De Andrè: Cristiano canta Fabrizio

L’eredità musicale del grande cantautore a vent’anni dalla morte in un concerto a Firenze

Di padre in figlio: le poesie di Faber tornano a suonare

«De André canta De André è un progetto che mi ha permesso e mi permette di portare avanti l’eredità artistica di mio padre, caratterizzandola però con nuovi arrangiamenti che possano esprimere la mia personalità musicale, e allo stesso tempo donino un nuovo vestito alle opere, una mia impronta. Mi auguro che così facendo la poesia di mio padre possa arrivare a toccare le anime più giovani, a coinvolgere anche chi non ascolta la canzone prettamente d’autore».

Queste le parole di Cristiano De André che stanno alla base della scelta di riproporre il patrimonio musicale del padre Fabrizio, ormai scomparso da venti anni (11 gennaio 1999) ma che resta ancora fra i cantautori più amati e apprezzati in Italia. Il 2 febbraio Cristiano De André salirà sul palco del Tuscanyhall di Firenze (il vecchio Obihall), tappa toscana di un tour dedicato all’album Storia di un impiegato, che, a cinquanta anni dalle rivolte sociali del ’68, torna a smuovere le coscienze.

«È un disco che mette in discussione le basi su cui si fonda il potere, come recita il testo di Nella mia ora di libertà (ultimo brano del 33 giri uscito nel 1973 e che conteneva canzoni immortali come Al ballo mascherato, Il bombarolo, Verranno a chiederti del nostro amore). È importante riprendere un album del genere. Riportare la bruttura del potere e farla rivedere anche oggi, perché niente è cambiato rispetto al ’68: ora il potere ha altre forme per autocelebrarsi. Dall’altra parte, però, il sogno è rimasto tale ancora oggi: di chi crede nella pace e nell’amore e di chi crede in un mondo senza dolore. Per me è importante, perché è una visione moderna di quello che succede».

La tournée che fece storia

Le luci del palcoscenico fiorentino (che non dimentichiamolo si trova proprio in via Fabrizio De André!) torneranno ad accendersi sul repertorio del cantautore genovese giovedì 28 marzo con “Pfm canta De André Anniversary”, in occasione del quarantennale dei mitici concerti con la Pfm, che generarono anche due dischi live di grande successo.
«La nostra tournée fu il primo esempio di collaborazione tra due modi completamente diversi di concepire ed eseguire le canzoni», disse Fabrizio di quel fortunato sodalizio.

Franz Di Cioccio, batterista, cantante e leader della Premiata Forneria Marconi, ripercorre la genesi di questa eccezionale esperienza.

Come la borraccia che passa di mano da Coppi a Bartali (o viceversa), chi ebbe l’idea del progetto?

L’idea fu mia. Poteva sembrare un azzardo ma volevo costruire un ponte fra il mondo dei cantautori e il rock. Due generi distanti e forse, anche per opera dei media, antagonisti.

Fabrizio venne a un nostro concerto; ci conosceva, avevamo già collaborato alla realizzazione dell’album La buona novella, ci invitò a cena a casa sua e io approfittai per proporgli il progetto che avevo in testa. Lui era stimolato e allo stesso tempo anche un po’ intimidito dall’operazione. Gli amici e i discografici lo sconsigliarono ma, essendo lui un bastian contrario, più la cosa era osteggiata più si convinceva a realizzarla.

Quando fu chiaro che l’operazione, per quanto ardita, poteva considerarsi riuscita?

Quando vedemmo l’accoglienza della gente ai concerti. Per la prima volta un cantautore poteva contare su un accompagnamento musicale e arrangiamenti così potenti e una band rock poteva mettersi al servizio di testi così poetici.

Forse Fabrizio si rese conto del valore del nostro lavoro insieme solo quando riascoltammo in studio la registrazione dei due concerti effettuati a Firenze e a Bologna (13, 14, 15, 16 gennaio 1979). Fu la reazione del pubblico a colpirlo: dal palco non se ne era reso conto, preso com’era a cantare.

Cosa le è rimasto più impresso dell’uomo De André e cosa l’ha più colpita dell’artista sul palco?

Il rigore che metteva nel suo lavoro. Sul palco quando spiegava le sue canzoni rimanevi estasiato: entravi direttamente dentro la poesia. Ogni volta che eseguivamo Amico fragile, ero in difficoltà. La canzone ha un testo complicatissimo, una specie di mantra ipnotico, se seguivo le parole non riuscivo a seguire la musica e a dare il tempo giusto.

A distanza di 40 anni come riproponete quei mitici concerti?

Possiamo contare su due ospiti d’eccezione: Flavio Premoli (già fondatore del gruppo) e, per ribadire questo abbraccio tra rock e poesia, Michele Ascolese, chitarrista storico di Faber. Inoltre, abbiamo scelto di eseguire i pezzi secondo la scaletta originale.

Qual è il segreto di questi brani senza tempo?

Le canzoni sono tatuaggi emotivi: quando sono ben fatte, sono eterne e queste sono “canzoni stellate”! Visto il piacere di suonare insieme e il successo di pubblico, avevamo deciso di riprendere il tour con Fabrizio ma poi il suo sequestro mise fine inevitabilmente al progetto.