A tu per tu con Leonardo Pieraccioni

Due chiacchiere con l'attore e regista toscano, sugli schermi in questi giorni con il suo film "Il sesso degli angeli"

Doveva arrivare nelle sale a febbraio, ma ci si è messa di mezzo Omicron. Il sesso degli angeli, girato per buona parte in Toscana, con location principale la fiorentina Chiesa di San Salvi, sarà il 14° lungometraggio diretto da Leonardo Pieraccioni. Ora finalmente il film è nei cinema.

Qui vi proponiamo l’intervista – chiacchierata la regista e attore toscano realizzata per l’Informatore di febbraio 2022.

Ci puoi anticipare qualcosa del tuo personaggio?

È un prete in difficoltà, non ha soldi per ampliare il suo oratorio, ha solo un tavolo da ping pong anni ‘70 e tutti i ragazzi preferiscono stare sui social che frequentare la parrocchia. Ma ecco l’eredità di uno zio ricco! Un’avviatissima attività in Svizzera. Peccato che, arrivato fin lassù, il nostro don Simone scopre che ha ereditato un avviatissimo bordello!

«Girare un film è come andare al campeggio con gli amici!» hai dichiarato più di una volta; quali amici hai scelto per questa nuova pellicola?

Ce ne sono di nuovi: la fantastica Sabrina Ferilli, attrice superba e donna davvero simpatica e schietta. Poi, quando ho visto Dogman di Matteo Garrone, mi sono innamorato del suo protagonista, Marcello Fonte. L’ho chiamato e lui con la sua vocetta mi ha chiesto: «Io in una commedia? E come si fa? » e io: « Si fa! Ti fidi? ». E lui si è lanciato e vedrete che è un sacrestano perfetto. Senza spoilerare (anticipare il finale del film, ndr), devo dire che nella storia, a differenza di don Simone che vede quel bordello svizzero come un inferno, al nostro sacrestano appare come il Paradiso terrestre. Poi ho cercato, con un appello su internet, un ragazzotto da oratorio e ne ho trovato uno meraviglioso. Si chiama Alessio Scali e sarà Fininzio. Ah, ci sono anche le cinque ragazze che lavorano nella Maison de la Joie. Tra cercare il ragazzotto e cercare loro devo dire la verità: è stata più divertente la seconda opzione!

Poi nel film c’è un certo Massimo Ceccherini del quale non voglio parlare perché siamo in causa da due mesi: ha lasciato da pagare tutti gli extra del bar quando è venuto a girare. Vincerò la causa e darò tutto in beneficenza al Bar Guglielmo di Scandicci dove Ceccherini si battezzò col Gin Tonic a sei mesi. Ti posso dire una cosa seria sul Cecca? È un attore strepitoso, e non solo comico. Sono sicuro che in vecchiaia, e ormai per tutti e due ci siamo, farà dei ruoli che poi prenderanno il sopravvento su quelli da commedia che ha sempre fatto. Ah, poi ci sei te (Bruno Santini ha una parte nel film, ndr), ti piglio sempre perché altrimenti non mi fai l’intervista per l’Informatore della Coop!

Come Moretti e i Manetti Bros., hai deciso di resistere alle lusinghe del piccolo schermo per affidarti alla magia del cinema. Che rapporto hai con la sala?

La sala è tutto! È come vedere la grande muraglia a differenza del muro di cinta del campino di gioco del nipote. È anche vero che questo Covid ci ha costretti a casa e allora piattaforme e abbonamenti vanno sfruttate. Però, un cine pieno di gente che ride, uno schermone grosso, che meraviglia. Dai ffpduiamoci (mettiamoci la mascherina ffp2, ndr)  e andiamo tutti in sala.

Venticinque anni fa, proprio di questi tempi, Il ciclone, riempiendo le sale in cui veniva proiettato, stava avviandosi a diventare (con 75 miliardi di lire d’incasso) uno dei film italiani più visti di sempre. In tutto questo tempo sei riuscito a mettere a fuoco e ad analizzare il fenomeno?

I film sono dichiarazioni d’amore, spontanee, arraffazzonate, qualche parola va a buon segno, qualche altra è coperta dalle voci intorno. È sempre stato così. Il Ciclone, parlando della mia infanzia e di dove passavo tutte le estati da bambino – in un casolare molto simile -, è stato una dichiarazione d’amore davvero sincera, senza fronzoli e frasi troppo pensate!

Con Giovanni Veronesi lo abbiamo scritto in un mese, di solito ne servono tre, e quando Cecchi Gori ci chiedeva: «A che punto siete?», noi dicevamo: «A metà!», ma s’era già in vacanza da tempo. Quando lo si rivide tra noi, nessuno poteva pensare che sarebbe stato così amato. Mi meraviglio di quanto affetto il pubblico prova ancora oggi per questa pellicola.

Com’è cambiato il modo di far ridere in tutti questi anni? Non temi che, tolti i luoghi deputati alla comicità (ad esempio i teatri e i palasport che hanno accolto il Panariello, Conti, Pieraccioni Show) la gente, nel quotidiano, abbia meno voglia di ridere che in passato?

La gente ha avuto, ha e avrà sempre voglia di ridere e divertirsi! Il modo non è cambiato. La comicità è matematica e, se 5 per 5 fa sempre 25, anche il modo di divertire è quello. Mancano i bravi autori, quello sì! Non ci sono più gli autori o sceneggiatori di una volta a lavorare su questa materia difficilissima che è la comicità.

I tuoi fan hanno modo quasi quotidianamente di godere dei post sui social. Che rapporto hai con Facebook e simili?

Mi diverto come un bischero! E mi limito: posterei più di Chiara Ferragni e Salvini messi insieme; poi mi ricordo di avere una figlia di 11 anni che legge e giudica e allora mi stoppo, mi censuro da solo. Comunque i social son davvero divertenti e importantissimi. Prima, per raccontare qualcosa, dovevi fare un’intervista, passare dagli uffici stampa; adesso accendi e dai fuoco alle micce. Ovvio che, come diceva Umberto Eco, ci son tanti bischeri che danno fiato sugli argomenti più folkloristici. Speriamo di non essere in quel gruppo. Io comunque ne ho formato uno di amici sinceri al grido di «il primo che esagera con questi social sia segnalato dagli altri». Per ora funziona. Solo Panariello ci è sfuggito di mano: è andato a vivere per quattro giorni in una casa di giovani Tiktoker di 18 anni. Porello! Loro tiktoker lui “tokko” e basta.

Maschere e coriandoli, è tempo di Carnevale; come si travestiva il Leonardino bambino?

Mi vergognavo in maschera: mi sono vestito solo da Peter Pan e da Torero, ma a otto anni ho smesso. Però mi piaceva e mi piace il Carnevale di Viareggio: da piccino mi sembrava veramente il Paese dei Balocchi e mi affascinava, e anche quando ci sono ritornato da grande, i carrozzoni sono così enormi che rivivi le stesse sensazioni perché ti senti, davanti a loro, ancora piccino.

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