Dopo l’Australia, anche alcuni Paesi europei stanno prendendo provvedimenti per vietare o limitare l’accesso dei minori di 15-16 anni ai social network. Nell’attesa che la politica decida, sono già evidenti le conseguenze sulla salute dell’esposizione precoce ed eccessiva a dispositivi elettronici come smartphone e tablet.
Tre specialisti dell’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze – una pediatra, una neuropsichiatra e un oculista – fanno il punto sull’impatto su bambini e adolescenti. Ecco cosa è emerso e alcuni consigli pratici per provare ad arginare il “malessere digitale” dovuto a un cattivo uso di questi strumenti.
La voce della pediatra
Partiamo dai numeri: il rapporto 2024 dell’Istituto Superiore di Sanità ci dice che, in Italia, circa il 40% dei bambini al di sotto dei 24 mesi ha accesso a dispositivi elettronici di vario tipo. A livello mondiale, gli studi parlano di un 29% dei piccoli sotto l’anno d’età che trascorrono un’ora e mezza al giorno davanti a uno schermo. La fotografia è sconcertante, specialmente se si pensa a come evolve il cervello dei bambini a quell’età: «Pensiamo che fino ai 3 anni il cervello raddoppia il suo volume: è nel suo momento di massima capacità creativa -spiega Sandra Trapani, pediatra -, grazie ai miliardi di connessioni tra le cellule che si vengono a creare».
Queste connessioni, che sono il nutrimento del cervello, si sviluppano grazie all’esperienza diretta della realtà: parlando, toccando, muovendosi, interagendo e usando tutti i sensi. «Gli schermi, invece, sono bidimensionali: il bambino, di fronte a un tablet o smartphone, usa solo vista e udito». Ecco che si perde una fondamentale dimensione di esperienza e il processo di neurosviluppo ne risente. «Gli effetti sono spalmati e già reali, purtroppo.
Si rischiano danni cognitivo comportamentali: è dimostrato, ad esempio, che i piccoli esposti a dispositivi elettronici prima dei 2-3 anni presentano un ritardo nello sviluppo del linguaggio e hanno un vocabolario più povero, e che questi bambini possono avere difficoltà di concentrazione e tendenza all’impulsività e irritabilità, per incapacità ad affrontare i momenti critici da soli.
Ci sono poi i possibili danni fisici: «Gli studi in questo senso sono meno numerosi, ma sono citati un maggior rischio di obesità e sovrappeso, collegabile a maggiore sedentarietà, un aumento di problemi muscolo-scheletrici, a livello di collo e schiena, legati alle errate posture e alla mancanza di movimento, oltre a problemi oculistico-pediatrici emergenti. Da non trascurare, infine, anche l’impatto sul sonno: è noto che la luce blu degli schermi alteri le onde cerebrali, ritardando la produzione di melatonina, il nostro naturale ormone del sonno, con effetti sulla qualità del riposo».
La voce della neuropsichiatra
«Un altro momento delicato del neurosviluppo è quello dell’adolescenza e della preadolescenza: in questo periodo a livello cerebrale si interrompono alcune connessioni tra cellule e se ne formano di nuove. Gli stimoli ambientali rivestono in questo senso un’importanza cruciale: ad esempio, è oggetto di numerosi studi come un uso compulsivo di dispositivi elettronici e tablet vada ad alterare gli stessi circuiti neuronali coinvolti nel meccanismo delle dipendenze da sostanze» precisa Elisabetta Innocenti, neuropsichiatra.
Non solo. Negli ultimi dieci anni (2016-2026), i tassi di ansia e depressione tra i giovani (0-18 anni) in Europa e negli Stati Uniti hanno registrato un incremento medio stimato tra il 40% e il 50%, con picchi superiori per la fascia adolescenziale femminile. Studi globali e regionali condotti da enti come l’Unicef e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) confermano una forte e diretta correlazione tra l’insorgenza di sintomi ansioso-depressivi e l’uso problematico dei social media.
«Quest’ultimo si lega anche ai contenuti ai quali bambini e ragazzi vengono esposti, in modo non protetto e senza controllo: pensiamo, ad esempio, al culto dell’immagine e al perfezionismo estetico che permea i social. A questo si accompagnano i rischi del cyberbullismo, che amplifica e porta dentro le nostre case un fenomeno che purtroppo c’è sempre stato. Senza dimenticare il pericolo che i ragazzi che usano questi strumenti in modo non sorvegliato possano cadere nella rete della pedopornografia» precisa Innocenti.
Un’altra conseguenza diretta dell’abuso delle tecnologie digitali è il problema, concreto, della tendenza all’isolamento: «I ragazzi si ritirano in una dimensione di evitamento, soli davanti a uno schermo, e cercano gratificazione in quegli algoritmi studiati proprio per solleticare questi meccanismi: scrolli una pagina e provi piacere, e allora senti il richiamo di tornare a farlo ancora e ancora».
Ma quali sono i campanelli di allarme cui prestare attenzione? «Insospettiamoci se all’improvviso sembra che ci sia un prima e un dopo, se abbiamo la sensazione che ci sia stato qualcosa che ha modificato il comportamento di nostro figlio: teniamo presente che potrebbe essere stato un “evento social”, e non un’esperienza diretta. Altri segnali possono essere una chiusura improvvisa, un calo del rendimento scolastico, la comparsa di disturbi del sonno, la tendenza all’isolamento, all’irritabilità, agli sbalzi di umore. Tutto questo ci deve spingere a un approfondimento».
La voce dell’oculista
L’uso scorretto – anticipato, eccessivo – dei dispositivi digitali ha fatto sì che adesso, nei bambini e nei ragazzi, si osservino una serie di disturbi oculari che un tempo erano propri solo degli adulti cosiddetti “videoterminalisti”.
Ce lo spiega Roberto Caputo, responsabile dell’Oftalmologia del Meyer: «Premessa: l’occhio umano è nato per guardare da lontano. L’uso di dispositivi elettronici come tablet o telefono obbliga invece a guardare da vicino, attivando in modo prolungato categorie di muscoli – come quelli che regolano la convergenza e quelli che controllano la messa a fuoco – che finiscono per affaticarsi in modo non fisiologico. Questa sindrome prende il nome di astenopia, o sindrome da affaticamento oculare, e può causare bruciore, dolore, secchezza, annebbiamento e mal di testa».
Osserviamo inoltre sempre più bambini e ragazzi che presentano fastidi legati all’alterazione del film lacrimale: è il cosiddetto “occhio secco”, che prima compariva da adulti e adesso riguarda invece anche i piccoli, con bruciore e senso di corpo estraneo. «Ed è oramai un dato, purtroppo, che sia aumentata l’incidenza di miopia giovanile e la sua velocità di progressione: si è parlato a questo proposito di “epide-miopia” e purtroppo, dietro il gioco di parole, ci sono sempre più bambini e ragazzi con forme di miopia più elevata. Anche per questo, in cima alla lista dei responsabili, c’è l’incremento dell’uso dei dispositivi digitali, che da una parte limita le attività all’aria aperta, salvifiche per la salute (anche) oculare, dall’altra sottopone gli occhi a una visione da vicino “forzata” e innaturale».
Si può fare qualcosa per prevenire e limitare tutto questo? Sì. Le armi sono spuntate dalle proporzioni del fenomeno, ma ci sono: «Il consiglio è innanzitutto di ritardare il più possibile il momento in cui ai figli vengono dati tablet e smartphone. Di ricordarsi sempre quanto bene fanno le attività sportive, specie all’aperto (anche per la loro capacità di stimolare la produzione di dopamina).
Infine, proviamo a scegliere il “male minore”: se dispositivo elettronico deve essere, meglio allora qualcosa che si veda su uno schermo grande, come un videogioco collegato alla tv o allo schermo di un computer, in modo da guadagnare distanza nella visione e da affaticare meno gli occhi, limitando ovviamente, comunque, il tempo di esposizione. E per fortuna oggi, oltre ai precedenti consigli sugli stili di vita, abbiamo a disposizione un collirio a base di atropina a basso dosaggio e degli occhiali specifici (con un “defocus periferico”) che hanno mostrato un’efficacia considerevole nel rallentare la progressione della miopia».
Per concludere, i campanelli d’allarme di cui parlare subito al pediatra: bruciore, mal di testa, variazione anche temporanea della capacità visiva, difficoltà nel passare dalla visione da lontano a quella da vicino, cambiamenti nella distanza di messa a fuoco.
Il buon esempio
Conta più delle parole. Cerchiamo noi genitori, per primi, di maturare “buone abitudini digitali” limitando l’uso del telefono di fronte ai piccoli.
- Per cominciare, tenendolo fuori dalla cucina durante i pasti.
- Lasciamo fuori tablet e smartphone anche dalle loro camerette, specialmente dopo l’ora di cena: se ci servono come sveglie per l’indomani, usiamone piuttosto una vera.
- Proviamo a non “gettare la spugna”, cerchiamo di non delegare ai dispositivi elettronici il compito di intrattenere (o, peggio ancora, di calmare) i piccoli: giochiamo, usciamo in bici, cantiamo, leggiamo e parliamo con loro.
- E ricordiamo che il parental control è sicuramente importante, ma non sufficiente: tutto parte dal dialogo e dalla fiducia, che vanno costruiti fin da piccolissimi.
A quanti anni?
La Società Italiana di Pediatria (Sip), in linea con l’American Academy of Pediatrics, ha stilato una serie di raccomandazioni.
- Sotto i 2 anni, bandito qualunque dispositivo.
- Tra i 2 e i 5 anni raccomandata la sola fruizione di contenuti di alta qualità, massimo 1 ora al giorno, sotto la supervisione di un adulto
- Dopo i 5 anni, meno di 2 ore al giorno, sempre con un adulto.
- Rinviare l’introduzione dello smartphone personale almeno fino ai 13 anni ed evitare l’accesso non supervisionato a internet fino a questa età.
- Un’eccezione è costituita dalle videochiamate: se hanno una “funzione affettiva” e consentono di tenersi in contatto con familiari lontani, i pediatri americani le ammettono fin dai 18 mesi.
( a cura Giulia Righi, ufficio stampa Aou Meyer Irccs)
