Vino rosé

Fresco ed estivo, riscuote sempre maggiore successo fra i consumatori. Fra le novità sul mercato anche il Mipiace senza solfiti prodotto dall'azienda agricola della famiglia Casadei Baj Macario

In principio era solo rosé: i Greci mescolavano uve bianche e rosse ottenendo un vino rosato. Almeno così si ipotizza. Nella storia più vicina a noi, alcuni rossi erano scarichi al punto da apparire rosa, ma non si producevano con l’intento di creare dei rosé.

Fra alti e bassi, flussi e riflussi, il rosé sta vivendo il suo momento di gloria. «È cambiato il gusto del consumatore. Si preferiscono vini più leggeri, al posto di quelli complessi, riservati a occasioni particolari. E poi è perfetto per l’estate» dice Martin Rance, delegato di Firenze per la Fisar (Federazione Italiana Sommelier, Albergatori e Ristoratori). Che aggiunge: «Una volta era considerato un vino di scarto, frutto di produzione da uve meno pregiate; non si vendemmiava per il rosé. Ora se ne è capita l’importanza, anche imparando dai francesi, e si piantano vigneti specifici con ottimi risultati. Fra le zone di maggior pregio, il Salento e le campagne del Garda. Anche in Toscana ci sono buoni rosé, per esempio nell’aretino e nella zona di Bolgheri».

Abbinamenti a colori

Secondo Leonardo Taddei, responsabile della didattica dell’Ais (Associazione Italiana Sommelier) Toscana, «non è vero che il rosé sia un vino solo da aperitivo: in realtà è molto versatile, è quasi un “tutto pasto”, per piatti di verdure, pesce, carni bianche o leggere, antipasti, primi e secondi piatti a base di pomodoro».

Ma anche l’occhio vuole la sua parte e questo vino ben si presta a gradevoli abbinamenti cromatici: «I colori dell’estate si accostano al tono del rosé e alle sue sfumature, dal cipria al quasi rosso. È per questo che le bottiglie di questi vini sono trasparenti: per godere dei loro colori» spiega Taddei che aggiunge una nota gentile: «Il rosé gode dell’attenzione del mondo femminile».

Per chi avesse dubbi sul processo di produzione del rosé, la risposta è semplice: «Originariamente era il frutto della mescolanza degli avanzi dei vini rossi e bianchi, ma questa pratica è stata vietata dalla Ue fin dagli anni ‘70. La tecnica è progredita: dato che il colore del vino si ottiene da quello delle bucce, producendo il rosso le uve nere rimangono a contatto nel tino con le loro bucce, secondo la tecnica della macerazione. Abbiamo il rosé interrompendo il contatto dopo poche ore». Alcuni, infatti, lo chiamano “vino di una notte”.

Rance illustra un’altra tecnica per ottenere il rosé, quella del salasso: «Mentre produco il rosso, dal tino tolgo (il salasso, appunto) un’aliquota di vino quando è ancora rosa: ed ecco il rosé».

Molto apprezzate le bollicine e, conclude Rance, «questo è l’unico caso in cui possiamo mescolare uve nere e bianche. Come per tutte le bollicine, anche quelle del rosé si sviluppano per fermentazione in bottiglia, metodo Champenois, oppure in autoclave, secondo il metodo Charmat».

Il vino dei Pazzi

Nella campagna di Pontassieve spicca il Castello del Trebbio, eretto come avamposto militare nel XII secolo dalla famiglia dei Pazzi, che proprio qua tramò la congiura del 1478 contro i Medici. Oggi, più tranquillamente gestito dalla famiglia Casadei Baj Macario, è circondato da rigogliosi vigneti. Fra i nettari prodotti nelle varie tenute dell’azienda in Toscana e Sardegna, non poteva mancare il rosé: Mipiace senza solfiti (si chiama proprio così). Come ci spiega Anna Baj Macario, «oltre che senza solfiti, è biologico e vegano: nella produzione non sono impiegati prodotti di origine animale. È un Toscana Igt, di pronta beva, fresco e profumato, ideale per l’estate. Si gusta con spaghetti e gnocchi dai sughi leggeri, insalate di farro, pesce, crostacei e finger food. L’elegante bottiglia è in vetro serigrafato per evitare l’etichetta cartacea. Ha il tappo in vetro, dall’efficiente sistema di chiusura. La bottiglia si può riutilizzare, ad esempio, per mettere in tavola l’acqua».

Le origini

In Italia il primo rosé, creato per essere tale, è stato il Five Roses della cantina Leone de Castris del Salento. Era il 1943 e, si racconta, fu prodotto per l’esercito americano che voleva un vino leggero. Il pugliese Bombino Nero è l’unico vitigno italiano dedicato solo alla produzione del rosé: è il primo in Italia cui è stata riconosciuta la Docg.

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