Per milioni di anni i fossili hanno raccontato la storia della Terra. E in futuro? Se lo sono chiesto i ricercatori dell’Istituto Ifac del Cnr di Firenze, ma la risposta non ci piacerà. Sarà la plastica a farlo, ed è molto più di un’ipotesi. Negli ultimi decenni è diventata onnipresente negli ecosistemi.
La sua diffusione è tale che molti studiosi la considerano una possibile traccia geologica dell’Antropocene, l’epoca in cui stiamo vivendo e che vede le attività umane modificare il pianeta e gli esseri che lo abitano. Ecco che si parla di paleoplastica, con tracce di questo materiale riscontrate nei sedimenti più recenti. «Nelle sedimentazioni fossili che stiamo studiando oggi – spiega il ricercatore del Cnr Andrea Barucci -, si trovano tracce di plastica disperse dalle generazioni precedenti, che saranno sicuramente presenti anche negli strati di sedimenti del futuro, raccontando così la storia di un territorio».Per rendersene conto, aggiunge lo studioso, basta osservare le dune di alcune spiagge: fra gli strati di sabbia emergono resti di bottiglie e altri oggetti anche di cinquanta o sessant’anni fa, che col tempo si stanno incorporando nel terreno proprio come accade ai reperti naturali.
Un materiale progettato per durare
«La plastica è stata progettata per essere resistente e longeva, ma non sappiamo ancora con precisione quanto tempo impieghi a degradarsi nell’ambiente», continua Barucci. Il termine “plastica” comprende materiali molto diversi fra loro, con tempi e modalità di degradazione differenti. Una volta dispersa nell’ambiente, tende a frammentarsi in particelle sempre più piccole, formando microplastiche (sotto i 5 millimetri) e nanoplastiche (da 1 a 100nm) ormai diffuse in tutti gli ecosistemi.
«Quando pensiamo alla plastica, immaginiamo grandi oggetti abbandonati nell’ambiente, ma la componente microscopica deriva sia dalla produzione industriale sia dalla degradazione dei singoli oggetti, ed è ancora più insidiosa».
Dal fondo alla superficie, trasportata dalle correnti, dai fenomeni fisici e dall’interazione con gli organismi viventi, la plastica si trova in tutti i mari e gli oceani. Continua il ricercatore: «Ci sono zone più dense a causa delle correnti, ma in realtà è dappertutto. Il problema è che ne accumuliamo sempre di più e l’ambiente non riesce ad assorbirla».
Il tempo di permanenza di queste particelle nell’ambiente è ancora oggetto di studio. «È impossibile dire con precisione quanto rimarrà la plastica nei sedimenti – afferma Barucci -. Soprattutto la componente microscopica può restare per tempi molto lunghi: magari non la vediamo, ma continua a essere presente nell’ambiente».
Fossili del futuro
Questa prospettiva è al centro anche di iniziative di divulgazione scientifica come il progetto “PaleoPlastica – i fossili del futuro”, promosso dal Cnr-Ifac di Firenze, dal Museo di Scienze della Terra del Gamps di Scandicci (FI), dal Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa e dall’Istituto Russel-Newton di Scandicci.
Negli spazi del Gamps l’esposizione mette a confronto reperti paleontologici e residui plastici raccolti sulle coste toscane, invitando a riflettere sull’eredità geologica che stiamo lasciando al pianeta. Nel percorso si ammirano opere realizzate da Simone Casati, presidente Gamps, e Samuele Gabbanini, paleoartista e membro Gamps.

Fra i reperti fossili esposti, ci sono una balena, alcuni dugonghi provenienti dall’area grossetana, un delfino, oltre a resti di barriera corallina, conchiglie, molluschi e granchi, tutti risalenti al Pliocene toscano (fra 5,3 e 2,5 milioni di anni fa). Particolarmente significativa è la collezione dei denti di squalo, circa una ventina di specie diverse, alcune rappresentate da esemplari unici caratteristici della Toscana, i cui discendenti oggi vivono nelle profondità marine vicino al Giappone.
Video-installazioni ricostruiscono gli antichi ambienti marini e mostrano, fra le altre cose, le dinamiche di pre- dazione degli animali. I ricercatori hanno usato anche strumenti di intelligenza artificiale per classificare i reperti fossili. «L’intelligenza artificiale è uno strumento matematico che permette di analizzare grandi quantità di dati e individuare relazioni fra i reperti» precisa Barucci.
Dai sedimenti al corpo umano
Ma la plastica non lascia tracce solo nei sedimenti del pianeta. Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha dimostrato che queste particelle sono presenti anche negli organismi viventi, compreso il nostro.
«Non c’è un organo del corpo umano in cui non sia stata rilevata la presenza di plastica – osserva Barucci -. Sappiamo che è presente negli animali e negli esseri umani. La sfida della ricerca oggi è capire quali effetti abbia sull’organismo, anche in relazione al Dna o allo stile di vita».
Il legame fra plastica e salute è al centro degli studi di Maria Grazia Petronio, medico specialista in Igiene, epidemiologia, sanità pubblica e vicepresidente della Società internazionale di dottori per l’ambiente (Isde-Italia). Principali imputate sono le particelle più piccole. «Queste particelle possono penetrare nell’organismo soprattutto attraverso l’ingestione – precisa la dotto- ressa -. Non è un caso che siano state trovate in quasi tutti i prodotti alimentari: le piante possono assorbirle dal terreno, in cui sono state depositate dai contenitori e dagli imballaggi di plastica».
Diversi studi mostrano che l’acqua in bottiglia contiene molte più microplastiche rispetto a quella del rubinetto. Un’altra via di esposizione è l’inalazione di particelle provenienti dalle fibre dei tessuti sintetici o dall’usura degli pneumatici.
Mentre gli effetti sulla salute sono ancora oggetto di studio, la letteratura scientifica sta accumulando un numero crescente di evidenze: «Le microplastiche possono anche trasportare sostanze chimiche o microorganismi all’interno dell’organismo – spiega Petronio – con un effetto che viene definito “cavallo di Troia”». Particolarmente vulnerabili sono le donne in gravidanza e i bambini piccoli, che risultano esposti anche in gravidanza, con conseguenze sullo sviluppo neurologico e cognitivo.
La plastica deriva da combustibili fossili come petrolio e gas, risorse che sono rimaste sepolte nel sottosuolo per milioni di anni; oggi, estratte e trasformate in prodotti indu- striali, tornano nell’ambiente come rifiuti persistenti, in un ciclo poco naturale e molto artificiale, destinato a raccontare la nostra civiltà, nel bene e nel male. —
La mostra
La mostra “PaleoPlastica – i fossili del futuro”, è a ingresso gratuito con contributo libero. Previste visite guidate per i soci Coop.
Per informazioni: gamps.org
Meno microplastiche
Ecco alcuni comportamenti per ridurne l’assunzione.
- Bere acqua del rubinetto: quella nelle bottiglie di plastica può contenere molte più microplastiche.
- Evitare di scaldare il cibo nella plastica: il calore, soprattutto nel microonde, favorisce il rilascio di particelle dai contenitori.
- Preferire i tessuti naturali: cotone, lana o lino meglio delle fibre sintetiche.
- Ridurre l’usa e getta: scegliere borse riutilizzabili, contenitori in vetro e utensili in legno o acciaio.
