Amore di mamma

Le strategie degli animali nella cura dei piccoli: il ruolo di mamma, papà e… nonna

Alcune specie si dedicano poco, o nulla, ai figli appena nati, altri animali invece investono tempo ed energia nell’accudire la prole. Da cosa dipende questa differenza?

«I primi devono puntare al successo riproduttivo investendo nel numero delle uova o dei piccoli» spiega Elisabetta Palagi, etologa presso l’Università di Pisa.

La comune tartaruga marina Caretta caretta, per esempio, dopo aver deposto e ricoperto di sabbia circa 200 uova ritorna da dove è venuta, lasciando al proprio destino la progenie.

Chi non ha tifato, guardando i documentari, per questi impacciati piccoletti che devono, tra mille ostacoli, raggiungere il mare? Solo pochissimi di loro arriveranno all’età adulta.

«Il numero di figli si riduce invece quando aumentano le cure da parte delle mamme. Pensiamo agli elefanti, la cui gestazione dura 22 mesi: dopo il parto possono essere allattati anche per 6 anni».

Non solo mammiferi

Anche gli uccelli sono piuttosto interessanti. «In questo periodo mi sto dedicando, insieme alla collega Francesca Bandoli, allo studio del comportamento del pinguino africano (Spheniscus demersus). Questa specie forma coppie monogame: maschi e femmine scelgono insieme il loro nido d’amore e solo dopo un lungo e complesso rituale di corteggiamento depongono le uova. La cova delle uova, solitamente due, la fanno entrambi, dotati in fondo alla pancia di una placca incubatrice che serve a coprire l’uovo e a tenerlo alla giusta temperatura. Dopo la schiusa i piccoli vengono nutriti e accuditi, in egual misura, dai due genitori».

Si tratta, in questo caso, di un impegno equamente diviso tra maschi e femmine; un modello familiare impossibile da replicare quando la mamma allatta, un compito che solo lei può assolvere.

«Affascinante e bizzarro è il cavalluccio marino, dell’ordine dei Syngnathiformi. La femmina depone le uova nella sacca del compagno, situata nel ventre, dove vengono fecondate. Il momento del parto, con tanto di contrazioni, arriva 25 giorni dopo. Duemila cavallucci, più o meno, vedono la luce, ma solo poche decine arriveranno all’età adulta».

«Nelle specie dove i piccoli passano molto tempo con la mamma – prosegue Elisabetta Palagi – i figli sono impegnati in attività che servono al loro sviluppo cognitivo. Abbiamo visto spesso nei documentari i giovani primati giocare, imparare, sperimentare, costruire utensili e sviluppare competenze sociali indispensabili per stare con gli altri. Il tutto sotto gli occhi attenti delle madri. Più la crescita è lenta, più è lungo il periodo dedicato al gioco e alla sperimentazione, attività indispensabili per la maturazione e l’apprendimento. Negli scimpanzé di 4 o 5 anni, anche dopo lo svezzamento, rimane un legame giocoso con la madre che contribuisce a formare la personalità di ciascun individuo».

Sono meccanismi simili a quelli umani. Anche nello sviluppo cognitivo dei nostri bambini, i pedagogisti riconoscono un ruolo molto importante al gioco. Dagli animali abbiamo sempre da imparare e la loro osservazione ci porta a indagare in profondità e a comprendere anche la natura umana.

W le nonne (e i nonni)

«Uno studio a lungo termine, realizzato con gli elefanti asiatici – conclude l’etologa – ha evidenziato l’importanza del ruolo delle nonne, oltre a quello delle madri, nell’allevare la prole. Se una nonna ha avuto molti figli, ha acquisito un’esperienza preziosa che viene messa al servizio dei nipoti, indipendentemente dalla sua età. In termini pratici questo si traduce in un aiuto concreto alla figlia, alleviandola dal peso della cura della prole e dandole, in questo modo, la possibilità di mettere al mondo altri figli e, di conseguenza, favorirne il successo riproduttivo».

Cetacei

Latte intero

I cetacei, questi straordinari mammiferi marini a sangue caldo, si distinguono in misticeti e odontoceti anche a seconda di quello che mangiano.

I primi (balenottere e balene) si nutrono di plancton e altri microrganismi che vengono filtrati attraverso i fanoni, mentre i secondi (delfini, orche, capodogli) sono predatori dotati di dentatura che si nutrono di pesci.

I due gruppi crescono i loro cuccioli in maniera differente.

«E così – sottolinea la ricercatrice Elisabetta Palagi – le balene e le balenottere producono un latte ad alto valore proteico che per il 50 per cento è composto da grasso; queste mamme devono quindi accumulare peso prima del parto. Per 5-7 mesi i figli (generalmente uno) ricevono una vera bomba calorica che nel tempo si riduce del contenuto in grassi. Gli odontoceti, invece, allattano da un anno a tre, a seconda della specie. Il loro latte è meno grasso, varia dal 10 al 30 per cento. Alcuni studi affermano che più lungo è il periodo di allattamento più lo sviluppo del cervello è complesso».

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