Nel 1957 una 500 – l’auto più economica sul mercato – costava circa 490mila lire, più o meno 8 mensilità di uno stipendio medio (intorno a 60mila lire mensili). Era il sogno di molti e piano piano le strade italiane si riempirono.
Negli anni ‘80 per comprare una Uno – un segmento leggermente più alto di una Cinquecento – servivano circa 7-8 milioni di lire, pari a 6-7 mensilità dello stipendio medio (1 milione di lire mensili). Oggi la Fiat 500 ha un prezzo che parte da 17.700 euro, serve quindi un anno intero di lavoro a 1500 euro al mese, cioè quattro mensilità in più rispetto a 69 anni fa.
Comprare una casa poi è quasi da supereroi. Se a un lavoratore dipendente con medio reddito negli anni Ottanta bastavano circa 4 anni di stipendio pieno per acquistare un’abitazione di medie dimensioni, una ricerca di Scenari Immobiliari in collaborazione con Istat evidenzia che per un immobile nel centro di Roma servono 164 mensilità, a Venezia 159, a Firenze 150, a Napoli 139, a Rimini 134.
Le colleghe dell’ufficio Analisi e ricerche di Unicoop Firenze hanno calcolato la variazione nel tempo del potere di acquisto in Italia, con il risultato – prudenziale – che nel 2023 era inferiore del 2,8% rispetto al 2010, vale a dire che se nel 2010 avevamo a disposizione 100 euro, oggi ne abbiamo 97,2 (fonte: Istat).
Dice, inoltre, Oxfam nel suo Rapporto annuale sulle diseguaglianze – che sarà la nostra guida per l’articolo da qui in avanti -: fra il 1990 e il 2018, la quota di occupati a bassa retribuzione nel settore privato è passata dal 26 al 31%. Al di là dei dati, dispiace dire che ce n’eravamo accorti.
Cresce il divario
Siamo tutti più poveri? Non proprio, perché i ricchi sono sempre più ricchi, in Italia e nel mondo. Si è semplicemente compressa, sino a sparire, la classe media, quella che ha fatto da traino all’economia occidentale nella seconda metà del Novecento. Oxfam ci dice che «le fortune dei miliardari globali nel 2025 sono cresciute di 2500 miliardi di dollari, una cifra record quasi equivalente alla ricchezza complessiva detenuta dalla metà più povera del pianeta, ossia 4,1 miliardi di persone».
Sempre secondo i dati di Oxfam, i miliardari nel mondo sono più di 3000. I primi dodici hanno ricchezze superiori a quei quattro miliardi di persone di cui si parlava poco sopra, che per oltre la metà non dispongono di un alloggio adeguato. E pensare che «basterebbe il 65% della ricchezza accumulata nell’ultimo anno dai miliardari per sconfiggere (per davvero) la povertà globale».
Anche in Italia la ricchezza dei miliardari è cresciuta al ritmo di 150 milioni di euro al giorno, raggiungendo 307,5 miliardi di euro, che sono nelle mani di soli 79 individui, mentre nel Paese, secondo l’ultimo censimento, siamo poco meno di 60 milioni di persone. Non importa fare calcoli per percepire l’ampiezza delle disuguaglianze.
I miliardari non sono entità astratte, hanno nomi e facce. Secondo la rivista “Forbes” a dicembre 2025 i primi tre a livello planetario erano Elon Musk (Space X, Tesla, X) con un patrimonio di 508 miliardi di dollari, Larry Page (Google) 253 miliardi, Larry Ellison (Oracle) con 235 miliardi, seguiti da altri fondatori e proprietari delle più famose big tech, i giganti della tecnologia.
Sul gradino più alto del podio tricolore, c’è Giovanni Ferrero (sua la Nutella e tanto altro) con 41 miliardi, gli altri due finora erano dei perfetti sconosciuti ai più: Andrea Pignataro che si occupa di software e finanza (EON) con 34 miliardi e Giancarlo Devasini (Tether) attivo nelle criptovalute con 22 miliardi di dollari. Lo scorso anno sul podio c’era Giorgio Armani, ma dopo la morte dello stilista – avvenuta il 4 settembre del 2025 – il suo patrimonio è stato suddiviso fra gli eredi.
Anche i ricchi protestano
Proprio nei giorni in cui il presidente americano Donald Trump e i leader mondiali erano riuniti lo scorso gennaio a Davos per il World Economic Forum, 400 tra miliardari e milionari di 24 Paesi sottoscrivevano una lettera di Patriotic Millionaires, un gruppo di ricchi illuminati e idealisti, consapevoli che la crescita delle disuguaglianze ha come conseguenza la crisi della democrazia: «Quando anche i milionari, come noi, riconoscono che l’estrema ricchezza è costata a tutti gli altri tutto il resto, non ci possono essere dubbi sul fatto che la società stia pericolosamente vacillando sull’orlo del precipizio».
Fra i milionari patriottici, ci sono ereditiere come Abigail Disney e Valerie Rockfeller, artisti come Mark Ruffalo e Brian Cox. Solo tre gli italiani: Guglielmo e Giorgiana Notarbartolo di Villarosa, imparentati con la famiglia Marzotto, e Martino Cortese.
Scrivono: «Rivogliamo le nostre democrazie. Rivogliamo le nostre comunità. Rivogliamo il nostro futuro… tassate noi, tassate i super ricchi». Un sondaggio svolto dall’agenzia di ricerche Survation, e diffuso insieme alla lettera, spiegava che solo il 17% degli ultra ricchi si opporrebbe a una tassazione più pesante, se questi soldi andassero a finanziare servizi pubblici e ad affrontare la crisi del costo della vita.
«Vi chiediamo di tassare noi, i più ricchi della società – implorano i firmatari -. Questo non altererà radicalmente il nostro tenore di vita, non priverà i nostri figli e non danneggerà la crescita economica delle nostre nazioni. Ma trasformerà la ricchezza privata estrema e improduttiva in un investimento per il nostro comune futuro democratico. La disuguaglianza ha raggiunto un punto di svolta e il suo costo per la nostra stabilità economica, sociale ed ecologica è grave e cresce ogni giorno. Dobbiamo agire subito».
Nell’elenco dei ricchi “buoni” di Patriotic Millionaires non c’è neppure uno dei dieci uomini più ricchi al mondo. Chissà se qualcuno li ascolterà. Nel 2011 era stato il guru della finanza americana Warren Buffet a chiedere una tassazione per i super ricchi, ma dopo quindici anni siamo ancora qui a parlarne.
Riabilitiamo la patrimoniale!
A nessuno piace pagare le tasse. Quando il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa disse che «le tasse sono una cosa bellissima», diventò lo zimbello di tutta Italia: era il 2007 e si stava un po’ meglio di oggi. Però, quello che intendeva dire non era sbagliato: semplicemente se tutti pagassero le tasse, i vantaggi sarebbero della collettività, con servizi migliori e più diffusi. Che poi è lo stesso che propongono i super ricchi di Patriotic Millionaires.
Riccardo Staglianò, giornalista del “Venerdì di Repubblica”, ha appena pubblicato un libro intitolato Tassare i milionari. Prendere ai ricchi per dare ai poveri (Giulio Einaudi Editore).A partire dai dati di Oxfam prova a spiegare ai suoi lettori che per restituire al mondo un po’ di equità basterebbe rispolverare una parola antipatica a molti: “patrimoniale”, cioè la tassa sulle ricchezze.
«Il senso di questo libro è molto semplice: provare a restituire la reputazione che merita a un’imposta che gode di una cattivissima stampa, perché è stata raccontata così male, così sciattamente, che le persone normali temono che una patrimoniale li riguarderebbe, che andrebbe a mettere le mani nelle loro tasche».
Invece la patrimoniale che propongono Oxfam ed economisti, come Gabriel Zucman, riguarderebbe una minima percentuale della popolazione mondiale. Secondo il francese sarebbe sufficiente farla pagare soltanto a chi ha un patrimonio superiore ai 100 milioni o solo ai miliardari.
«In Italia riguarderebbe circa 50mila persone, che equivalgono agli abitanti di una cittadina tipo Viareggio, da dove io provengo. Si tratterebbe di chiedere un piccolo sforzo a Viareggio per fare felice tutto il resto dell’Italia, tutti gli altri 8000 comuni italiani: una tassa dell’1%, che può salire fino al 3% per chi ha più di 10 milioni». Un piccolo sforzo per poche persone, precisa Staglianò, che nel libro racconta anche che le prime antipatie nei confronti delle tasse risalgono all’epoca dell’Impero romano: quindi si può dire che ce l’abbiamo nel dna.
Contro la Costituzione
«In Italia, sono principalmente due le categorie di persone che pagano tante tasse, i lavoratori dipendenti, dai quali proviene circa il 53% dell’Irpef, e i pensionati, che valgono un altro 30-31% – prosegue il giornalista -. Per il resto, siamo campioni olimpionici di evasione fiscale». E infatti, l’Agenzia delle Entrate ha individuato per il 2025 circa 200mila evasori totali, una parte consistente completamente ignota al fisco.
Mentre tutti si lamentano delle tasse troppo alte, in realtà il sistema fiscale attuale risulta anche troppo favorevole per le classi più agiate, andando contro l’articolo 53 della Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».
Il nostro socio Roberto Innocenti Torelli, che fa parte del gruppo di Articolo 53 per una tassazione più equa, ci scrive: «La flat tax sopra un certo reddito e il sistema di aliquote va contro la Costituzione. Basta leggere cosa dicevano i Padri Costituenti nella discussione del 23 maggio 1947: “Non si può negare che una Costituzione la quale, come la nostra, si informa a principi di democrazia e di solidarietà sociale, debba dare la preferenza al principio della progressività anziché a quello dello proporzionalità”». In sintesi, dispone percentuali più alte di tassazione per chi ha più ricchezze. Proprio il contrario delle politiche fiscali degli ultimi anni, e non solo in Italia.
Ma perché, chiediamo a Staglianò, la maggioranza degli italiani, quando è chiamata al voto, sceglie partiti che vanno contro i suoi interessi? «Perché c’è un fraintendimento di fondo: molti italiani si sentono un po’ più ricchi di quel che sono in realtà e temono che una patrimoniale li colpirebbe. Ci sono motivi di ordine psicologico, nel senso che a nessuno piace raccontarsi povero. Questo è, come direbbe Freud, il classico meccanismo di difesa.
Una volta il disegnatore Makkox fece una vignetta magnifica in cui a un povero si chiedeva: “Perché tu non sei a favore della patrimoniale?”, e quello rispondeva: “Perché anche io un giorno magari divento milionario”. Una speranza, tanto recondita quanto inverosimile».
