L’inflazione è il fatto nuovo di questi ultimi anni: dimenticata dopo gli ormai lontani anni Settanta, è ritornata attuale in anni più recenti ed è, oggi, di nuovo in agguato a seguito delle follie di Trump che, tra dazi e guerra all’Iran, ha alimentato una nuova impennata dei prezzi.
Con inflazione si intende l’aumento generalizzato e prolungato dei prezzi dei beni e servizi; ma siccome non tutti i prezzi aumentano nella stessa misura c’è chi se ne avvantaggia: fra questi, coloro che sono in grado di scaricarla integralmente sui prezzi di vendita. I lavoratori e i pensionati, i cui redditi non sono adeguati all’inflazione, ne subiscono interamente le conseguenze; quindi si impoveriscono e, siccome in Italia i loro redditi sono spesso ai limiti della sussistenza, il rischio povertà è molto concreto.
C’è un rischio speculazione?
Se il prezzo delle materie prime aumenta, è legittimo attendersi che coloro che le comprano, subendo un aumento dei costi, tendano a scaricarlo sui prezzi, ma le scorte che molti produttori conservano nei magazzini sono state acquistate a prezzi molto più bassi; quindi l’immediato aumento dei prezzi, che si è osservato recentemente, non si giustifica: in questi casi è lecito parlare di vera e propria “speculazione”. Categoria in cui si inseriscono tutti coloro che, con la scusa generica dell’inflazione, aumentano i prezzi senza alcuno stretto legame con l’effettivo aumento dei costi che hanno subito.
Insomma, l’inflazione genera uno stato di caos al cui interno molti riescono a navigare con furbizia, scaricando i danni sulle fasce più deboli, non solo della popolazione, ma anche del mondo produttivo.
Inflazione e carrello della spesa
Il termine “carrello della spesa” è largamente usato dai media: comprende i generi alimentari, le bevande, alcuni prodotti per la cura della persona e della casa, beni cioè di prima necessità, di uso spesso quotidiano che, quando i prezzi aumentano, stuzzicano immediatamente la sensibilità dei consumatori. In realtà i beni inclusi nel carrello rappresentano solo un quinto della spesa complessiva delle famiglie, non ci sono i costi per l’energia, i trasporti, i servizi ricreativi, le spese per l’istruzione, quelle sanitarie. Quindi il costante riferimento al carrello della spesa fornisce un’immagine distorta delle reali difficoltà del consumatore. Alcuni dei beni e servizi che non ne fanno parte sono altrettanto indispensabili e sono talvolta assai meno gestibili: si pensi all’energia o ai costi per l’affitto.
Colpa della grande distribuzione?
Il riferimento al “carrello della spesa” evoca l’immagine del supermercato rischiando di farlo apparire come il principale responsabile dell’aumento dei prezzi. Ancora non sappiamo cosa accadrà a seguito della nuova crisi internazionale ma, osservando il recente passato, se è vero che l’aumento dei prezzi del “carrello” è stato spesso superiore a quello del resto dei beni, è altrettanto vero che l’aumento è solo in minima parte attribuibile al venditore finale (i margini di profitto del commercio al dettaglio sono ben al di sotto di quelli medi del sistema e lontanissimi da quelli massimi di alcuni settori). Nella lunga catena che porta dal produttore iniziale (agricoltore-allevatore) a quello finale (il rivenditore) sono soprattutto le fasi intermedie quelle in cui si accumulano i maggiori profitti.
Nel caso di Unicoop Firenze, inoltre, l’attenzione a contenere i prezzi per non gravare eccessivamente sui consumatori è costante. Con un vantaggio ulteriore, perché spinge anche i concorrenti a contenere i prezzi, tanto da fare della Toscana una delle regioni con prezzi al consumo più bassi.
(a cura di Stefano Casini Benvenuti)
La spesa degli italiani: cresce il peso delle bollette
L’Istat nell’ultima indagine diffusa nell’autunno 2025 raccontava che nel 2024 la spesa media mensile delle famiglie era di 2755 euro, stabile rispetto al 2023 (2738 euro). Dato però superiore al livello pre-Covid (2561 euro nel 2019): «Tra il 2019 e il 2024 la spesa per consumi alimentari delle famiglie è aumentata del 7,6% a fronte di un’inflazione del 18,5%» spiegano dall’Istat. Questo significa che in molti hanno dovuto stringere la corda del borsello: infatti, sia nel 2023 che nel 2024 le famiglie che dichiaravano di aver provato a limitare la quantità o la qualità del cibo acquistato erano il 31%.
Ma come è suddivisa la torta delle spese?
A livello nazionale la spesa alimentare rappresenta in media il 19% del totale. Oltre l’80%, che corrisponde a poco più di 2200 euro mensili, è dedicato a tutto il resto: la voce principale riguarda i costi per l’abitazione – acqua, elettricità e combustibili – che ammonta a circa il 36%, seguono beni e servizi personali (12%), i trasporti (quasi 11%), ristorazione e alloggio (6%), ricreazione, sport e cultura (circa 4%), comunicazioni e informazione (2%).
Il dato dei costi per l’abitazione nel 1994 superava di poco il 24% del totale: in trent’anni è cresciuto di 12 punti percentuali, a causa dell’aumento delle bollette per energia e riscaldamento.
Evidenti le differenze fra nord e sud, dove disponibilità economiche minori spostano la bilancia delle spese verso i bisogni primari, per il cibo e la casa, dunque. Nel 2024 le regioni con la spesa media mensile più elevata si confermavano Trentino-Alto Adige (3584 euro) e Lombardia (3162 euro), mentre Calabria e Puglia erano agli ultimi posti della classifica con rispettivamente 2075 e 2000 euro mensili. Una disparità che è andata ad aumentare nel tempo.
(a cura di Cecilia Morandi)
