La crisi delle democrazie globali

Le nostre interviste in collaborazione con Pandora Rivista per capire meglio il mondo di oggi e i nuovi scenari internazionali proseguono con questa intervista alla politologa Nadia Urbinati, che recentemente ha pubblicato con il Mulino il libro Nata Democratica.

Le nostre interviste in collaborazione con Pandora Rivista per capire meglio il mondo di oggi e i nuovi scenari internazionali proseguono con questa intervista alla politologa Nadia Urbinati, che recentemente ha pubblicato con il Mulino il libro Nata Democratica.

L’intervista

Negli ultimi anni molti osservatori hanno descritto la democrazia globale come attraversata da una fase di crisi e transizione. Alcuni indicatori, come il Democracy Index 2025 dell’Economist Intelligence Unit, registrano una certa stabilizzazione dopo anni di arretramento e un aumento della partecipazione pubblica; allo stesso tempo, segnalano il peggioramento degli Stati Uniti sotto diversi aspetti legati alla tenuta delle istituzioni democratiche. Come descriverebbe oggi lo stato di salute della democrazia? Siamo di fronte a una crisi, a una riconfigurazione o a una trasformazione strutturale?

Nadia Urbinati: Gli indici sulla democrazia sono strumenti utili, ma riescono sempre meno a entrare nello specifico dei fenomeni che osserviamo e ci offrono soprattutto indicazioni generali. Tra queste c’è, per esempio, il tema della partecipazione pubblica. Nell’ultimo periodo abbiamo assistito a un numero enorme di manifestazioni, dall’ascesa di Trump alla guerra e alla tragedia di Gaza. Persone molto diverse sono scese in piazza, spesso al di fuori di appartenenze strettamente partitiche, per esprimere il proprio disagio tramite la protesta. Da qui si potrebbe pensare che la democrazia non sia poi così in crisi, perché un certo livello di libertà continua evidentemente a esistere. In fondo, piazze contestatrici di questo tipo non le vediamo né a Pechino né a Mosca.

Tuttavia, questo è vero solo fino a un certo punto. Il fenomeno interessante è che viviamo in una fase caratterizzata da un enorme movimentismo e da continue forme di dissenso pubblico, dagli Indignados a Occupy Wall Street fino ai gilet jaunes, senza che questa mobilitazione permanente riesca davvero a tradursi in una trasformazione politica concreta. Si è prodotta una dissociazione tra l’espressione del dissenso e la sua capacità di incidere sulle istituzioni, una distanza crescente tra il “dentro” e il “fuori”, tra le istituzioni democratiche e una società che continua a esprimere domande e rivendicazioni senza trovare un canale adeguato di traduzione politica.

La democrazia è sempre in crisi, perché la modernità politica nasce insieme all’idea stessa di crisi, come ricorda anche Reinhart Koselleck. La crisi non è però necessariamente un segno di decadenza; può essere un segno di vitalità, perché implica giudizio, scelta, decisione. Anche Aristotele collega la crisi al momento della decisione: quando interrompiamo una routine e scegliamo una direzione, entriamo in una situazione critica. La crisi appartiene alla libertà stessa, perché solo chi è libero può cambiare idea, modificare il proprio orientamento, rimettere in discussione le proprie scelte.

Il problema nasce quando lo scollamento tra cittadini e istituzioni diventa strutturale, quando cioè chi sta fuori percepisce di non avere più alcuna capacità reale di incidere, mentre chi governa tende a comportarsi come se il potere appartenesse soltanto a chi occupa le istituzioni. Ed è qui che emerge una supponenza oligarchica, nonostante l’esistenza delle costituzioni che dovrebbero limitare il potere e impedire che venga esercitato a vantaggio esclusivo di alcuni gruppi. È dunque la dimensione costituzionale della democrazia a trovarsi oggi in difficoltà. Le costituzioni non nascono per contenere una massa indistinta, ma per limitare il potere delle maggioranze di governo e impedire che gli interessi di chi occupa le istituzioni coincidano con l’azione politica, a svantaggio di una parte della società. Quando questo equilibrio si rompe, la democrazia rischia di diventare inagibile e il pericolo più grande è che si diffonda l’idea che le democrazie siano incapaci di mantenere la promessa inscritta nelle loro stesse costituzioni.

Uno degli aspetti più evidenti di questa fase sembra essere la crescente disintermediazione politica. Sempre più spesso emergono richieste di leadership forti, anche perché molte forme di partecipazione e mobilitazione collettiva faticano a tradursi in sintesi politiche e istituzionali efficaci. Da dove si può partire per capire come si è arrivati a questo punto? E quali sono le cause principali di questa disintermediazione?

Nadia Urbinati: È esattamente questo il nodo sul quale dovremmo concentrare l’attenzione. Le democrazie non sono nate attraverso un processo semplice né rapido; si sono sviluppate prima nella società e solo successivamente nelle istituzioni. Se guardiamo alla storia europea dalla Rivoluzione francese in poi, vediamo che i governi rappresentativi fondati sul consenso elettorale hanno funzionato come uno stimolo alla mobilitazione sociale. Lavoratori, contadini, donne, poveri e tutte le masse escluse dalla partecipazione politica hanno costruito movimenti sociali, società di mutuo soccorso, sindacati e partiti. Senza queste strutture collettive, la democrazia rischia di ridursi a un sistema di governo fondato su maggioranze parlamentari, ma sganciato dalla cittadinanza reale.

In Italia, dopo il fascismo, la Repubblica nasce attraverso un’enorme inclusione democratica. Il 2 giugno 1946 segna un mutamento radicale, che però continua ad avere il proprio fondamento nella società organizzata. Nel tempo, tuttavia, queste forme di organizzazione sono cambiate profondamente. A partire dagli anni Sessanta emergono sempre più movimenti civili e movimenti per i diritti, spesso centrati sull’estensione dei diritti individuali più che sugli interessi sociali collettivi. È un cambiamento importante, positivo sotto molti aspetti, ma che produce anche uno spostamento. Restano forti i movimenti legati ai diritti civili e alle rivendicazioni identitarie, mentre si indeboliscono progressivamente quelli che rappresentavano le condizioni materiali e sociali di vita. Una parte della società finisce così per scomparire dai radar della politica.

Questa erosione modifica profondamente il funzionamento della rappresentanza democratica, perché se la rappresentanza non è più collegata a interessi organizzati capaci di entrare nelle istituzioni, la società resta fuori e si produce quella frattura di cui parlavamo prima. A questo si aggiunge la trasformazione dei mezzi di comunicazione e lo sviluppo delle tecnologie digitali. Oggi tendiamo a pensare che basti una chat o una rete online per creare un movimento politico, ma non è così, perché la politica ha bisogno di fisicità, di luoghi condivisi, di spazi concreti di organizzazione e di incontro.

Lo spazio è il luogo della politica, così come il tempo è il luogo della democrazia, che vive sempre di promesse rivolte al futuro. Ed è per questo che credo non basti fermarsi alla sola analisi del fenomeno. Se il mondo sociale per cui erano state costruite le istituzioni rappresentative dell’Ottocento è radicalmente cambiato, allora dobbiamo chiederci se quelle istituzioni siano ancora adeguate e se esista uno spazio per un’innovazione democratica capace di ripensare procedure e istituzioni che non sono più pienamente funzionali alla società contemporanea.

Lo scollamento tra élite politiche e società in qualche modo ha plasmato anche il discorso populista. Il fenomeno del populismo rappresenta una causa o piuttosto una conseguenza della crisi della democrazia rappresentativa? E quanto pesa, nella sua affermazione, anche una crisi delle ideologie e delle forme tradizionali di organizzazione politica?

Nadia Urbinati: Il populismo è un fenomeno importante, anche se alcuni sostengono che non esista davvero come categoria autonoma e che sia semplicemente un’altra manifestazione dell’autoritarismo. Io credo invece che la distinzione vada mantenuta, perché l’autoritarismo è una forma di governo, mentre il populismo è un modo di arrivare al potere e di mantenerlo attraverso linguaggi, stili comunicativi e forme di mobilitazione che si sviluppano dentro la democrazia rappresentativa. Il populismo nasce all’interno di una cittadinanza sempre più disaggregata, che non dispone più di partiti e organizzazioni capaci di convogliare interessi e trasformarli in progetto politico. Quando queste strutture intermedie si indeboliscono, si apre inevitabilmente uno spazio che il populismo occupa. In Europa questo fenomeno emerge soprattutto dopo il 1989 e con il processo di integrazione europea.

Prima esistevano movimenti della destra radicale o postfascista, ma il populismo contemporaneo assume un’identità diversa, che esplode negli anni Novanta dentro un contesto segnato dalla fine della Guerra fredda e dall’affermazione di sistemi politici sempre più vincolati da regole sovranazionali. Nasce così una rivendicazione di potere da parte di una fascia della cittadinanza che si percepisce espropriata e distante dai luoghi decisionali. Il populismo è dunque l’espressione di un disagio reale, che però diventa patologico quando si trasforma esso stesso in forma di governo. La rappresentanza populista tende, infatti, a identificare il popolo con il leader che lo interpreta e lo definisce. Non è un caso che questi movimenti prendano spesso il nome dai loro leader: peronismo, berlusconismo, trumpismo. È il leader a dare forma al popolo come corpo unitario, comprimendo inevitabilmente il pluralismo.

Da questo punto di vista, il populismo contesta le élite esistenti ma non elimina affatto le élite; semplicemente ne sostituisce una con un’altra. La promessa è quella di restituire il potere al popolo, ma ciò che avviene concretamente è un ricambio delle classi dirigenti che non risolve i problemi strutturali all’origine del disagio. Il caso di Donald Trump è molto significativo. Il primo Trump era ancora pienamente populista e insisteva continuamente sull’idea di incarnare il “popolo dimenticato”. Il secondo Trump mostra invece già il passaggio da una mobilitazione populista a una riconfigurazione più apertamente autoritaria del sistema politico. Per questo paragono spesso il populismo a una forma parassitaria: vive dentro la democrazia, si alimenta delle sue strutture e progressivamente le svuota, conducendole verso un altro tipo di regime. Negli Stati Uniti vediamo già alcuni elementi di questa trasformazione, con attacchi sempre più diretti ai principi costituzionali e persino al diritto di voto.

Per questo credo che non si possa più parlare semplicemente di crisi. Siamo piuttosto di fronte a una trasformazione delle democrazie contemporanee, veicolata anche attraverso forme populistiche che rischiano di portarci altrove. In tutto questo conta molto anche la struttura istituzionale delle democrazie. Nei sistemi parlamentari è più difficile che un leader populista conquisti il potere senza mediazioni, perché servono alleanze, compromessi e negoziazioni continue. Nei sistemi presidenziali, soprattutto maggioritari come quello statunitense, il rischio è più elevato. Anche per queste ragioni considero pericolosa la lunga svalutazione del parlamentarismo. Oggi, paradossalmente, i sistemi parlamentari appaiono più resilienti rispetto alle derive autoritarie contemporanee.

Il fenomeno del populismo sembra intrecciarsi anche con la trasformazione dell’ecosistema informativo contemporaneo. Sono cambiate le forme della mediazione, il rapporto con la verità pubblica e il ruolo stesso dello spazio pubblico. Oggi esiste ancora la possibilità di costruire un terreno condiviso di discussione democratica?

Nadia Urbinati: Inizialmente molti hanno pensato che le nuove forme di comunicazione digitale potessero rappresentare un ampliamento della democrazia. Erano strumenti leggeri, che sembravano rendere l’informazione più immediata, accessibile e diffusa. Eppure, la democrazia moderna è nata dentro un mondo fisico dell’informazione: la stampa non era importante soltanto per il lavoro dei giornalisti, ma perché costruiva una temporalità condivisa, necessaria alla formazione dell’opinione pubblica. Già negli anni Sessanta, però, si osserva una progressiva concentrazione dell’informazione. Robert Dahl notava la scomparsa dei piccoli quotidiani locali, mentre Jürgen Habermas mostrava come l’opinione pubblica rischiasse di non essere più davvero “pubblica”. È un punto decisivo, perché la democrazia ha bisogno di uno spazio condiviso di discussione, non controllato da pochi soggetti privati.

Oggi questo problema si è aggravato enormemente. L’informazione circola in tempo reale, con una velocità che non lascia quasi più spazio alla verifica, alla discussione o all’approfondimento. È come se fossimo passati dalla democrazia del presente alla democrazia dell’istante. Riceviamo una quantità enorme di informazioni, ma questa sovrabbondanza non produce maggiore trasparenza; al contrario, genera opacità. Più siamo sommersi da dati e contenuti, meno riusciamo davvero a comprendere ciò che accade. A questo si aggiunge la concentrazione monopolistica delle piattaforme digitali. Molti pensavano che internet avrebbe democratizzato la comunicazione; in realtà ci troviamo dentro sistemi opachi dominati da pochi soggetti privati globali che controllano la circolazione delle informazioni e orientano i comportamenti degli utenti. Noi stessi partecipiamo volontariamente a questo processo, esponendo continuamente dati, preferenze e abitudini. Qui ritorna il tema della “servitù volontaria” di Étienne de La Boétie: andiamo incontro alla nostra dipendenza quasi con piacere.

Il monopolio dell’informazione rappresenta oggi una minaccia diretta alla libertà. Anche il liberalismo classico lo aveva compreso molto bene: Adam Smith non avrebbe mai pensato che il mercato potesse coincidere con il monopolio, perché il principio liberale era la concorrenza. Oggi invece siamo di fronte a enormi concentrazioni di potere economico e comunicativo che finiscono per condizionare direttamente anche la vita democratica. Per questo credo che le democrazie debbano tornare a intervenire con forza sul tema della regolazione pubblica delle piattaforme e dei grandi monopoli tecnologici. Non è più possibile lasciare che siano pochi soggetti privati globali a decidere le condizioni della comunicazione pubblica, delle campagne elettorali e della formazione dell’opinione.

Un soggetto che prova a contrastare questo fenomeno è l’Unione Europea, nata anche dall’esperienza della Resistenza e dall’idea di costruire un progetto politico capace di impedire il ritorno delle logiche di potenza che avevano devastato il continente. Oggi però il quadro internazionale è cambiato: pesano l’incertezza sul ruolo degli Stati Uniti e la concentrazione crescente del potere economico e tecnologico nelle mani di pochi soggetti. In questo scenario, quale ruolo può assumere l’Unione Europea? E quanto è importante distinguere tra liberalismo politico, fondato su diritti e pluralismo, e liberalismo economico o neoliberismo?

Nadia Urbinati: Il capitalismo contemporaneo non è più capace di autolimitazione e lo aveva già capito molto bene John Stuart Mill, che pure era un liberale. Il problema del capitalismo è che tende continuamente ad accrescere il profitto eliminando progressivamente la concorrenza. Quando diciamo che il monopolio rappresenta una minaccia per la libertà non stiamo facendo un discorso anticapitalista in senso classico; stiamo prendendo sul serio il liberalismo stesso.

L’Europa nasce precisamente dentro questa tradizione, cioè dall’idea kantiana che la pace possa essere costruita attraverso il coordinamento tra soggetti diversi, dentro uno spazio comune di regole, interessi e cooperazione. All’inizio questo progetto prende forma soprattutto sul piano economico, perché uomini come Robert Schuman comprendono che l’integrazione deve partire da interessi concreti e condivisi. Da lì nasceranno i Trattati di Roma e il Mercato comune europeo. L’idea fondamentale era che il superamento delle frontiere economiche e la costruzione di regole comuni potessero produrre insieme pace e libertà. Per questo credo che oggi l’Europa rappresenti il punto più avanzato del tentativo di tenere insieme libertà, pluralismo, regolazione e pace. Non era stata costruita per contrastare i monopoli tecnologici contemporanei, naturalmente, ma aveva già dentro di sé un principio fondamentale: impedire concentrazioni di potere tali da minacciare la libertà collettiva.

Oggi quel principio deve essere applicato anche al potere economico globale. In questo senso l’Europa possiede una forza enorme: rappresenta uno dei più grandi mercati del mondo e nel corso degli anni ha sviluppato soprattutto una straordinaria capacità regolativa. È ciò che spesso viene definito “impero delle norme”, in quanto nessun prodotto estero può entrare davvero nel mercato europeo senza rispettare determinati standard. Attraverso questa capacità normativa l’Europa esercita un’influenza globale molto più importante di quanto spesso si riconosca. È proprio questo che una parte della Silicon Valley considera insopportabile. I grandi monopoli tecnologici vorrebbero un mondo privo di limiti e regolazioni, nel quale poter intervenire direttamente sui comportamenti individuali fin dall’infanzia. Pensiamo, per esempio, al tema dell’uso dei social network da parte dei bambini e degli adolescenti. Qui l’Europa potrebbe svolgere un ruolo decisivo, introducendo limiti e regole che tutelino davvero la formazione della persona e la qualità della vita democratica.

Naturalmente nessun Paese europeo, preso singolarmente, avrebbe la forza di affrontare questi processi. È proprio per questo che l’Europa rappresenta oggi una possibilità fondamentale. Se le democrazie europee agiscono in ordine sparso non hanno alcun potere reale; se invece riescono a coordinarsi, possono ancora incidere sul funzionamento del capitalismo globale e sulla regolazione dei grandi monopoli. Per queste ragioni considero molto pericolosa la retorica antieuropea che si sta diffondendo negli ultimi anni. Senza una dimensione europea, i singoli Paesi sarebbero molto più deboli e molto più esposti alle logiche di dominio economico e politico globale. Oggi la difesa della democrazia passa inevitabilmente anche dalla capacità di rafforzare questo spazio comune.

A proposito del suo ultimo libro, scritto anche in occasione dell’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica, lei insiste molto sul fatto che la democrazia italiana sorga da pratiche diffuse di autogoverno sviluppatesi durante la Resistenza. In che senso quell’esperienza rappresenta, ancora oggi, un riferimento fondamentale per comprendere la democrazia?

Nadia Urbinati: La Resistenza è stata prima di tutto un fenomeno locale che non nasce dal centro, da Roma, ma dai territori. Certo, c’erano anche le armi, e oggi sembra quasi difficile dirlo senza imbarazzo, ma in quel caso la questione era molto semplice: o dominavano i nazifascisti oppure si poteva essere liberi. La Resistenza è stata un esempio straordinario di un impegno militare non desiderato. Quei ragazzi non volevano andare a morire; volevano soprattutto uscire dalla cappa soffocante dell’Italia fascista, da un Paese chiuso, autarchico e oppressivo. Claudio Pavone, in Una guerra civile, mostra molto bene che si trattava spesso di giovani, talvolta giovanissimi, mossi prima di tutto da un desiderio elementare di libertà. Per questo molti uomini scapparono di casa e molte donne lasciarono le famiglie per unirsi alle brigate partigiane. Non erano mossi necessariamente da grandi costruzioni ideologiche; c’era piuttosto una forza profondamente umana, legata al desiderio di vivere liberamente.

E nelle testimonianze raccolte da Pavone colpisce proprio questo sentimento di gioia: alcuni raccontano di non essersi mai sentiti così liberi come in quel periodo, nonostante la guerra e il rischio continuo della morte. La Resistenza fu quindi un’esperienza di libertà, ma anche di autogoverno. Attraverso gli studi di Massimo Legnani sulle repubbliche partigiane del Nord Italia si vede chiaramente che, appena piccoli territori riuscivano a liberarsi dai fascisti e dai nazisti, ricominciavano immediatamente a organizzare una vita democratica: assemblee locali, decisioni sulla scuola, sulla tassazione, sulla redistribuzione delle terre. Si ricostruiva una vita civile e politica concreta.

La Costituzione italiana non nasce dunque soltanto nelle aule dell’Assemblea costituente, ma prima di tutto dentro queste esperienze diffuse di autogoverno. La pratica democratica precede la formalizzazione costituzionale. Ed è proprio questo che rende il caso italiano così interessante: mostra come una società possa produrre istituzioni democratiche quasi spontaneamente, a partire da bisogni concreti di cooperazione, convivenza e libertà. Qui ritorna anche una riflessione molto bella di Carlo Cattaneo, che parlava di una “atavica moralità” delle popolazioni italiane, cioè della capacità di autogovernarsi sviluppata nei secoli attraverso la necessità di difendersi dalle invasioni e dai domini esterni. Durante la Resistenza accade esattamente questo: le persone si danno delle regole senza aspettare che arrivino dall’alto. Ed è uno degli insegnamenti più importanti che quell’esperienza continua ancora oggi a trasmetterci.

Abbiamo parlato molto della democrazia come pratica costruita attraverso partecipazione, conflitto e organizzazione collettiva. Alla luce delle trasformazioni contemporanee che abbiamo discusso, quale ruolo possono ancora avere oggi il dissenso e le forme di partecipazione dal basso nella tenuta delle democrazie?

Nadia Urbinati: La Resistenza ci insegna che nei momenti di crisi profonda le democrazie possono rigenerarsi attraverso la capacità autonoma delle persone di associarsi, discutere e costruire nuove forme di vita politica. I resistenti non partivano da zero: esisteva una lunga tradizione di autogoverno locale e di organizzazione dal basso. Però quell’esperienza rese tutto questo consapevole e visibile. Di fronte a una situazione di sbandamento, quelle persone si riunirono, costruirono assemblee, organizzarono territori e pensarono concretamente a come governarsi. È questo il punto decisivo: la democrazia possiede una capacità trasformativa che riemerge soprattutto nei momenti di crisi. Già nel 1925, durante una crisi gravissima delle istituzioni rappresentative, Hans Kelsen si interrogava su come riformare il parlamentarismo, perché vedeva il rischio di una separazione crescente tra rappresentanti e cittadini. La stessa questione si pone oggi. La lezione della Resistenza consiste proprio nel ricordarci che la democrazia può essere rinnovata soltanto con più democrazia.

La democrazia elettorale va ridemocratizzata, cioè resa nuovamente capace di mettere in relazione cittadini, istituzioni e decisioni collettive. Questo richiede sia interventi istituzionali sia nuove forme di partecipazione sociale. Penso, per esempio, alle assemblee dei cittadini, anche estratte a sorte, purché abbiano una funzione reale di orientamento e costruzione dell’agenda pubblica. Penso anche alla necessità di restituire peso ai consigli di quartiere, ai comitati locali e a tutti quei luoghi nei quali le persone possano tornare a percepire di avere un’incidenza concreta sulla propria vita quotidiana.

Anche i partiti dovrebbero cambiare: non possono limitarsi a elaborare programmi chiusi dentro stanze separate dalla società, ma devono tornare a frequentare i luoghi reali della vita collettiva e ricostruire relazioni dirette con gli elettori. Allo stesso modo, credo siano necessarie riforme elettorali che rafforzino la rappresentanza e limitino le distorsioni maggioritarie. I sistemi proporzionali, da questo punto di vista, consentono ai cittadini di sentirsi rappresentati anche quando appartengono a minoranze politiche. C’è poi il tema decisivo dell’informazione. Le democrazie devono trovare il modo di costruire fonti alternative e realmente pubbliche di comunicazione, perché non è possibile lasciare la formazione dell’opinione nelle mani di pochi monopoli privati globali.

Io continuo a credere che la democrazia abbia una straordinaria capacità di innovazione, perché se guardiamo alla sua storia, dall’antica Grecia fino a oggi, vediamo il più grande laboratorio di invenzione politica creato dagli esseri umani. Le democrazie cambiano perché sono guidate da alcuni principi fondamentali: la libertà, la possibilità di dissentire, la partecipazione, ma anche l’eguaglianza. E l’eguaglianza non è soltanto un principio astratto o giuridico; è una condizione materiale. Senza scuola pubblica, sanità pubblica, accesso alla casa e sicurezza sociale, la democrazia rischia di trasformarsi semplicemente in una forma di liberalismo oligarchico e affaristico.

(Intervista a cura di Pandora Rivista)

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