Buonconvento: borgo felice e bellissimo della Val d’Arbia

Dal Museo d’Arte Sacra alla Torre dell'Orologio, questo borgo nel senese offre moltissima arte in uno splendido paesaggio.

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Giovanni Boccaccio, originario del bellissimo borgo di Certaldo, racconta di un certo Cecco di Fortarrigo, accanito giocatore e leggendario bevitore, che accompagnando il suo dominus, Cecco Angiolieri, giocò i soldi suoi e quelli del suo padrone (risparmi che servivano per un soggiorno di sei mesi nella marca d’Ancona) in una taverna di Buonconvento, perdendoli tutti: non contento, finse di esser stato derubato dal povero Angiolieri (peraltro dipinto da Boccaccio in termini molto meno maliziosi di quelli che potrebbero risultare leggendo le sue poesie), e gli portò via cavallo e vestiti. Alché Angiolieri, per la vergogna d’esser stato tradito, beffato e spogliato, non osò tornare a Siena e riparò dai suoi parenti a Corsignano, ovvero l’odierna Pienza, finché il padre non gli garantì di nuovo un appannaggio per andarsene nella marca anconetana.

Difficile ritrovare oggi a Buonconvento l’osteria dove Cecco di Fortarrigo dilapidò una fortuna, ma nel piccolo centro storico di questo borgo adagiato tra i paesaggi lunari delle crete senesi non è difficile sperimentare atmosfere trecentesche: qui, all’ombra della Torre dell’Orologio (una sorta di torre del Mangia in miniatura, anch’essa del XIV secolo), antichi edifici di laterizio, arcate a sesto acuto, le mura in parte ancora intatte e pure risalenti al Trecento (sebbene uscite devastate dai bombardamenti della seconda guerra mondiale), riportano il viaggiatore indietro a quell’epoca, quando Buonconvento era uno dei principali centri della Repubblica Senese, in posizione strategica al centro della val d’Arbia, e di conseguenza conobbe, in quel periodo, una significativa evoluzione urbanistica, che da semplice “Bonus Conventus”, ovvero “luogo felice” (e chi potrebbe mettere in dubbio l’attestazione etimologica, data l’amenità del luogo?), divenne centro conteso, dapprima occupato dall’esercito imperiale di Arrigo VII di Lussemburgo, poi da Uguccione della Faggiola, e poi nel mezzo delle lotte tra Perugia e Siena, coi secondi che ebbero la meglio.

Via Soccini è la strada principale del borgo: reca il nome di una delle dinastie che più ne marcarono la storia, fregiandosi pure di non uno, ma addirittura due eretici, Lelio e Fausto, uno nipote dell’altro, che tra Cinque e Seicento diffusero nell’Europa dell’est, tra Polonia e Transilvania, il socinianesimo, una sorta di versione ancor più radicale del protestantesimo, fondata sulla libertà di coscienza, sulla tolleranza nei confronti delle altre comunità cristiane (sulla libertà di culto, diremmo oggi) e sull’impiego della razionalità nell’interpretazione delle Scritture (dunque, di conseguenza, sul rifiuto dei dogmi). La loro parola, dai territori della loro predicazione, valicò i confini e si diffuse in tutta Europa. La via che prende il nome dalla loro famiglia è affiancata dalle altre due che completano il tessuto sul quale s’innesta la rete di vicoli e chiassi del borgo, dette, con sagace icasticità popolare, “via del Sole” e “via Oscura”, rispettivamente dentro e fuori le mura. Le principali testimonianze del passato di Buonconvento si dipanano lungo il loro corso.

Al centro è il Palazzo Podestarile, a fianco del quale svetta la Torre dell’Orologio: in facciata, i venticinque stemmi dei podestà che ressero il borgo nei tempi antichi ci raccontano ampi brani della sua storia. Poco distante, sulla stessa via Soccini, è la chiesa dei Santi Pietro e Paolo, la principale del paese: la facciata, in composto tardobarocco senese, cede al fascino dei mattoni rossi e rispetta l’unitarietà cromatica del borgo. È la chiesa dove, nel 1313, morì l’imperatore Arrigo VII: all’interno solo poche opere, come la Madonna col Bambino e gli angeli di Matteo di Giovanni e un affresco raffigurante l’Incoronazione della Vergine, di anonimo quattrocentesco, evocano i sontuosi arredi che un tempo la chiesa mostrava ai fedeli.

Per le altre occorre una visita al Museo d’Arte Sacra della val d’Arbia, fondato nel 1926 dal parroco del borgo, don Crescenzio Massari, e avente sede nel Palazzo Ricci Soccini: la sua collezione accoglie opere che vanno dal Duecento al Novecento. Tra queste, è uno dei capolavori dell’arte duecentesca italiana la splendida Madonna di Buonconvento, straordinaria tavola di Duccio di Buoninsegna, che in origine si trovava proprio nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Ma sono altri i grandi del Tre e Quattrocento senese che s’incontrano lungo il percorso museale: Pietro Lorenzetti e Sano di Pietro su tutti, ma anche Luca di Tommè e Andrea di Bartolo, per arrivare al Seicento dov’è presente una cospicua raccolta di tele degli artisti che, in quegli anni, diedero vita a Siena a una delle scuole pittoriche più interessanti (e anche più sottovalutate) del periodo. Ecco dunque opere di Francesco Vanni, Rutilio Manetti, Ventura Salimbeni, Bernardino Mei: è la scuola senese del Seicento praticamente al gran completo. Si percorrono i selciati medievali dei vicoli che connettono via Soccini alle altre, si osservano i caratteristici edifici di via del Sole, un tempo botteghe degli artigiani, ci s’imbatte in sorprendenti episodi liberty (tanto che nel 1985 s’allestì una mostra sul tema), si passeggia fuori dalle mura in via Oscura, e poi si riprende il cammino nel paesaggio, verso le crete senesi: antichi castelli di tanto in tanto punteggiano le colline. Pare che un un grande poeta inglese del Settecento, Thomas Gray, passando dalla campagna senese per il suo Grand Tour, ebbe a scrivere alla madre, in una lettera del 1740, che da queste terra “avrai la più bella vista di questo mondo”.

Toscana da scoprire è una collaborazione iniziata a luglio tra Informatore e Finestre sull’Arte, testata giornalistica che si occupa di arte antica e contemporanea, per raccontare ogni settimana sul sito dell’Informatore i più bei borghi toscani ancora da non perdere.

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