La rabbia, spiega la dottoressa Rosanna Martin, responsabile del Servizio di psicologia ospedaliera del Meyer, è uno dei temi al centro delle consulenze con i genitori. Ecco qualche consiglio per le varie età del bambino.
Per cominciare, come approcciare la rabbia dei piccolissimi?
La rabbia si affaccia prepotente nella fase della conquista dell’autonomia, intorno ai 2 anni, momento questo molto importante nella traiettoria evolutiva emotiva e psicologica e come tale va trattato senza facili semplificazioni.
Molto spesso viene detto ai genitori di non fare caso alle crisi dei bambini, ma invece la rabbia va capita e va dato un senso a ciò che sta esprimendo. È importante saperla gestire, perché se usiamo una modalità scorretta la rabbia peggiorerà nella crescita.
Cosa non fare?
Accontentarli perché sfiniti dalla richiesta, fare ricatti e inoltre non mantenere ciò che si è detto. Così si perde la credibilità agli occhi dei bambini. Farli crescere nell’idea che, se si arrabbiano e urlano, ottengono quello che vogliono è proprio diseducativo e non aiuta a maturare emotivamente e psicologicamente.
Gestire la rabbia e le difficoltà emotive richiede tempo e amore, ma che sia consapevole.
Che significato può avere la rabbia nei piccolissimi?
La rabbia ha sempre un significato: a volte è un miscuglio di emozioni, dolore, ansia, angoscia, paura dell’abbandono, impotenza, senso di colpa, sentirsi non capiti e non visti e altro ancora in base alla storia di quella famiglia e di quel bambino. Il bambino che fa i dispetti ai genitori, non ascolta le richieste e sembra far di tutto per portarci a una reazione rabbiosa, deve far riflettere: qualcosa lo ha indispettito?
Le spiegazioni possono variare dalla più semplice alla più profonda, come il timore di non essere più così importante come prima per i genitori, dopo la nascita di un fratellino.
Cosa fare allora?
Se un genitore vuole interrompere il circolo vizioso, deve assolutamente andare al centro del problema: «Sei arrabbiato perché non siamo andati al parco giochi? Ti sembra che la mamma e il babbo pensino più alla tua sorellina che a te?».
A volte, quando il bambino non è disposto ad ascoltare e siamo nel pieno di una crisi psicomotoria, nella quale si agita e si dimena, è necessario abbracciarlo e parlare con voce calma, dicendo che sappiamo che è molto arrabbiato e che, appena si calmerà, potremo parlare di come sta.
Perseverare nell’abbraccio anche quando il bambino sembra non volerlo e si divincola lo aiuterà a non sentirsi abbandonato.
Come gestire la rabbia in età scolare?
Per i più grandi è più facile, perché possono dialogare, e allo stesso tempo più difficile perché le emozioni sono più complesse e varie, ma vale lo stesso concetto di comprensione dei motivi.
Anche l’eccessivo controllo – la mancanza di fiducia che porta il genitore a voler “dirigere” il bambino come quando era piccolo – è motivo di rabbia nei figli.
Un capitolo a sé: la rabbia negli adolescenti.
Negli adolescenti la rabbia è pericolosa se introiettata e rivolta verso di sé, con sentimenti di vergogna e disistima e rifugio nell’isolamento. Quando è battaglia per conquistare spazi di autonomia, va gestita e limitata, chiedendo rispetto, ma senza esagerare con il controllo: la mediazione fra richieste e regole è spesso la modalità migliore.
C’è un lato “positivo” della rabbia?
La rabbia, come la gioia e la tristezza, è positiva semplicemente perché è un’emozione e come tale è innescata da qualcosa: importante è insegnare ai figli a individuare le emozioni e cosa le provoca. Se lo facciamo noi da quando sono piccoli, lo faranno poi con se stessi e con gli altri.
Stare nelle emozioni è difficile, vorremmo che tutto filasse liscio, ma crescere è difficile e così fare il genitore. L’uso degli strumenti tecnologici sta diventando per tutti una fuga dalle difficoltà: il bambino piange? Gli offro il cellulare e si calma. È sbagliatissimo. La relazione con l’adulto, il dialogo, l’ascolto sono fondamentali: questo si deve offrire.
