Neri Marcorè. Il piacere di leggere

A tu per tu con l'attore che si racconta tra libri, passioni, musica, cinema, tv, speranze per il futuro

Fra un pugno di libri e un’imitazione in tv, è la musica il filo rosso che l’attore Neri Marcorè non ha mai smesso di seguire e che, tappa dopo tappa, ha ricucito l’itinerario di una vita piena di mestieri, incontri, buone letture e grandi maestri. Li porta sempre con sé, nella sua valigia di attore.

Leggere perché?

«Leggere e, più in generale, misurarsi con chi ha opinioni diverse dalla nostra, serve, semplicemente, a disinnescare certi meccanismi che portano alla rabbia, all’odio che sono sempre frutto della non conoscenza, della non consapevolezza. In una parola, dell’ignoranza, del non sapere e non riconoscere nell’altro, il diritto ad essere “altro” da noi. Invece, il confronto, constatare quanta ricchezza c’è nella diversità, ridimensionarsi nell’importanza che diamo a noi stessi, ecco… Questo è utile per sé e per il mondo intorno. In fondo vivere in osmosi con gli altri permette di assaporare meglio Il gusto della Vita con la V maiuscola: perché ci permette di approfittare della ricchezza che gli altri ci possono donare».

Il piacere di leggere per lei è…?

«Il piacere della lettura è una cosa che… chi lo prova difficilmente lo abbandona. Chi non lo prova, come si dice, peggio per lui: non sa cosa si perde! Leggere è uno di quei verbi che non prevede l’imperativo: è qualcosa che nasce dal piacere e dalla curiosità interiore, fermo restando che la si può apprendere per imitazione o per osmosi. O magari vivendo in una famiglia in cui si legge, o vedendo qualche amico o qualcuno che stimiamo e che magari, per emulazione, ci ispira il gesto. Per qualsiasi strada ci si arrivi, l’importante è leggere. Leggere un po’ di tutto perché, come diceva Eco, chi legge vive tantissime vite. Invece chi non legge ne vive una sola: la propria».

La cultura salverà il mondo? O, perlomeno, ci renderà migliori?

«Per me, la sintesi di ciò che può dare la cultura è vivere meglio nella società, che sia per strada, in casa, negli ambienti pubblici, a lavoro: vivere conoscendo è un viaggio in compagnia. Fatti non fummo a viver come bruti… Ma per nutrirci di sapienza e conoscenza. La cultura è di tutti e per tutti, non è tale se sta in una torre o in un castello. E con la cultura nel sacco, tutto si traduce in un rispetto più alto».

Giovani e cultura, oggi: un amore impossibile?

«È sempre difficile definire una cosa “in generale”, ancor più, una generazione in generale. Il ritratto di una generazione che si rifugia solo nei social web e negli smartphone è ingeneroso e poco edificante. E, oltretutto non è veritiero perché, come sempre, c’è chi legge e chi non lo fa, c’è chi studia e chi… Ignora. E comunque, mi viene da dire, se i giovani si rifugiano in altro o si isolano nel loro universo parallelo, è perché non hanno molti spazi a disposizione. Si parla di tutto, lavoro, pensioni, politica, donne, ma i giovani non sono mai al centro del dibattito. Forse, quello che possiamo fare noi adulti, è aiutarli a ritagliarsi nuovi spazi. Aprire per loro una finestra sul mondo e sulla società, perché intravedano uno spazio dove fare i loro passi e anche le loro rivoluzioni, come sempre se ne sono fatte. Il mondo è come è, ma loro possono cambiarlo ancora. E forse, anche noi».

E lei, da giovane, cosa sognava di diventare?

«Un falegname. Mio nonno e mio babbo erano falegnami e mi sarebbe piaciuto. Poi mio babbo ha visto che mi piaceva studiare e ha insistito perché continuassi. Mi scoraggiava a seguire la sua strada perché anche lui, a un certo punto, ha dovuto smettere, aveva i polmoni pieni di polvere di legno. Ma la materia, del lavoro delle mani per far nascere qualcosa, come Geppetto che dà vita a qualcosa di vivente, mi è sempre piaciuto. Ho sempre pensato a quell’attività con il mio futuro hobby o qualcosa di più, chissà, un giorno, perché no. Ogni mestiere è un’arte. Saperlo fare, è la propria opera d’arte».

E oggi, fra i tanti che ha fatto e sa fare, che mestiere fa?

«Sì, è vero… Tanti ma quello che mi accompagna da sempre, da ancora prima della tv, del successo, delle imitazioni… È sempre e solo uno. È la musica. Ed è quello che negli ultimi anni ho fatto più spesso e sempre. Abbondantemente e costantemente. La musica è il filo rosso che non ho mai smesso di seguire».

Il libro da portare su un’isola deserta?

«Ne cercherei uno che, ogni volta che lo leggi e lo rileggi, ci trovi qualcosa di nuovo. O forse, seguendo il criterio quantitativo, ne porterei uno grandissimo, mi viene in mente Proust e la sua Recherche. Ma non per forza perché i libri cambiano, se letti e riletti in momenti diversi della vita. Ecco, degli italiani se dovessi dirne proprio uno, direi Italo Calvino. Poi porterei qualche autore sud americano, da Marquez a Amado a Scorza, Vargas Llosa. Effettivamente, tanti. Uno, nessuno, centomila! »

Il perché in una frase

“Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è un’immortalità all’indietro”.

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