Parlare di guarigione dal diabete di tipo 2, quello legato agli stili di vita errati, prima delle feste natalizie, potrebbe sembrare un’utopia; in realtà una ricerca innovativa condotta dal Dipartimento di Medicina clinica e sperimentale dell’Università di Pisa va proprio in questa direzione.
Lo studio, iniziato e guidato dal professor Piero Marchetti, apre infatti a nuove strategie terapeutiche. «Il diabete di tipo 2 – precisa Marchetti – è la forma più frequente di diabete, rappresentando circa il 90% di tutti i casi. Nel suo complesso, questa condizione è molto diffusa: nel 2024 le persone con diabete nel mondo erano 589 milioni, di cui oltre 5 milioni in Italia.
In Toscana i soggetti affetti da questa condizione sono circa 260mila, pari al 7% della popolazione. Purtroppo, il diabete ha ancora un impatto sociosanitario estremamente gravoso, sia per le difficoltà di gestione del controllo glicemico, sia per l’ancora frequente insorgenza di complicanze acute e croniche della malattia».
Quali sono i risultati del vostro studio?
Il diabete di tipo 2 è caratterizzato da inadeguata produzione e secrezione di insulina da parte di alcune cellule specializzate nel nostro pancreas (le cellule beta), tutto ciò associato alla ridotta sensibilità dell’organismo all’azione dell’insulina stessa. Noi ci stiamo da tempo dedicando alla ricerca delle cause che portano al danno delle cellule beta e sviluppiamo strategie per il recupero delle capacità funzionali di tali cellule.
Il nostro studio dimostra che nel diabete di tipo 2 le cellule beta possono riprendere a funzionare nella misura in cui siano rimossi i fattori di stress metabolico, quali il non adeguato controllo del diabete e l’aumento di alcuni tipi di grassi, che fanno comunemente parte del quadro di questa malattia. Inoltre, il nostro lavoro ci ha permesso di individuare farmaci (alcuni dei quali da noi validati) potenzialmente in grado di riattivare le cellule beta anche dopo vari anni dall’esordio del diabete.
Quali vantaggi potrebbero derivare per i pazienti?
Alcune informazioni indicano che già qualche persona con diabete di tipo 2 può sperimentare, mediante lo stile di vita, remissione della malattia anche completa. Purtroppo, però, la percentuale con cui questo avviene è ancora bassa e tende ad attenuarsi con il passare del tempo.
I nostri risultati contribuiscono a comprendere i meccanismi che portano alla remissione del diabete, così come quelli che ne impediscono il realizzarsi, potendo così portare a metodi per rendere concreta la possibilità di “guarire” a un numero maggiore di persone, anche a distanza di vari anni dalla diagnosi.
Ci sono già prospettive di applicazione clinica?
Lo studio ci ha anche permesso di individuare farmaci, testati in vari modelli preclinici, che agendo su alcuni specifici meccanismi infiammatori e metabolici possono promuovere il benessere delle cellule beta, favorendo il loro recupero funzionale e ripristinando la capacità di produrre e secernere insulina. Alcuni sono noti nel contesto delle malattie infiammatorie, e sono attualmente in valutazione anche nel diabete di tipo 1.
Il nostro gruppo si sta adesso impegnando a cercare modalità per poter verificare nelle persone con diabete di tipo 2 la sicurezza clinica dei farmaci individuati, per poi iniziare studi di intervento su gruppi selezionati di persone con questa forma di diabete, in sinergia con l’Università e il Sistema sanitario regionale e nazionale.
