Beatrice Venezi si racconta

Originaria di Lucca, a soli 31 anni è tra le poche donne al mondo a dirigere orchestre a livello internazionale

Buio in sala. Il pubblico tace. Da una porta esce una giovane donna. Fra le dita, una lunga bacchetta. I capelli biondi si adagiano sull’abito rosso. Si avvia verso il podio su cui sale sicura. Con un sorriso gentile si inchina al pubblico. Si volta e saluta anche l’orchestra. Alza la bacchetta e iniziano due ore di magia. Bei tempi. Con Beatrice Venezi, direttore d’orchestra giovane e già affermata a livello internazionale, abbiamo avuto una interessante conversazione, purtroppo solo telefonica, causa Covid.

Maestro o Maestra? Direttore o direttrice d’orchestra?

Sono per il maschile. Il mio ruolo è direttore d’orchestra. Direttrice e, ancor più, maestra hanno un valore specifico, che in italiano riguarda altre figure professionali. Conosco le teorie sulla semantica e sull’importanza di come il linguaggio possa modificare anche il pensiero, ma credo che con la forzata declinazione al femminile non si ottenga il risultato desiderato; anzi, si accentuano divisioni e categorizzazioni, senza riguardo per il talento.

Esiste un approccio femminile a una partitura diverso da quello maschile?

La direzione d’orchestra è legata alla persona che dirige. E quindi le interpretazioni variano da uomo a uomo e da donna a donna, senza legami con il genere. Poi naturalmente c’è una sensibilità femminile diversa da quella maschile, con una differenza nell’approccio a una partitura come a ogni altra cosa.

Come donna, ha avuto problemi a “imporsi” all’orchestra, dove in genere prevalgono gli uomini?

No, mai avuto problemi in tal senso. Un’orchestra è un organismo meritocratico che riconosce il valore di chi ha davanti. Magari ho avvertito delle resistenze iniziali e, in quanto donna, ho incontrato pregiudizi a priori. Poi, però, il lavoro ha sempre pagato.

Dove ha incontrato maggiori pregiudizi?

Le orchestre italiane, come la società, hanno ancora resistenze su tematiche come la parità fra uomo e donna in ambito lavorativo. In altri Paesi, per esempio in Inghilterra e Scandinavia, sono più avanti sotto il profilo della parità. A febbraio ho diretto Madama Butterfly, in Francia: già Oltralpe si percepisce una differenza nei confronti della figura femminile e della sua leadership.

Sono sempre di più le donne che dirigono l’orchestra, che suonano il trombone o il contrabbasso, nell’immaginario collettivo strumenti poco femminili. Il problema del genere nella musica cosiddetta classica sta scomparendo?

Grazie al cielo, sì. Ripeto, la strada è ancora lunga, ma i segnali sono incoraggianti.

Forse sono meno le compositrici?

In realtà, oggi le compositrici sono sempre di più, per esempio nelle musiche da film. Dobbiamo semmai riscoprire le compositrici del passato, cui ho dedicato il mio libro Le sorelle di Mozart (Utet). Mi è sembrato giusto attribuire importanza a figure di peso nella storia della musica, come Clara Wieck, pianista e moglie di Robert Schumann (si dice che fosse una pianista migliore del marito, ndr).

Il cachet di un musicista donna è diverso da quello di un uomo? È un problema di genere o di fama?

Sicuramente è un problema di fama, ma con la scusa della fama, ecco le disparità nei compensi. Non parlo delle grandi star, uomini o donne, ma nella fascia medio-bassa, i compensi si differenziano.

Riviste nazionali e internazionali le hanno dedicato degli spazi. Secondo lei, perché?

Penso che il maggior interesse sia per la mia vicenda umana: sono una pecora nera rispetto al gregge, perché sono donna e giovane, e non mi sono conformata alle aspettative di una società che prevede che una donna che vuol fare il direttore d’orchestra o un qualsiasi lavoro culturalmente e intellettualmente impegnato, debba rinunciare alla propria femminilità, al proprio aspetto esteriore. Sembra che le donne non siano esseri sufficientemente complessi per valorizzare entrambi gli aspetti. Dobbiamo sovvertire questo paradigma, sbagliato e limitante per la donna.

Come vive il periodo del Covid?

La difficoltà è avere una prospettiva, capire quando tutto questo finirà e potremo tornare a fare musica con il pubblico. È un’incertezza paralizzante. A ogni livello prevale la paura, che blocca l’intero sistema, anche nella produzione di eventi e concerti.

È stata giudice nel programma AmaSanremo condotto da Amadeus. Qual è il suo rapporto con la musica non classica?

Fruisco di pop e rock, mi piace ascoltare la musica intorno a noi, anche per capire da che parte va il mondo. Durante quel programma, mi sono fatta un po’ di cultura pop. Faccio invece fatica con il rap e il trap, per quanto amiche e amici cerchino di spiegarmeli.

Cenni biografici

Beatrice Venezi, trentenne lucchese, si diploma in pianoforte a Siena e in direzione d’orchestra a Milano. Dirige ovunque, dal Giappone all’Argentina, dalla Germania all’Armenia, agli Stati Uniti e naturalmente all’Italia.

Divulgatrice di musica, è ospite di E poi c’è Cattelan e Che tempo che fa. Scrivono di lei anche riviste divulgative, come “Wired”, “Rolling Stones”, “D”, “Grazia”. Nel 2019 “Forbes”, testata americana di economia, l’ha inserita fra i 100 giovani under 30 leader del futuro. Per il “Corriere della Sera”, invece, è fra le 100 donne del 2016 e le 50 del 2017 che si sono distinte nel mondo per professionalità e capacità di essere rivoluzionarie, resistenti, anticonformiste, precorritrici, creative e femminili.

Tre donne ai vertici dell’Ort

Competenti e affermate, sono anche giovani, a garanzia di un futuro luminoso. La finlandese Eva Ollikainen (39 anni) è il Direttore principale dell’Orchestra della Toscana. Ha alle spalle una carriera già ventennale. Ha lavorato con orchestre quali la Staatskapelle Dresden e i Wiener Symphoniker. Oltre a Venezi, l’altro Direttore ospite principale dell’Ort è l’italo-turca Nil Venditti. Giovanissima (26 anni), versata nel repertorio classico, esegue Haydn, Mozart e Beethoven. Ha già diretto al Mozarteum di Salisburgo e al Concertgebouw di Amsterdam

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