Capire il presente non è semplice. Guerre, crisi energetiche, tensioni internazionali e trasformazioni economiche stanno cambiando il mondo in cui viviamo, con effetti concreti anche sull’Europa e sulla vita quotidiana.
Nell’intervista a Nathalie Tocci, politologa, editorialista e direttrice dell’Istituito Affari Internazionali di Roma, realizzata in collaborazione con Pandora Rivista, proviamo a leggere questo passaggio storico con uno sguardo chiaro e accessibile: dalla sicurezza energetica al ruolo dell’Europa, fino alle fragilità del sistema internazionale.

L’intervista
Come possiamo interpretare questa fase di rapido deterioramento della stabilità internazionale?
Le crisi degli ultimi anni, dalla guerra in Ucraina all’escalation in Medio Oriente, sono segnali di una trasformazione profonda che riguarda la fine dell’ordine internazionale liberale e la progressiva militarizzazione delle interdipendenze.
L’energia è il terreno in cui tale fenomeno emerge con maggiore chiarezza. L’Europa aveva colto, almeno inizialmente, la lezione della guerra in Ucraina, che mostrava come le dipendenze energetiche possano diventare strumenti di pressione geopolitica; tuttavia, quella consapevolezza si è rapidamente indebolita, anche per il ritorno di dinamiche nazionaliste e per una crescente delegittimazione della transizione ecologica.
Il conflitto che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran evidenzia che la diversificazione delle fonti fossili incide sulle quantità, ma non elimina l’esposizione ai prezzi globali e agli shock geopolitici, i cui effetti si propagano anche a chi non dipende direttamente da una determinata area. In questo senso, la sicurezza energetica europea coincide con la transizione, intesa come riduzione strutturale delle dipendenze.
In che modo queste dinamiche si manifestano in altri ambiti e quanto stanno influenzando i rapporti tra Stati?
Una dinamica analoga si osserva sul piano tecnologico, dove l’intelligenza artificiale e le catene del valore legate ai dati stanno producendo nuove forme di interdipendenza, concentrate soprattutto tra Stati Uniti e Cina. Anche in questo caso, il punto non è la dipendenza in sé, ma la possibilità che venga utilizzata come leva di pressione.
La questione riguarda quindi la capacità di mantenere il controllo sui nodi critici delle catene del valore, così da contenere la propria vulnerabilità. L’inflazione, l’aumento dei costi energetici e il rischio di stagnazione, inoltre, si intrecciano oggi con un mutamento più ampio nel funzionamento dell’ordine internazionale: alla violazione del diritto si affianca la sua progressiva delegittimazione, con un passaggio verso un contesto in cui le regole vengono apertamente disconosciute.
Quali margini di azione possiede l’Europa in questo contesto?
Per l’Europa, il multilateralismo ha storicamente rappresentato uno strumento per contenere l’esercizio della forza in un sistema in cui il continente europeo non dispone di una posizione di supremazia; in un contesto in cui anche la relazione transatlantica diventa più incerta, questa vulnerabilità tende ad ampliarsi.
In parallelo, la Cina mostra una maggiore coerenza strategica, soprattutto nel campo della transizione energetica, pur mantenendo una postura prudente e di mediazione sul piano della sicurezza internazionale.
Emerge così l’esigenza di costruire nuove convergenze, come indicato dal Primo ministro canadese Mark Carney a Davos, riducendo le dipendenze più critiche e rafforzando relazioni con un insieme ampio di Paesi interessati alla stabilità e al mantenimento di regole comuni.
In una fase in cui il nuovo ordine resta indefinito mentre quello precedente è chiaramente in crisi, la posta in gioco per l’Europa riguarda la gestione della propria vulnerabilità e la capacità di adattamento, ed è su questo terreno che si definirà la sua rilevanza futura.
Con la fine dell’ordine internazionale liberale, come potrebbe costituirsi un nuovo ordine e cosa dobbiamo aspettarci da questo interregno?
L’incertezza è destinata a durare, perché appunto non si vede ancora chiaramente un nuovo ordine, mentre sono evidenti i colpi inferti a quello precedente. Nel momento in cui si immagina un sistema che include Paesi con assetti politici molto diversi, non è realistico pensare di poter riprodurre lo stesso l’ordine.
In un sistema globale più eterogeneo come quello che si prospetta, le norme saranno inevitabilmente più “sottili” e meno ambiziose, senza pretendere standard democratici elevati all’interno degli Stati come la piena separazione dei poteri. Ciò non esclude, però, la configurazione di alcune basi comuni minime, come il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale. Se questi principi fossero davvero osservati, il mondo sarebbe già molto diverso.
