di proseguire, convinti che tutto si sarebbe risolto per il meglio.

L’arrivo a Mauthausen

Dopo una sosta a “Villa Triste”, il centro di tortura di via Bolognese, alla stazione di Santa Maria Novella, furono caricati sui vagoni piombati e in tre giorni giunsero a Mauthausen.

Passarono per il tristemente noto rituale: stazionare nudi alle intemperie; dormire accatastati in fetide baracche; patire umilianti e disumane punizioni per ogni minima mancanza; faticare oltre i limiti della sopportazione fisica; degradare progressivamente a una condizione subumana e litigare furiosamente per una tazza di sporca brodaglia o un tozzo di pane secco; sopportare l’ostilità degli altri disgraziati, dei francesi, dei russi, degli spagnoli, che avevano validi motivi di astio verso gli italiani; desiderare la morte pur di porre fine a tali indicibili sofferenze.

Questa fu la sorte di Carlo Castellani, che morì di dissenteria verosimilmente l’11 agosto 1944, come raccontato da uno dei pochi sopravvissuti.

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L’autore

Paolo Bruschi, socio della Società Italiana di Storia dello Sport, anima il blog Essere campioni è un dettaglio su gonews.it
Collabora saltuariamente con Il Manifesto e il relativo inserto culturale Alias. Recentemente, per Scatole Parlanti, ha pubblicato il volume Essere campioni è un dettaglio, una breve storia del XX secolo attraverso i riflessi politici, sociali e culturali dello sport.

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