Pierfrancesco Favino, attore romano legato alla Toscana

A tu per tu con il pluripremiato attore che si racconta tra cinema e vita privata

È sottile e preziosa, l’arte di scomparire dentro i personaggi. Per un attore, è la vetta più sublime. Cancellarsi e cancellare il proprio nome, per diventare il personaggio. Pierfrancesco Favino è un maestro.

Capace di diventare Tommaso Buscetta, minaccioso ed elegante, nel Traditore di Marco Bellocchio; poi Bettino Craxi, amaro, sarcastico, sconfitto in Hammamet di Gianni Amelio. Infine, funzionario statale che nel pieno degli anni di piombo è vittima di un attentato terrorista dei Nap, Nuclei armati proletari, nel film Padrenostro di Claudio Noce.

Chi oggi ha più di cinquant’anni conosce bene quelle sigle. Nap, Br, Nar, Prima linea, Ordine nuovo, Terza posizione: erano il mantra insanguinato dei telegiornali. Favino, in quel film – uscito nelle sale il 24 settembre – interpreta da par suo un uomo attanagliato dalla paura, ma che quella paura cerca di non farla sentire. E dà vita a un’altra interpretazione monumentale, stavolta fatta di silenzi e di sguardi lunghi, quasi di assenza: come fosse una di quelle montagne dell’Aspromonte in cui è girato il film.

Nella serata finale della Mostra del cinema di Venezia, Cate Blanchett, presidente di giuria e attrice leggendaria, vincitrice di due Oscar, non smetteva più di applaudirlo, convinta ed entusiasta. Questo attore suo coetaneo, nato a novanta giorni di distanza da lei, dall’altra parte del mondo – lei è australiana – l’ha conquistata. «È un attore intelligente, carismatico, indispensabile» ha confessato, pochi minuti dopo la consegna dei premi.

In quella stessa sala stampa, con lo smoking e la coppa tenuta stretta in mano, Pierfrancesco Favino ci ha raccontato le sue emozioni: «Quando mi hanno annunciato che avevo vinto la Coppa Volpi stavo passando il mio sabato come faccio abitualmente negli ultimi tempi, vestito da uomo del Seicento tirando di spada». L’allusione alle vesti seicentesche e alla spada è al film di Giovanni Veronesi Tutti per uno – uno per tutti, che Favino ha girato a settembre con il mantello, il pizzo e la spada di D’Artagnan.

Favino, che cosa rappresenta per lei la Coppa Volpi?

È un punto di arrivo che non avrei mai osato sognare. Ma farei un errore a pensare che, da oggi, inizi una fase completamente diversa della mia vita, della mia carriera. Un riconoscimento può anche sviarti dalla tua onestà di attore, e io cercherò di non farlo.

Come definirebbe le sue caratteristiche di attore?

Mi ritengo una persona popolare: anche di gusti, nel senso migliore della parola “popolare”. Non mi sento diverso dalla gente che va al cinema. Scelgo i progetti che vorrei vedere, da spettatore. E come attore, il mio sogno è scomparire. Vorrei che le persone vedessero il personaggio: un padre, Buscetta, Craxi. Non Favino che li interpreta.

I suoi rapporti con la Toscana?

Sono molti, e tutti importanti. A cominciare dai primissimi film: nel 1999 interpretai il corto Adidabuma con un regista grossetano, Francesco Falaschi, con cui ho poi lavorato in Emma sono io. Nel 2005 ho fatto la miniserie per me più importante, Gino Bartali – L’intramontabile, interpretando quell’immenso campione di ciclismo. Non prima di essermi fatto cinquemila chilometri in bici da corsa, per capire la sua fatica.

Com’è andata con il vernacolo toscano?

Per fortuna la musicalità dei dialetti mi ha sempre affascinato. Per me il toscano è la lingua più bella, la più viva, quella che quasi automaticamente provoca la battuta di spirito, lo scherzo, quella che arriva alla verità. Ed erano, infatti, alcune delle qualità che Gino Bartali possedeva.

Che cosa ha ammirato in lui, soprattutto?

Il coraggio e la schiettezza. Bartali che ha partecipato alla Resistenza nascondendo documenti per dissidenti ed ebrei, nella canna della bici. Bartali che è stato catturato e portato nella famigerata Villa Triste, dove si torturava e si uccideva. E che, per fortuna, nel caos che precedette la Liberazione di Firenze, è riuscito a salvare anche la sua vita.

Che tipo di padre è, Favino?

Un padre a cui piace da morire fare il padre. Sul set di Padrenostro ho avuto, come attrice, mia figlia Lea, la minore. Non l’ho imposta io: è stata una mossa astuta da parte del regista, Claudio Noce, perché sapeva che così sarei stato più felice.

Le sue due figlie, Greta e Lea, sognano il cinema?

No. E non hanno il mito del padre attore. Mi vedono fare la spesa, cucinare, portarle a scuola. Poi faccio anche un mestiere che è quello dell’attore. A che cosa non rinuncerei? A festeggiare i loro compleanni.

Come vive i suoi cinquant’anni (più uno)?

Serenamente. Non sono mai stato il ventenne bello e maledetto. Quando ero giovane mi proiettavo con angoscia verso questa età: adesso sono in pace con me stesso. Il mio obiettivo? Provare a diventare l’attore che vorrei ancora essere.

Da Sanremo alla Coppa Volpi

Oltre alla Coppa Volpi Favino ha conquistato quattro Nastri d’argento, due David di Donatello, molte esperienze a Hollywood. Cinquantun anni, e una sfida dopo l’altra: col ghigno duro del Libanese di Romanzo criminale, immobile statua in Una notte al museo, con i baffi e le basette del pilota Clay Regazzoni in Rush di Ron Howard. Lo abbiamo visto, a Sanremo 2018, affiancare splendidamente Claudio Baglioni in una conduzione ironica e sciolta, e regalarci un monologo da brividi, da La notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltès: parlava di stranieri e di accoglienza, in un momento in cui non era affatto facile parlarne. E prossimamente lo vedremo con la cappa e la spada al servizio di un regista toscano, Giovanni Veronesi.

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