2 giugno: il voto al referendum del 1946 raccontato da chi l’ha vissuto

Iolanda, Cosetta e Gina, centenarie che hanno fatto la Repubblica raccontano la loro prima volta alle urne per il referendum

È veramente una lunga storia quella che ha portato in Italia al suffragio universale e quindi al voto delle donne. La storia, in Toscana, inizia molto presto, già dai tempi del Granducato, e culmina nel 1946, anno fatale dell’immediato dopoguerra, quando si può finalmente parlare di un pieno suffragio femminile.

Le donne che vissero quell’avvenimento e che abbiamo incontrato in questi giorni, nonostante siano passati ottant’anni quel momento non lo hanno mai dimenticato. 

Iolanda Pratesi

Iolanda Pratesi sta per compiere 105 anni: è nata il 17 giugno del 1921 a Firenze, nell’anno dell’inizio delle prime trasmissioni radiofoniche regolari, della nascita del Partito comunista a Livorno e della fondazione del Partito nazionale fascista. Anno di spudorate violenze fasciste, con Firenze che fece da culla della dittatura nazionale. In quell’anno, a febbraio venne assassinato Spartaco Lavagnini, durante una spedizione punitiva durata tre giorni. E poi, come a irradiarsi dal capoluogo toscano, via via per tutta la regione, fino alla strage di Roccastrada (GR), e giù fino a Roma, fino alla fatidica Marcia. 

La raggiungiamo al telefono con il prezioso aiuto della figlia. Quando le si evoca la prima volta che ha potuto votare, Iolanda si accende: «C’era una battaglia di nulla!», è la prima cosa che dice. Rievocando quanto caldo fosse il clima politico di una stagione che fu piena di momenti elettorali, come a voler recuperare il tempo perso. Iolanda ci racconta di rammentare quei momenti come fosse ora. «Mi ricordo che c’era una grande differenza di vedute fra le persone che andavano a votare e che le differenze erano molto nette, molto forti». E subito dichiara: «Io ho votato per la Repubblica, perché preferivo così, perché quella era la mia idea e volevo esprimerla finalmente!».

Archivio Foto Locchi. La folla in Piazza della Signoria per la vittoria della Repubblica.

Monarchia o Repubblica?

Il suffragio femminile arrivò col decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, che era stato approvato dalla Consulta Nazionale il 23 febbraio 1946. Le donne, per la prima volta in Italia, avevano il diritto di votare e il diritto di essere elette. E così furono chiamate a votare per le prime elezioni amministrative dalla fine del fascismo e della guerra. Elezioni che si svolsero in cinque turni dal 10 marzo 1946. E poi arrivarono le elezioni più evocate, importanti, fondanti della stessa Repubblica. Il 2 e il 3 giugno si votò infatti per l’elezione dei deputati e delle deputate dell’Assemblea Costituente e – in contemporanea – per il referendum istituzionale che chiamava il popolo a scegliere tra Monarchia e Repubblica. 

Al referendum le donne votarono con un’affluenza dell’82%. Vennero elette ventuno deputate, tra cui Nilde Jotti, Teresa Noce, Lina Merlin, che entrarono a far parte della Commissione incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione repubblicana. Due le toscane Teresa Mattei (fiorentina, seppur nata a Genova) e Bianca Bianchi, originaria di Vicchio (FI). E, con il loro voto, quelle donne che votarono per la prima volta, contribuirono alla nascita della Repubblica. 

«Di quegli anni – racconta Iolanda – mi ricordo soprattutto la fame, mancava tutto, e tutto quello che c’era si trovava al mercato nero». Anni durissimi, «ma a votare – racconta – ci si andò con il vestito buono, perché era una cosa troppo importante. Qualcuno ci guardava male, c’erano tanti che erano contrari al voto delle donne, ma io quelli li ho sempre scansati», ci racconta con una punta di fastidio vivissima.

Cosetta Venturini

«Ho votato con la mia testa»

Un anno dopo Iolanda, nacque a Scandicci (FI), quando la città si chiamava ancora – e si chiamerà così fino al 1929 – Casellina e Torri, Cosetta Venturini. «Sono nata l’8 dicembre, a Rinaldi, nel 1922», ci racconta. La incontriamo a casa sua, a Casellina. È in poltrona ed è molto scocciata per un incidente domestico che la costringe a tenere un collare che le impedisce i movimenti. Una donna minuta e distinta, con una energia e un piglio giovanili. Quest’anno compie 104 anni. Parla con una voce squillante, che si fa sentire. La nipote ci mostra un album di vecchie foto e si capisce subito di trovarsi davanti a una testimone di un’altra epoca. 

«Io sono nata a Rinaldi anche se poi sono cresciuta a San Martino alla Palma». Ricorda la diffidenza che aleggiava intorno al loro voto. Cosetta andò a votare incinta della figlia, con addosso gli sguardi trasversali e maschili che ritenevano il voto femminile influenzato dai mariti comunisti per gli uni, o dai preti democristiani per gli altri. Cosetta dice «mio padre era rosso, ma proprio rosso – alludendo all’appartenenza al Pci -, ma io ho votato con la mia testa». Incontrando le donne che hanno votato nel 1946, sembra di risentire le parole della grande scrittrice Alba de Céspedes. Scrisse che uscì dalla cabina elettorale «liberata e giovane, come quando ci si sente i capelli ben ravviati sulla fronte». 

Monica Pacini, docente di Storia contemporanea all’Università degli studi di Firenze, ci spiega bene questa sensazione. «Le prime volte sono importanti nella storia perché danno il senso della possibilità di un cambiamento rispetto a un ordine interiorizzato come naturale. Se in Italia furono poche, pochissime le donne che il 2 giugno del 1946 andarono a votare con la consapevolezza di quanto quella lotta fosse stata lunga e tortuosa, per tutte non fu una giornata come le altre. Erano, infatti, una minoranza in Italia le donne che sapessero cosa avevano scritto e fatto per ottenere il diritto di voto figure di grande rilievo politico come Anna Maria Mozzoni, Hubertine Auclert o Clara Zetkin, ma nella rottura rappresentata dal voto di tutte riecheggiava il valore simbolico di quelle battaglie perdute fra mille umiliazioni».

Gina Bonini con Claudia Sereni, sindaca di Scandicci

Con l’abito della domenica

Votare per cambiare, votare per migliorare, progredire, andare avanti è il motivo di fondo di tutte le testimonianze che abbiamo incontrato. Come Gina Bonini, nata a Barberino Val d’Elsa (FI) nell’aprile del 1925. Ci racconta di essere andata al seggio «con l’auspicio di un miglioramento della nostra situazione economica e sociale. Insieme a tutta la famiglia ci recammo a votare per la Repubblica, ed essendo un appuntamento importante ci vestimmo con l’abito della domenica». 

Le donne che abbiamo incontrato votarono fieramente per la Repubblica. Ma soprattutto votarono con la consapevolezza di aver conquistato un diritto. «A votare – racconta Cosetta Venturini -, sono andata anche con le stampelle e se avessi potuto ci sarei andata anche quest’anno». Ci saluta un po’ sconsolata: «Questo mondo ‘un mi garba punto, io sono nata troppo presto per arrivare a vedere il mondo d’ora». 

Ci saluta anche Iolanda, mentre ricorda che quando andò a votare per la prima volta, già lavorava. Lo fa con una esortazione: «Andate a votare perché è il futuro della vostra patria. È fondamentale che questa nostra conquista sia portata avanti dalle nuove generazioni».

In Toscana

Nel Granducato di Toscana governato dai Lorena un decreto datato 20 novembre 1849 sanciva il diritto di voto amministrativo per le donne attraverso una procura e dal 1850 anche tramite una scheda inviata al seggio con una busta sigillata. 

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