Ancora su motti, locuzioni e modi di dire

In questo articolo a cura degli esperti linguisti dell'Accademia della Crusca alcuni esempi di come alcuni versi della Commedia di Dante siano entrati a far parte dell'uso comune e circolano liberamente nella nostra lingua, anche svincolati dal contesto originario

Accademia della Crusca
Accademia della Crusca
Un progetto dell'Associazione Amici dell'Accademia della Crusca, sostenuto da Unicoop Firenze, in collaborazione con gli esperti linguisti dell'Accademia fiorentina, per raccontare e far conoscere il patrimonio storico e culturale della Crusca e la sua attività.

Nel mezzo del cammin di nostra vita (Inf. I 1-3),
Non omo, omo già fui (Inf. I 67),
mi fa tremar le vene e i polsi (Inf. I 90),
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate (Inf. III 9),
sanza ’nfamia e sanza lodo (Inf. III 35-36),
non ragioniam di lor, ma guarda e passa (Inf. III 51),
or incomincian le dolenti note (Inf. V 25),
più che ’l dolor, poté ’l digiuno (Inf. XXXIII 75),
E quindi uscimmo a riveder le stelle (Inf. XXXIV 139),
conosco i segni de l’antica fiamma (Purg. XXX 48),
Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui (Par. XVII 58-60).

Sono questi solo alcuni dei tanti motti, modi dire, talora interi versi, ripresi dalla Commedia, che si sono insediati nell’uso comune e circolano liberamente nella nostra lingua, svincolati dal contesto originario e adattati alle occasioni più svariate, non senza incorrere spesso in storpiamenti e libere trasformazioni. La storia della fortuna di questi prelievi dal poema costituisce un oggetto di indagine veramente affascinante e al tempo stesso difficile, anche perché ci mette a contatto con quella parte dell’eredità dantesca che si è fatta deposito non solo di lingua, ma anche di situazioni, di sentimenti, di stati d’animo e quindi di vita vissuta.

È certo comunque che la tendenza a trasferire passi danteschi nel linguaggio comune è assai precoce e rimanda ai primi lettori del poema, che com’è noto appartenevano anche ai ceti mercantili e artigianali. Ce ne offre la prova il cosiddetto Libro del biadaiolo (o Specchio umano), una specie di registro agrario scritto attorno alla metà del Trecento, conservato nel codice Tempi 3 della Biblioteca Laurenziana di Firenze.

L’autore del testo è un fiorentino, Domenico Lenzi, modesto commerciante di grano, capace però non solo di usare la penna per registrare la propria contabilità, ma anche di dare alla sua scrittura una grande efficacia espressiva, che si rivela soprattutto nelle parti in cui descrive le condizioni di povertà e le tremende carestie di quei tempi. Ed è in uno di questi momenti narrativi, al culmine della descrizione della folla degli affamati cacciati da Siena nel 1329, che irrompe nel testo il grido straziante del conte Ugolino di fronte ai figli stroncati dal digiuno A! dura terra, perché non t’apristi?: citazione dantesca, tratta da uno dei più sconvolgenti episodi infernali (Inf. XXXIII 66). E colpisce come, a pochi anni dalla morte del poeta, un modesto commerciante di biade non solo conosca il passo dantesco ma con tanta naturalezza lo faccia proprio, lo impieghi per rappresentare le proprie emozioni in virtù di quella capacità che la parola dantesca possedeva – e possiede ancora oggi – di imprimersi nella memoria e dire in modo impareggiabile le cose che noi sentiamo.

Né stupisce che la maggior parte delle citazioni siano, come in questo caso, tratte dall’Inferno, senza dubbio la cantica più impressionante e conosciuta a livello popolare. Non mancano però anche espressioni dantesche che penetrano nei circuiti del linguaggio più colto, non senza incorrere anch’esse in slittamenti di significato e banalizzazioni. Caso emblematico la locuzione provando e riprovando, che troviamo all’inizio del III canto del Paradiso:

Quel sol che pria d’amor mi scaldò il petto
di bella verità m’avea scoverto,
provando e riprovando, il dolce aspetto;

(Par. III 1-3)

Dante qui allude a Beatrice (è lei il sole che per primo aveva scaldato d’amore il suo cuore) ora divenuta fonte di verità. Letteralmente i vv. 2-3 si possono così parafrasare: “Beatrice mi aveva svelato il dolce aspetto della verità, dimostrando il vero (provando) e confutando il falso (riprovando)”. E in effetti Beatrice nel canto precedente aveva spiegato a Dante la natura delle macchie lunari attenendosi ai due momenti del metodo scolastico, ovvero confutando l’errore e dimostrando la verità. Oltre tre secoli dopo, nel Seicento, l’espressione dantesca provando e riprovando sarà scelta dagli allievi di Galileo come motto dell’Accademia del Cimento il cui obiettivo era quello di verificare con metodo rigorosamente sperimentale i principi della filosofia naturale. Così l’espressione dantesca deviò dal suo significato originario per assumere il valore ripetitivo, che si è poi fissato, di ‘provando e provando ancora’.

( A cura di Paola Manni, Accademia della Crusca)

Riferimenti bibliografici

  • Il libro del Biadaiolo. Carestie e annona a Firenze dalla metà del ’200 al 1348, a cura di Giuliano Pinto, Firenze, Olschki, 1978.
  • Vittore Branca, Un biadaiuolo lettore di Dante nei primi decenni del Trecento, in AA.VV., Studi in onore di Alfredo Schiaffini, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1965, pp. 200-208.
  • Simone Magherini, “Provando e riprovando”: presenze dantesche nella prosa scientifica di Redi, in La letteratura italiana e la nuova scienza. Da Leonardo a Vico, a cura di S. Magherini, Milano, Franco Angeli, 2017, pp. 195-214.
  • Paola Manni, La lingua di Dante, Bologna, il Mulino, 2013.
  • Paola Manni, L’invenzione della lingua. Perché Dante è il padre dell’italiano, Torino, GEDI, 2021.
  • Luca Serianni, Parola di Dante, Bologna, il Mulino, 2021.

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