“Giulia come tu l’hai fatto buono questa arrosto! Buono buono così buono non l’avevi mai fatto ma se ci mettevi un po’ più di sale…!”
“Giulia come tu l’hai fatto bono questo lesso, buono buono come l’hai fatto buono,
questa volta brava brava brava, ma era un po’ troppo salato…”
“Giulia come tu l’hai fatto buono questo ragù, buono buono buono così non lo facevi da tanto tempo ma se lo facevi un pochino più rosso…”.
Ormai era il motivo ricorrente tutte le volte che andavo a mangiare a casa della
mia compagna di banco del liceo. Eravamo molto amiche, si studiava sempre insieme e io spesso rimanevo a mangiare da lei. I suoi genitori affettuosi, grassi, anziani; lei era l’ottava figlia di questa simpatica coppia che si abbracciava e si baciava in cucina, nel corridoio o in giro per la casa, molto espansivi e anche se vecchi ancora felicemente innamorati.
Lui soprattutto gioviale, anche se di poche parole. Solo il leitmotiv del pranzo era tutto il suo dire. Ma Giulia incassava in silenzio tanto sapeva che il marito avrebbe sempre trovato qualcosa da ridire.
Giulia era una donna all’antica, lavorava solo in casa, teneva tutto molto pulito e in ordine ed
era una bravissima cuoca, solo un po’, anzi molto, ripetitiva: il lunedì lesso, il martedì umido, il mercoledì fritto… Insomma, si mangiava bene e si sapeva prima di
andare a tavola cosa si sarebbe mangiato e cosa sarebbe stato detto dal marito. Era
tutto ripetitivo e tranquillizzante.
Quando poi io tornavo a casa dai miei genitori raccontavo tutto e ci ridevamo io e le mie sorelle. Ormai appena qualcosa non andava iniziavamo: “Giulia…” Abbiamo riso per anni. Giulia era la persona più rammentata nella mia famiglia anche se solo io la conoscevo di persona. Ora Giulia è morta.
Io, finita l’università, mi sono sposata con un mio compagno di Facoltà, il mio
grande amore e d’accordo con lui alla prima figlia femmina ho messo nome Giulia.
A cura di Titta