Meryl Streep in Panama Papers tra prestanome e società fantasma

Nel suo ultimo film, Meryl Streep si ritrova ad indagare l'immenso imbroglio economico-finanziario di chi vuole far soldi a tutti i costi

È strano aspettare che da una porta entri un mito. Ma è quello che accade, se dalla porta deve entrare Meryl Streep. Siamo in una stanza d’hotel di Venezia, è fine estate, hanno appena proiettato il film Panama papers (titolo originale The Laundromat, in inglese “lavanderia a gettoni”) di Steven Soderbergh che racconta – facendo anche ridere, ogni tanto – il mondo dei paradisi fiscali e delle conseguenze negative che hanno sulla vita di tutti noi le scelte di chi vuole far soldi a tutti i costi. E fra i protagonisti c’è lei, Meryl Streep. La più grande attrice vivente. Eppure, quando ti parla, quando ti guarda, ti sembra immediatamente una di famiglia. Una persona semplice che ti sta parlando, che ti guarda negli occhi. Con la voce calma, che ogni tanto ride.

La scorsa primavera, tra un film e l’altro, è riuscita anche a regalarsi cinque giorni in Toscana: a Pontremoli, a festeggiare il matrimonio di suo figlio Henry mangiando testaroli, il cibo più antico del mondo, e andandosene in giro tranquillamente per la Lunigiana.
Vive lontano da Hollywood, fra i boschi del Connecticut, e forse è anche questo uno dei suoi segreti: non farsi intossicare da La La Land (Los Angeles), la metropoli dove contano solo il successo e gli incassi dell’ultimo film.

La Streep è anche una delle personalità più in vista in difesa dei diritti delle donne. È portavoce del Museo Americano di Storia delle Donne, ed è uno dei membri fondatori del movimento Time’s Up, contro le discriminazioni e le molestie sessuali nei confronti delle donne.

Il film che ha portato in concorso a Venezia è in questi giorni nelle sale italiane. La Streep interpreta una modesta moglie del Midwest, che dopo quarant’anni di matrimonio, si ritrova vedova e senza un soldo. E comincia a indagare: a capire che il mondo è un immenso imbroglio economico-finanziario in cui i nostri soldi e le nostre stesse vite sono inghiottite da scatole cinesi di società fantasma, prestanome, aziende domiciliate in paradisi fiscali.

Come ha vissuto il suo coinvolgimento nel film?

L’ho vissuto come un impegno importante, perché racconta di persone che vengono danneggiate, fregate dal sistema. Mi conforta l’idea di dare voce, attraverso di me, a tanti che non riescono ad avere giustizia contro un apparato sfuggente.

Che cosa l’ha spinta ad accettare di interpretare questo ruolo?

A volte ricevo sceneggiature impegnate, eppure devo dire di no, anche a progetti animati dalle migliori intenzioni, perché si tratta di cose didascaliche. In questo caso, invece, Soderbergh aveva scritto una storia divertente e allo stesso tempo seria, necessaria.

A chi ha pensato, dando vita al suo personaggio?

A mia madre. Una persona che ha sempre cercato di comportarsi bene, che va in chiesa, segue i comandamenti, e crede che esista una giustizia divina. E se vede che qualcosa va storto, fa di tutto per raddrizzarla.

Che domande si pone, prima di accettare una parte?

L’unica domanda che mi faccio è: questo ruolo aiuterà il mondo ad andare avanti o lo incasinerà di più? Sarà un ruolo velenoso, tossico, o positivo? Da quando ho avuto dei figli, mi sono resa conto che tutto, tutto nella vita ha importanza.

A chi dedica questo film?

Alle persone che hanno perso la vita per indagare.

Si definirebbe femminista?

Non amo le etichette. Preferisco che siano le azioni a parlare per me, per quello che sono come essere umano.

Fra non molto, vedremo Meryl Streep di nuovo al cinema, in Piccole donne, il classico di Louise Alcott rivisitato dallo sguardo di una regista geniale, Greta Gerwig, con un cast d’eccezione che vede anche Timothée Chalamet, Saoirse Ronan ed Emma Watson. E lei, nel ruolo della severissima zia March. Un film dopo l’altro, una sfida dopo l’altra.

E pensare che, trent’anni fa, aveva detto al marito, lo scultore Don Gummer: «Adesso che entro nei quaranta, preparati a vedermi disoccupata». Per fortuna, quella frase si è rivelata una scaramanzia inutile. Meryl continua a lavorare, e ad amare tutte le sue rughe, senza nasconderne nemmeno una. La sua stessa carriera è un trionfo e un esempio per le donne, in un’industria dove una donna che supera i quaranta è considerata vecchia.

Parole di un mito

È stata la direttrice editoriale, cinica e gelida, de Il diavolo veste Prada, la donna fragile e ferita che incontra Clint Eastwood ne I ponti di Madison County, la giovane donna che litigava con Woody Allen in Manhattan. Tre Oscar vinti, otto Golden Globe, tre Emmy Award. Un’icona del cinema che non ha mai dimenticato la semplicità. «La felicità è avere l’amore, il sesso, il cibo e un tetto sopra la testa» ha detto.

1522, il numero antiviolenza

1522 è il numero gratuito e attivo 24 ore su 24, creato dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri nel 2006 per consentire alle donne di trovare una prima accoglienza telefonica e informazioni sui servizi specializzati disponibili sul proprio territorio.

Quest’anno la Regione ha deciso di promuovere questo numero d’emergenza negli ambienti dello sport toscano e in occasione dei mercati ambulanti. Dal 2006 al 2017 in Toscana le vittime di femminicidio sono state 108, di cui 7 nell’ultimo anno. A uccidere sono soprattutto partner ed ex partner. Dal 1° luglio 2009 al 30 giugno 2018, si sono rivolte ai 24 Centri antiviolenza della Toscana in media 6 donne al giorno, il 71% italiane e il 29% straniere.

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