C’è sempre, nei libri di Walter Veltroni, il rumore lieve del tempo. Un tempo che passa, ma non se ne va davvero. Resta nei jukebox accesi nei bar, nelle biciclette appoggiate ai muri di Roma, nei cinema di periferia dove le luci si spegnevano lentamente e il mondo sembrava diventare più umano.
Veltroni scrive così: come uno che attraversa la memoria tenendo in mano una lampadina accesa. Giornalista, regista, politico, narratore, è una delle figure italiane che più hanno raccontato il Novecento come un album di fotografie vive. Nato a Roma nel 1955, figlio di Vittorio Veltroni, storico dirigente Rai, Walter Veltroni ha sempre avuto un rapporto quasi sentimentale con il cinema. Lo si vede nei suoi documentari, nei suoi articoli, nei suoi romanzi.

L’ultimo, Il bar di Cinecittà, pubblicato da HarperCollins Italia, nasce proprio da questo sentimento. Dal desiderio di entrare nella “Hollywood sul Tevere” non dalla porta principale, quella delle star, ma da un ingresso laterale: il bancone di un bar. È lì che passa la vita vera. Quella dei tecnici, delle sarte, delle truccatrici, dei giovani attori ancora sconosciuti, dei registi che fumano troppo e parlano poco.
Veltroni ha presentato a maggio il libro alla Libreria Rinascita di Sesto Fiorentino (FI), dove lo abbiamo incontrato. E parlando del romanzo, gli si illuminano gli occhi. Il protagonista è Giovanni Diotallevi, sedici anni, una bicicletta e un lavoro nel bar della nascente Cinecittà nel 1937. Da quel bancone vedrà passare mezzo secolo di storia italiana: il fascismo, la guerra, la fame, la ricostruzione, il boom economico, l’età d’oro del cinema italiano. Vedrà nascere amicizie con giovani destinati a diventare leggende, come Marcello Mastroianni e Federico Fellini. E incontrerà le grandi stelle italiane e internazionali negli anni d’oro di Cinecittà. «Mi interessava uno sguardo laterale. Non raccontare il cinema dal centro della scena, ma da un luogo di passaggio, di incontri, di confessioni. Nei bar si ascolta la vita» racconta l’ex sindaco della Città eterna.
Giovanni Diotallevi attraversa quasi cinquant’anni di storia italiana. Che cosa rappresenta?
È un uomo comune. E proprio per questo riesce a raccontare meglio il Novecento. Mi interessa sempre la grande Storia vista attraverso vite normali e speciali insieme, come sono tutte le vite umane.
Nel romanzo compaiono Fellini, Mastroianni, De Sica. Quanto conta il cinema italiano nella sua formazione?
Il cinema italiano è stato il nostro grande romanzo popolare. Ha raccontato chi eravamo, le nostre fragilità, la nostra ironia, le nostre paure.
Cinecittà nel libro appare quasi come una città parallela.
Era davvero una città dentro la città. Un luogo dove si mescolavano sogno e fatica, glamour e lavoro operaio. Le sarte accanto ai divi, i macchinisti accanto ai registi.
Il romanzo attraversa anche gli anni della guerra.
Non si può raccontare Cinecittà senza raccontare l’Italia. E dunque anche il dolore, gli sfollati, la fame, la paura.
C’è molta malinconia nel libro.
Perché racconta un mondo che non esiste più. Ma forse il compito della memoria è proprio questo: tenere accesa una luce nel buio.
Nel libro ritorna spesso l’idea del cinema come esperienza collettiva.
Andare al cinema significava fare un viaggio insieme. Entrare nel buio e uscirne diversi.
La televisione, nel finale, cambia tutto.
Con la televisione finisce un’epoca. Quel grande rito collettivo perde centralità. E Cinecittà entra in crisi.
Che cos’è oggi Cinecittà per lei?
Un luogo della memoria italiana. Una fabbrica di sogni che ha raccontato il nostro Paese meglio di tanti libri di storia.
