Ripartire dai più deboli

Intervista a Pietro Bartolo, medico di Lampedusa ed europarlamentare

L’emergenza Coronavirus ha colpito duramente anche il tessuto economico e sociale del nostro Paese. Aumentano le disuguaglianze e allo stesso tempo inizia a crescere la consapevolezza di quanto sia importante ripensare la società in cui viviamo.

Come sta vivendo questo momento? Riesce a portare dentro il Parlamento europeo la voce dei più deboli, per i quali si è sempre battuto?

Il mio impegno prosegue grazie agli strumenti di comunicazione che ci consentono di stare in contatto anche a distanza, seppur con qualche difficoltà in più. Sono collegato circa otto ore al giorno, non è vero che la democrazia è stata sospesa. Anzi, in questo periodo abbiamo portato avanti numerose istanze in sede europea per ottenere gli strumenti necessari ad affrontare la prima fase dell’emergenza. Adesso stiamo lavorando per uscire da una crisi che è anche economica e sociale.

Molte realtà di volontariato con cui collaboriamo ci segnalano un aumento significativo della povertà, anche storie di persone che prima aiutavano e che adesso chiedono di essere aiutate…

A livello sociale ed economico il Coronavirus ha colpito le fasce più deboli della popolazione, aumentando le disuguaglianze. Chi aveva un lavoro precario o in nero oggi è costretto a rivolgersi a quelle realtà che, come nel vostro caso, continuano ad aiutare chi è in difficoltà. È importante che il governo riservi un’attenzione particolare agli ultimi, a chi rischia di finire ai margini della società. Penso ai migranti, ai braccianti, italiani o stranieri che siano, che fino a ieri coltivavano i nostri campi. Alle badanti e alle baby-sitter, ai rider e ai muratori senza contratto o assicurazione. Senza dimenticare le piccole e medie imprese, che sono state costrette a rimanere chiuse in questi mesi. Occorre dare a queste persone risposte veloci, accelerando i tempi della burocrazia.

Che ne pensa della decisione del Governo di regolarizzare i cosiddetti invisibili, gli immigrati irregolari che lavorano nel nostro Paese, come già avvenuto in Portogallo?

Mi occupo di migranti da trenta anni. Per esperienza diretta posso dire che regolarizzare, anche temporaneamente, i lavoratori immigrati è un passo fondamentale per sottrarli alle grinfie della criminalità organizzata. Si tratta di persone spesso sfruttate e costrette a vivere in clandestinità. In questo modo potrebbero lavorare legalmente e in sicurezza, pagando le tasse e integrandosi nella nostra società, dato che si trovano già sul nostro territorio. Senza dimenticare che in questo modo potrebbero accedere ai servizi sanitari, permettendoci in questa fase delicata di includere anche loro nel tracciamento di eventuali nuovi focolai. Riconoscere i diritti di questa gente mi sembra una priorità sostenuta da solide ragioni di natura umanitaria e sanitaria, oltre che economica. Non possiamo lasciar prevalere il cinismo e l’indifferenza.

Qual è il principale insegnamento che ci lascia questa difficile esperienza?

Questa pandemia ci ha fatto capire tante cose, a partire dagli errori commessi nel tempo a livello sanitario. Abbiamo imparato che ognuno di noi ha diritto a ricevere le cure mediche nella maniera più capillare possibile, negli ospedali ma anche tramite l’assistenza territoriale. La sanità deve essere uguale per tutti, non ci possono essere cittadini di serie A e di serie B. Mi riferisco agli anziani, ad esempio, che hanno pagato il prezzo più alto, una cosa crudele oltre che inaccettabile.

Questo virus sembrava essere democratico, perché all’inizio ci siamo sentiti accomunati da un identico destino. Ma ora sappiamo che non è così: chi aveva di meno, avrà sempre di meno. Ecco perché occorre ripartire dai valori su cui è stata fondata l’Europa: l’uguaglianza, la solidarietà e il rispetto dei diritti umani.

Per costruire un futuro migliore, dovremo guardare la nostra società dalla prospettiva dei più deboli, in modo che nessuno rimanga indietro.

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