«Hai pagato il canone?» tuonava dal piccolo schermo un indimenticabile Gigi Proietti in una pubblicità del 1999. Era come un mantra di inizio anno: la Rai ricordava in modo incalzante di versare l’imposta per finanziare il servizio pubblico. Da un decennio, per le famiglie, la tassa è “nascosta” fra le voci della bolletta della luce e chi ha una fornitura di energia non può fare a meno di pagarla, ad eccezione di alcune categorie.
Cos’è
Il “Canone di abbonamento alla televisione per uso privato”, questo il nome ufficiale, deve essere corrisposto da chiunque abbia un televisore, anche se usato non per vedere i canali del digitale terrestre, ma ad esempio film e serie da internet. Nonostante le ipotesi di tagli, per il 2026 è stato confermato l’importo di 90 euro, con 10 rate addebitate da gennaio a ottobre.
Dal 2016, infatti, la presenza di un’utenza elettrica fa presumere che si possieda un televisore e quindi, in automatico, il gestore inserisce il canone in fattura. È dovuto una sola volta per ogni famiglia anagrafica residente in una stessa abitazione e indipendentemente dal numero di apparecchi: per una coppia di fatto che vive nel medesimo alloggio la cifra resta 90 euro; allo stesso modo una famiglia che ha una seconda casa per le vacanze non lo pagherà doppio.
L’esonero
Ci sono due casi in cui si può chiedere l’esonero, compilando il modulo di dichiarazione sostitutiva, disponibile sul portale dell’Agenzia delle Entrate, da inviare sullo stesso sito, via Pec (con firma digitale) o posta ordinaria. Il primo riguarda gli ultrasettantacinquenni con un reddito annuo familiare fino a 8000 euro, se non sono presenti sotto lo stesso tetto altri conviventi con un reddito, eccezion fatta per collaboratori domestici, colf e badanti. Basterà mandare la domanda una volta e questa varrà pure per il futuro. Chi non detiene televisori in nessuna delle proprie abitazioni può godere dell’esonero, ma la richiesta va rinnovata ogni anno. Se si presenta la richiesta di esonero dal 1° febbraio al 30 giugno 2026, lo stop scatta per il secondo semestre, mentre se l’invio avviene dal 1° luglio al 31 gennaio 2027, l’esonero riguarda tutto l’anno successivo.
Attenzione a fare i furbi. «I controlli fisici sono pochi, anche se tramite l’Agenzia delle Entrate è possibile svolgere accertamenti alla fonte per verificare, ad esempio, se chi dice di non possedere un televisore ha poi un abbonamento a una pay-tv – spiega l’avvocato Gianluca Di Ascenzo, presidente del Codacons -. Chi dichiara il falso va incontro sia a sanzioni amministrative fino a 540 euro, sia a possibili procedimenti penali».
Pro e contro
Con l’arrivo del canone in bolletta l’evasione di una delle imposte meno pagate in Italia è crollata dal 27% al 5%, secondo i dati diffusi dall’azienda di viale Mazzini negli ultimi anni, ma il tema continua a dividere. I favorevoli sostengono che assicuri una programmazione di qualità, i contrari parlano di una tassa obsoleta. «È una contraddizione in termini, si chiama canone Rai ma è del tutto slegato dalla fruizione dei servizi offerti dalla Rai. Il cittadino è tenuto a pagarlo anche se decide di non installare i canali della rete sul proprio televisore – osserva il presidente del Codacons, tra le associazioni dei consumatori più critiche -. Il nuovo panorama televisivo permette ormai a tutte le emittenti di concorrere ad armi pari grazie a un’offerta sempre più variegata e alla raccolta pubblicitaria che garantisce enormi entrate alle società, specie alla Rai che può contare su esclusive e programmi con grande seguito, come il festival di Sanremo».
In Italia il canone fu introdotto per la prima volta nel 1938, agli albori delle trasmissioni radiofoniche. Quello che versiamo oggi è sotto la media europea, tuttavia alcuni Paesi, come Francia e Spagna, hanno deciso di abolirlo, sostenendo la tv pubblica con un contributo dalle casse generali del fisco. Il dibattito è aperto.
