Alla riscoperta del cardo

Detto anche "gobbo", la coltivazione di questo ortaggio è un modello agricoltura sostenibile ed esempio di economia circolare. A riscoprirne le mille virtù anche il progetto Go-card in Mugello, coordinato da Coldiretti

Quando fiorisce, fra aprile e giugno, i campi si tingono di fucsia e viola, ma le doti del cardo vanno al di là di un bel colore intenso da quadro impressionista: infatti è un campione dell’agricoltura sostenibile e dell’economia circolare. Perché di quest’ortaggio, detto anche gobbo, simile al carciofo ma piuttosto trascurato dai consumatori, non si butta via nulla: dai semi si estrae un olio che può essere usato per la produzione di bioplastiche, mentre dal resto della pianta si ricava biomassa per la produzione di energia e una farina che costituisce una fonte proteica alternativa nell’alimentazione animale. Infine, grazie al cardo si produce anche un buon miele, quando il clima rende difficile alle api approvvigionarsi di polline dalle altre piante. Cosa chiedere di più a un vegetale?

L’idea parte da lontano, già negli anni Ottanta il Politecnico di Madrid aveva avviato la coltivazione di cardo per la produzione di biomasse, ma non c’erano stati sviluppi. Poi nel 2011 Novamont, l’azienda biochimica che produce anche i sacchetti in Mater-Bi distribuiti nei Coop.fi, ha cominciato a coltivare cardi in Sardegna su 15 ettari, ma i risultati sono stati così soddisfacenti che oggi i terreni coltivati a cardo si estendono per 1000 ettari.

E non solo questo ha permesso di produrre bioplastiche e alimentare in maniera ecologica le bioraffinerie, ma ha riportato delle colture lì dove erano rimasti solo erbacce e sassi, con soddisfazione degli agricoltori e senza influire negativamente sull’ambiente.

«Il cardo è una coltura rustica a basso impatto chimico, non servono irrigazione né fitofarmaci ed è poliennale, cioè una volta seminato si continua a raccogliere, senza la necessità di nuovi interventi, fino a sei-sette anni» spiega Michele Falce, responsabile del progetto per Novamont.

Go-card in Mugello

Nei mesi scorsi si è conclusa la fase sperimentale del progetto “Go-card”, coordinato da Coldiretti, che vorrebbe portare nei terreni incolti del Mugello questa coltivazione che già ha avuto tanto successo in Sardegna. La versione toscana della sperimentazione ha riguardato piccole estensioni di terreno, ma la produzione è stata sufficiente per testare l’uso della farina di cardo nell’alimentazione delle mucche da carne: «La Toscana e il Mugello sono vocate per questo tipo di allevamenti e abbiamo voluto provare la farina di cardo in sostituzione della componente proteica costituita generalmente da soia o da derivati del girasole, che spesso provengono da molto lontano e possono contenere Ogm» aggiunge Giovanni Brajon dell’Istituto Profilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana.

«Sedici animali sono stati nutriti con i prodotti consueti, altri sedici con la farina di cardo. Alla fine dell’esperimento, l’accrescimento è risultato comparabile e sostenibile economicamente – prosegue -. Vale a dire che il sapore del cardo, per noi decisamente amaro, non ha destato problemi ai bovini, né ha influenzato negativamente la carne prodotta, né per il colore, né per la morbidezza, né per le caratteristiche organolettiche».

Filiera chiusa e corta

Alimentando i bovini con farina di cardo coltivato nelle vicinanze, i vantaggi sarebbero molteplici: si creerebbe una filiera sul territorio, con risparmio sulla produzione di CO₂ e di inquinamento, non si ricorrerebbe più a prodotti Ogm e molti terreni abbandonati tornerebbero a reddito.

Quello che non serve per gli animali, può essere usato per produrre bioplastiche in un impianto non molto distante dai campi. Una filiera ravvicinata e a ciclo chiuso: quando si parla di circolarità, si intende questo.

Qualcuno potrebbe obiettare che rischiamo di favorire una monocoltura di cardo, a discapito della biodiversità agricola tipica delle campagne toscane: «Il cardo non è in concorrenza con le coltivazioni destinate al cibo e all’alimentazione umana – risponde Falce -, ma andrebbe a interessare terreni marginali o abbandonati, restituendo loro valore».

Tutti contenti quindi? Tutti, fuorché i cinghiali, che se ne stanno volentieri alla larga da questa coltivazione. Il motivo? Un campo di cardi è molto fitto, pieno di spine e il sapore amaro non è gradito. Un punto in più a favore del cardo.

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