Riprendersi la vita

La storia di Maria e Martina, libere grazie all'aiuto dei Centri antiviolenza

Ci sono due donne, Martina e Maria, che raccontano la loro storia. Senza i dettagli delle violenze subite, mettendo al centro la ripartenza che nelle loro vite è stata segnata dal momento in cui si sono rivolte al Centro Antiviolenza Frida (www.associazionefrida.it), uno dei 22 centri accreditati in Regione Toscana.

Parlano le donne

La storia di Martina

Martina è arrivata al centro nel 2011, grazie all’incontro e all’interessamento della sua dottoressa: donne che sostengono donne, infatti, è la logica che sta dietro all’associazione Frida. Racconta Martina: «Facevo una vita di inferno, che non era vita, e il mio corpo ha iniziato a lanciarmi dei segnali, così ho richiesto alla mia dottoressa degli accertamenti. Quando sono arrivati i risultati, tutti negativi, la dottoressa mi ha chiesto come stavo. Sono scoppiata a piangere e le ho raccontato tutto quello che stava succedendo. È stata lei a mettermi di fronte alla realtà, a darmi un mese di tempo: se non avessi ripreso qualche chilo, sarebbe stata costretta a ricoverarmi e mio figlio sarebbe rimasto solo con il padre».

È la prospettiva di lasciare il bambino con il babbo a scatenare la reazione di Martina: «Prima mi sentivo vuota, insignificante, vivevo solo per crescere mio figlio. Dalla sua nascita, le cose erano peggiorate: “lui” mi aveva tolto la macchina, non mi faceva mai uscire, solo il sabato per fare la spesa con “lui”, mi ero completamente annullata». Martina parla di “lui” e della sua vita “precedente” ora che è rinata: «Ho capito che, se avessi creduto di più in me, avrei potuto avere una vita diversa e ce l’ho fatta. Ho messo a fuoco i miei progetti, i miei sogni, oggi sono più forte e così ho aiutato me stessa e anche mio figlio».

La storia di Maria

Per Maria, invece, la vera svolta, quando è arrivata al Centro antiviolenza, è stata (ri)rendersi conto che «vivere vuol dire essere libera, che valgo, che ho la libertà di parlare, di pensare, di esprimermi, di dire no e di essere rispettata». Per lei, l’esperienza nella casa rifugio è stata «una magnifica parentesi, che ho aperto e chiuso – racconta Maria -, che mi ha fatto capire chi sono e il perché di certe situazioni, che spesso sono indotte anche dal pensare comune che è sempre colpa della donna, che è la donna che sbaglia».

La sua vita prima era soffocata dalla paura: «Mi sono resa conto, arrivata a un certo punto, che o chiedevo aiuto o avrei fatto una brutta fine. Non mi sentivo viva, né libera di fare niente, avevo una persona vicino che non mi permetteva di essere quella che sono. La mia vita si divideva fra la paura delle botte, che arrivavano per ogni minima cosa, e gli incubi che non mi facevano dormire».

Il nemico in casa

Le storie di Martina e Maria sono quelle delle oltre tremila donne che nel 2021 hanno lanciato una richiesta di aiuto in Toscana, come anticipa l’Osservatorio Sociale Regionale, che a metà novembre renderà noti i dati della violenza di genere nel consueto rapporto annuale. Tre invece i femminicidi da gennaio a ottobre su scala regionale, mentre, secondo dati del Viminale, il numero delle donne uccise nello stesso periodo in Italia ammonta a 84, pari a quello dello stesso periodo del 2020, quando le vittime sono state 116 in tutto. Guardando agli anni passati, invece, il 2018 si è chiuso con 141 donne vittime di omicidio volontario, e il 2019 con 111.

La mano che uccide è nella maggior parte dei casi quella del marito o compagno; nel 2019, su 111 donne, l’88,3% è stata uccisa da una persona conosciuta: quasi metà dal partner, l’11,7% da un uomo con cui erano state in passato, il 22,5% da un familiare (inclusi i figli e i genitori) e il 4,5% da un conoscente, un amico o un collega.

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