Immaginiamo un futuro in cui la nostra memoria non sia più una sorta di labirinto nebbioso, ma uno spazio rigenerato e nuovamente limpido. Le ultime scoperte scientifiche sull’Alzheimer stanno rivoluzionando la nostra comprensione di questa malattia, offrendo nuove speranze per milioni di persone in tutto il mondo.
Sentiamo cosa ha da dirci in proposito Sandro Sorbi, professore emerito di Neurologia all’Università degli Studi di Firenze.
Alzheimer, una parola che fa paura: qual è la situazione in Italia?
In Italia c’è un’alta aspettativa di vita e questo comporta un numero elevato di persone con più di 65 anni (circa 14 milioni), che sono a maggior rischio di sviluppare disturbi cognitivi, demenza e malattia di Alzheimer. Si stima infatti che circa due milioni di persone abbiano una forma da lieve a grave di demenza e la metà di questi, purtroppo, sono affetti dalla malattia di Alzheimer. Numeri importanti e preoccupanti che si riferiscono solo alle persone con età superiore a 65 anni anche se, purtroppo, esistono persone che si ammalano anche in età giovanile.
La Food and drug administration (Fda), che è l’agenzia americana per il farmaco, ha approvato un test del sangue per la diagnosi dell’Alzheimer.
Per decenni, la diagnosi della malattia di Alzheimer ha richiesto l’impegno di medici specializzati e neuropsicologi, usando sistemi di diagnostica per immagini dell’area cerebrale quali risonanza magnetica e Pet, finanche lo studio del liquido cerebrospinale (Csf). Nel 2025, la Fda statunitense ha approvato i primi test basati su biomarcatori ematici destinati ad aiutare la diagnosi anche se, nonostante le loro promesse, sollevano domande su come e quando queste nuove tipologie di indagine dovrebbero essere usate.
Il test al momento più promettente è il dosaggio nel plasma delle proteine pTau217 e β-amiloide 1-42, entrambe associate alla malattia di Alzheimer nel plasma, offrendo un’alternativa molto meno invasiva e più accessibile.
Esistono trattamenti efficaci per rallentare la progressione della malattia?
Esistono già quattro farmaci che, se somministrati all’inizio dei sintomi, possono rallentare l’evoluzione (Donepezil, Rivastigmina, Galantamina, Memantina). Sono anche in fase di approvazione altri due farmaci, Lecanemab e Donanemab, che hanno un meccanismo molto diverso – sono da somministrare in ospedale – e sembrano avere un’efficacia maggiore nel rallentare l’evoluzione della malattia di Alzheimer.
Come si inseriscono i nuovi trattamenti e strumenti diagnostici nella gestione della malattia?
Sia le indagini ematiche e strumentali che le terapie devono essere effettuate da neurologi o geriatri esperti, in Centri per la diagnosi di disturbi cognitivi e della demenza (Cdcd) ove presenti. È bene ricordare che la Regione Toscana ha implementato una rete di servizi per la diagnosi e la cura delle demenze, che include proprio i Cdcd.
Quali sono i consigli per ridurre il rischio?
È molto importante iniziare precocemente, rinunciando a fattori tossici, come il fumo e l’alcol, e mantenendo in salute il cervello con l’attività fisica e un’alimentazione sana ed equilibrata, come quella della dieta mediterranea.
Sul web circolano consigli come fare ginnastica con le mani o l’assunzione di alimenti come mirtilli, uova, curcuma e integratori. Che ne pensa?
Dobbiamo stare attenti a non seguire suggerimenti estemporanei e non confermati da indagini scientifiche corrette. L’attività fisica, in particolare aerobica, è molto importante, ma non mi sentirei di raccomandare esercizi manuali o integratori per prevenire l’insorgenza della demenza in genere e in particolare della malattia di Alzheimer.
