A tu per tu con Christian De Sica

Christian De Sica si racconta fra progetti e ricordi, come quando il padre salvò molti ebrei romani dai nazisti

«Praticamente sono diventato toscano: ho una casa fra Lucca e Pisa, e appena posso mi rifugio lì, con mia moglie Silvia. La Toscana è la mia oasi, il mio “buen retiro”. Conto di andarci sempre più spesso».

Christian De Sica, settantun anni, racconta la “sua” Toscana. «Ho una casa che era di un pittore milanese, da lì si vede il lago di Massaciuccoli. È un luogo fantastico, dove sto benissimo e mi rilasso. Uno scorcio di Lucchesia intima e struggente». Non lontano, hanno scelto di vivere anche Diego Abatantuono e Gabriele Salvatores, amici e complici di tanti film.

La Toscana nel cuore, per mille motivi, e da sempre, per l’attore romano. L’amicizia di lunga data con l’attore pisano Paolo Conticini, le molte collaborazioni con il produttore Vittorio Cecchi Gori. «E tutti i cinepanettoni, girati con un regista fiorentino, che è un professionista serissimo e un uomo gentile, leale, modesto come Neri Parenti: mai un problema, con lui, in tutti i Natale in… che abbiamo girato, dalle rive del Nilo all’India, dagli Stati Uniti al Sudafrica». Ma, adesso, c’è per Christian De Sica una nuova avventura con un altro regista toscano.

Massimo Boldi e Christian De Sica in una scena di “Natale sul Nilo”, 2002

Con chi sta lavorando, Christian?

Per la prima volta nella mia vita, lavoro con Paolo Virzì. Sono entusiasta, perché alla mia età essere “scoperto” da un grande autore, e cimentarmi con personaggi che non avevo mai fatto, è una grande gioia.

Che rapporto si è instaurato con Paolo Virzì?

È nata subito una grande affinità, un bellissimo rapporto: sono stato spesso a casa sua, a parlare del personaggio, della storia. Lui mi ha proposto delle idee, io ne ho proposte altre: è stato uno scambio entusiasmante.

Di cosa parlerà il film?

È una sorta di Ferie d’agosto, il film di Paolo Virzì degli anni Novanta aggiornato al presente. Attraverso quei personaggi, si racconta l’Italia.

Quali altri film sta per girare?

Una storia molto poetica, romantica, che si intitola Il limone d’inverno, con la regia di Caterina Carone. È una storia di amore platonico fra un uomo della mia età, malato d’Alzheimer, e una donna di quarant’anni con un marito mascalzone. Fanno amicizia attraverso i due terrazzi, che sono uno di fronte all’altro. Una storia completamente diversa da quelle da me interpretate finora.

Come vede oggi i cinepanettoni, di cui è stato il re?

Non li rinnego affatto. Mi sono divertito molto facendoli, e se oggi sono ancora qui lo devo soltanto a quei film. Anche se una parte della critica ha storto il naso, credo che se vogliamo capire l’Italia degli anni ‘90 dobbiamo andare a rivedere proprio quei film. È stato un fenomeno talmente forte che non può essere ignorato, o liquidato semplicemente come cinema trash.

Come attore, dove vorrebbe arrivare? Quali strade vorrebbe percorrere?

Ho un sogno: dirigere I fannulloni, da un romanzo di Marco Lodoli. Stiamo scrivendo la sceneggiatura insieme all’autore del romanzo. È la storia di un uomo della mia età e di un ragazzo di colore che vende occhiali fuori dalla stazione. Nasce un’amicizia fra i due, ma poi ci sarà una sorpresa che non posso rivelare. Avrei anche un altro sogno nel cassetto: interpretare mio padre, Vittorio De Sica, e mettere in scena il suo amore per Maria Mercader, mia madre.

Si incontrarono durante la lavorazione del film La porta del cielo…

Sì. E lì successe una cosa incredibile, che non tutti sanno. Era il 1944, nel momento più tragico della Seconda guerra mondiale. Mio padre girò il film nella Roma occupata dai nazisti e scritturò come comparse centinaia di ebrei romani, sottraendoli ai rastrellamenti. Mio padre, pur di salvarli, continuò a fingere di girare anche quando non c’era più pellicola, andando sul set per filmare scene che non esistevano nel copione. Fu una specie di eroe da Schindler’s List, ma non se ne vantò mai: mio padre era un uomo profondamente buono, e generoso. All’indomani della Liberazione, il capo della comunità ebraica di Roma venne da lui, in lacrime, a ringraziarlo. E per mio padre quel grazie fu più importante di un Oscar.

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