Trama
Buenos Aires, 2001, Perla ha appena iniziato l’università, il futuro la aspetta colmo di speranze e ambizioni, ma c’è qualcosa in lei che la rende irrequieta: il futuro deve aspettare perché il presente si sorregge su un passato che vacilla e chiede prepotente di raccontare la sua storia.
I genitori di Perla sono in vacanza, la casa è vuota, ci sono solo Perla e la sua tartaruga, ma un rumore sospetto la mette in allarme. Ecco una figura dalla fisionomia umana ma odora di salmastro e mele marce, non riesce a muoversi né a parlare.
Quella figura misteriosa, non più in carne e ossa ma dalla consistenza acquosa, forse frutto dell’inconscio di Perla ma profondamente vivido, è lì per raccontarle una storia. Una storia che narra di due ragazzi giovani che si amavano, di pesanti stivali neri che sfondano la porta di casa, di un carcere senza scampo e di un ultimo volo sul Rio de La Plata. Inizia così un viaggio che la costringe a confrontarsi con la sua vera identità e con la storia più dolorosa del suo Paese.
La citazione degna di nota
«Ahi, Perlita», disse lui a un certo punto. «Per fortuna ci sei tu. Ne è valsa la pena, per avere te». Mi sforzai di capire in che modo quelle parole si collegassero a tutte le altre. Parole come piccole bombe sconosciute. A ripensarci adesso è chiaro che avrei dovuto capire già da allora, ma qualcosa dentro di me si chiuse di scatto lasciando quelle parole fuori al freddo.
La coscienza – questo gli ha insegnato la morte – è una cosa duttile, grande e traslucida, che può raccogliersi o disperdersi, espandersi o contrarsi, diventare più fluida o più vischiosa, intorbidirsi o stare ferma.
Le nostre riflessioni
Il romanzo riporta alla nostra attenzione il dramma storico della dittatura argentina degli anni ’70 del secolo scorso, la tragedia dei desaparecidos e il peso di chi tace e di chi non sa.
Lo fa attraverso un espediente narrativo inusuale ed efficace, infatti la figura misteriosa, quasi acquosa, diventa metafora perfetta di una storia che non accetta più di essere celata ma che si fa acqua che, goccia dopo goccia, cola fino a far riaffiorare il flusso degli eventi.
Il padre della protagonista, un militare ormai in congedo e complice dei soprusi del regime militare argentino, tenta di nascondere i suoi orrori impedendo alla figlia di conoscere, di indagare, nessuna domanda è concessa, alcuni libri vengono proibiti, è meglio non sapere. Ma è davvero meglio non sapere? E soprattutto è possibile nascondere la verità? Alla fine, si insinua nelle fessure di una vita attraverso i sussurri dei vicini, i commenti pungenti delle amiche, un dubbio lacerante che vuole essere risolto. Nascondere, sbarazzarsi delle prove, della testimonianza, ci hanno provato e per un po’ ci sono riusciti, ma adesso Perla vuole andare più a fondo, vuole capire. Per la protagonista è un percorso di scissione, di allontanamento, da una famiglia e una vita che forse non aveva mai sentito pienamente sue, è un riappropriarsi di legami, di braccia che per anni sono rimaste aperte per poterla riabbracciare.
I pareri e le sensazioni inerenti al libro sono state comuni: la novità dell’espediente narrativo della figura “gelatinosa”, la valenza simbolica dell’acqua, la curiosità crescente che ha reso la lettura scorrevole e coinvolgente, il valore storico di un evento tragico, l’importanza di comprendere e scavare a fondo.
Sono state sottolineate anche alcune criticità, come una prosa non troppo ricercata e una narrazione, a volte, inutilmente prolissa.
Il libro alterna realtà e finzione, con il potere di tenere sospeso il lettore, che si sente coinvolto in questa indagine introspettiva di Perla. L’uomo fradicio che espelle l’acqua continuamente rappresenta l’inconscio della donna che, fino a quando non ci sono state prove oggettive, non è riuscita a razionalizzare la sua vera storia personale, a identificare la sua propria identità, dissipando così i numerosi dubbi.
Il libro è strato ritenuto bellissimo e straziante.
