Gianni Amelio. Parola d’ordine: umanità

Il regista Gianni Amelio torna dal 9 gennaio al cinema con il film "Hammamet", il racconto dell'ultimo periodo della vita di Bettino Craxi, uno spaccato dell'Italia di venti anni fa

Torna al cinema, Gianni Amelio, con un film che racconta, ricorda e sa di suspense e attimi di thriller. Il titolo stavolta è “Hammamet”, sul grande schermo dal 9 gennaio con un imperdibile Pierfrancesco Favino nei panni di Bettino Craxi. Storia di un passato prossimo, a vent’anni dalla scomparsa del leader politico, il film rievoca quel tempo con una trama fitta di testimonianze reali. Non una cronaca fedele, né un dossier socio politico ma una narrazione a tempo di thriller, incentrata su tre personaggi principali: il re caduto, la figlia che lotta per lui e un terzo personaggio misterioso che piomba sulla scena e cerca di scompaginare quell’ordine dall’interno. Un film che scava nei sentimenti per illuminare i fatti. Fresco di uscita, il regista si racconta, fra progetti realizzati, sogni nel cassetto e la speranza di un mondo dove restare “umani” si può. E si deve.

Un film che ricorda e racconta l’Italia di venti anni fa. Cosa è cambiato, oggi?

Sono cambiate tante cose… venti e più anni fa pensavamo che c’era la possibilità di accogliere gli altri, tanto è vero che gli stranieri arrivati in Italia al tempo si sono integrati benissimo nel nostro Paese. Oggi noi vediamo che c’è gente che muore in mare. Di fronte a questo presente, io ho paura dell’aridità: l’aridità è la mancanza di sentimento, di empatia. La mancanza di amore per gli altri. Io non credo di correre questo pericolo ma sento che è un pericolo che corrono in molti, lo sento nell’aria di questo tempo presente. Diventare aridi significa uccidere la propria umanità.

Razzismo e pregiudizio: come combatterli quindi?

Credo che ognuno di noi debba mettersi in gioco, non delegare agli altri come se fossero problemi che non ci coinvolgono. Tutti dobbiamo essere coscienti della tragedia che un po’ ci circonda e che ha varie facce: la violenza sulle donne, l’omofobia, il fatto che siamo più spinti dall’odio che dal bisogno di sentirci affratellati. Se viviamo questi fenomeni solo come notiziola di rotocalco, argomento del giorno che passa e va nel tg, cose “di moda”… già questo atteggiamento significa che ci stiamo mettendo da parte, ignorando che queste questioni ci riguardano nel profondo. Invece ognuno di noi deve in prima persona chiamarsi in causa. E fare qualcosa: agire. Solo così possiamo sognare un domani migliore e diventare una società più unita. Più “grande”.

E lei “da grande” cosa vuole fare?

Io mi considero già un privilegiato perché faccio il lavoro che sognavo di fare da bambino. Penso anche a quante persone quotidianamente si guadagnano il pane con un lavoro che non amano, che non gli dà soddisfazione o crescita personale. Faccio un lavoro che amo e, ogni giorno, ringrazio la sorte e le circostanze della vita per questa grande fortuna. Vorrei non rinunciarci: ecco, da grande, domani, vorrei continuare a fare questo lavoro.

Lavori in corso e progetti per il 2020?

Intanto il progetto in corso e già sul grande schermo: è questo mio film, “Hammamet” che racconta l’ultimo periodo della vita di Bettino Craxi, interpretato da Pierfrancesco Favino. Poi ho in mente altri progetti: ho voglia di fare tanti corti. Ho cominciato dal lungometraggio e mi manca proprio quella che è la gavetta dei giovani. Vorrei ringiovanire così. Di certo so che non posso più rinunciare alla regia perché è il lavoro che ho imparato da ragazzo. Ho cominciato molto presto, a diciotto anni, e probabilmente sono migliore come regista che come scrittore. Non lo so, questo lo diranno i miei spettatori e lettori. La scrittura, intesa come romanzo, è un’esperienza che ho cominciato solo tre anni fa. Forse ho ancora tempo per diventare un bravo scrittore.

Regista, scrittore e anche ottimo cuoco: qual è la sua ricetta più riuscita?

Se volete sapere in che campo io sono maestro vero: le polpette. Io le so fare a modo mio, perché ognuno ci mette un qualcosa di personale. Io non faccio due volte di seguito le polpette allo stesso modo. Faccio degli esperimenti che riescono sempre. So cucinare ma, diciamo la verità, più di me sa cucinare mio figlio. Insegnandogli a cucinare ho scoperto che imparava facendo degli errori: cambiava le cose che io gli dicevo di fare aggiungendo o togliendo qualcosa, un ingrediente qualunque, sorprendendomi con un sapore che io non conoscevo. Ogni giorno un sapore nuovo: in cucina, un po’ come nella vita.

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