Riscaldamento climatico e agricoltura: la situazione in Italia e in Toscana

Il punto di vista di Mauro Agnoletti, docente di Pianificazione e Storia del paesaggio all'Università di Firenze, titolare della cattedra Unesco per la conservazione e valorizzazione del patrimonio rurale

Recuperare i terreni abbandonati e destinarli all’agricoltura sarebbe un primo, ma importante passo per far fronte alle crisi da fabbisogno alimentare dovute anche al cambiamento climatico. È il punto di vista di Mauro Agnoletti, docente di Pianificazione e Storia del Paesaggio all’Università di Firenze e titolare della cattedra Unesco per la conservazione e valorizzazione del patrimonio rurale.

Qual è la situazione in Italia?

Abbiamo abbandonato 10 milioni di ettari di aree agricole negli ultimi 70 anni, dovremmo recuperarne almeno una parte e ricominciare a coltivare i boschi, visto che importiamo la maggior parte del cibo e del legno dall’estero.

Il cambiamento climatico sta modificando anche il paesaggio toscano?

Il nostro paesaggio non è stato ancora significativamente trasformato dal cambiamento climatico. Il fatto che abbiamo circa 6 milioni di ettari di nuovi boschi in Italia e 300.000 in Toscana significa che non soffriamo di desertificazione o deforestazione.

Però stiamo assistendo a un cambiamento…

Il cambiamento è parte della storia della Terra. La desertificazione del Sahara dallo stato di prateria, secondo ricerche recenti, è avvenuta circa 5000 anni fa, mentre l’altezza del mare è variata negli ultimi duemila anni sommergendo o prosciugando vaste zone costiere. Non è quindi corretto parlare di rischi per l’ambiente, semplicemente perché l’ambiente non è mai stato stabile; i rischi riguardano invece cambiamenti climatici pericolosi per la specie umana.

Cosa ci aspetta?

Piogge più intense potranno causare fenomeni di dissesto, stress idrici e temperature più elevate faranno soffrire alcune specie vegetali nel sud dell’Europa, ma avremo stagioni vegetative più lunghe e potremo coltivare nuove specie nel nord e in montagna.

Come dovremmo reagire?

L’uomo ha imparato a sopravvivere in climi e ambienti difficili: deserti, montagne o zone coperte da neve per gran parte dell’anno. Ci aiuteranno sia la tecnologia sia le pratiche agricole tradizionali che hanno resistito per millenni. Ma non è riconsegnando il territorio alla natura che sopravvivremo: lo sa che un oliveto alle nostre latitudini assorbe più CO₂ di un bosco?

Il 2022 si sta rivelando un anno particolarmente secco: ci sono coltivazioni a rischio?

Tutte le colture sensibili all’aridità e che necessitano di irrigazione sono a rischio, specie quelle intensive. Va detto che abbiamo esteso l’irrigazione anche a colture che non erano irrigate in passato, come vite e olivo. L’agricoltura assorbe il 70% della disponibilità di acqua dolce, che attingiamo solo dallo 0,008% della totalità dell’acqua presente sul pianeta; dovremo invece sfruttare le immense riserve idriche di cui la terra è ricca, accettando costi dell’acqua superiori.

Glossario

Stress idrico: rapporto tra il totale dell’acqua dolce prelevata da tutte le attività economiche e il totale delle risorse di acqua dolce disponibili

Impronta idrica: misura la quantità di acqua necessaria per ciascuno dei beni e servizi che usiamo

Bene a sapersi

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