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Cosa sapere sulla qualità dell’acqua che beviamo

Dal calcio ai Pfas. Ne abbiamo discusso con Giorgio Temporelli, consulente esperto in igiene e tecnologie per il trattamento delle acque

Il bicchiere è mezzo pieno. Nel nostro Paese l’acqua del rubinetto è sicura, garantisce l’Istituto Superiore di Sanità, ma secondo l’Istat circa un terzo degli italiani non si fida, sebbene sia meno costosa e a basso impatto ambientale.

Sintomo che esiste poca consapevolezza della qualità di ciò che beviamo. «È paradossale: indagini, ricerche e statistiche mostrano che in Italia la qualità dell’acqua potabile è mediamente molto buona e costantemente controllata in base a norme severe. Tuttavia, siamo tra i primi consumatori europei di acqua in bottiglia», osserva il fisico Giorgio Temporelli, consulente esperto in igiene e tecnologie per il trattamento delle acque, che spesso collabora con le società idriche.

I dati per fare un confronto sono a portata di mano, perché anche “l’acqua del sindaco” ha la sua etichetta, pubblicata sui siti internet dei gestori.

Residuo fisso e durezza

Vediamo i principali aspetti. Il residuo fisso, espresso in milligrammi per litro, è relativo alla parte solida che rimane dopo l’evaporazione a 180°C, in parole povere indica la presenza di sali minerali: fino a 50 mg/l un’acqua è considerata minimamente mineralizzata, tra 50 e 500 oligominerale o leggermente mineralizzata, oltre i 1500 ricca di sali minerali. Una spia in tale senso è pure la conducibilità elettrica.

La durezza, cioè la concentrazione di sali di calcio e magnesio, è espressa in gradi francesi (°f) e 1 grado corrisponde a 10 mg per litro di carbonato di calcio. Le cosiddette “acque leggere o dolci” hanno una durezza inferiore a 15°f, le mediamente dure fra 15 e 30°f, le dure sopra 30°f. La legge non stabilisce un tetto, bensì un intervallo consigliato che va da 15 a 50°f, in particolare per quelle che arrivano dai dissalatori.

Il falso mito del calcare

Se il calcare, come chiamiamo comunemente le tracce lasciate dal carbonato di calcio, può provocare incrostazioni negli elettrodomestici, questo non rappresenta un problema per il nostro corpo, che è un “macchinario” di tutt’altro tipo.

«Non esiste alcuna evidenza scientifica sulla correlazione diretta fra durezza dell’acqua e calcoli renali, che sono invece legati a una predisposizione individuale», nota Temporelli.

Nel mondo occidentale – afferma inoltre la Fondazione Italiana per la Ricerca sul Cancro – è improbabile assumere in eccesso questi elementi solo bevendo, visto che in media l’acqua contribuisce dall’1 al 20% del fabbisogno totale di minerali. Sull’etichetta ne sono specificati altri, essenziali per l’organismo, dal sodio al potassio, dai fluoruri al bicarbonato.

Gli inquinanti

Ci sono poi dei valori che non vengono citati sulla bottiglia, mentre sono pubblicati dai gestori idrici. Sostanze presenti in natura in piccolissime quantità, come cromo, mercurio, piombo e arsenico, vengono controllate continuamente, perché se sforano i limiti di legge possono generare rischi per la salute.

Gli ultimi arrivati nella lista dei sorvegliati speciali sono i Pfas, composti per- e poli-fluoroalchilici contenuti in molti prodotti di consumo e considerati inquinanti eterni, poiché permangono nell’ecosistema a lungo.

«Da gennaio anche in Italia è obbligatorio il monitoraggio nelle acque potabili di due parametri di riferimento legati a questi composti chimici di sintesi – spiega Temporelli -, l’obiettivo è includere dal 2027 un terzo indicatore, il Tfa, molecola a catena ultracorta estremamente persistente nell’ambiente. Esistono tecnologie di trattamento efficaci per eliminare i Pfas, come i carboni attivi già usati da una decina di anni da alcuni gestori e l’osmosi inversa.

Detto ciò, introdurre un nuovo livello di filtrazione, in un processo complesso come la potabilizzazione, non è banale sul fronte dei costi e dei tempi, e la normativa europea viene aggiornata continuamente. È un tema caldo, sempre in evoluzione».

22 marzo
Si celebra la Giornata mondiale dell’acqua, istituita dall’Onu più di trenta anni fa per riflettere sull’importanza della risorsa idrica e sulla sua gestione sostenibile. Per il 2026 il tema scelto è “Acqua e parità di genere”.

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