‘Ndrangheta. L’organizzazione criminale più potente e ricca d’Italia e tra le prime al mondo. Con un giro d’affari annuo stimato fra 40 e 55 miliardi di euro, circa il 2-3% del Pil italiano, supera il fatturato di colossi come Deutsche Bank o McDonald’s. Tra la Calabria e l’estero gli affiliati si stimano in più di 60mila persone, organizzate in oltre 400 ‘ndrine, attive in una quarantina di Paesi del mondo: dall’Australia al Canada, dall’America Latina all’Olanda.
Antonio Nicaso è un giornalista investigativo, specializzato sulle organizzazioni criminali, con all’attivo più di trenta libri sulle mafie globali. Nicola Gratteri è Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli ed è uno dei magistrati più esposti nella lotta contro la ‘ndrangheta.
Sono i massimi esperti mondiali del settore. E decidono di scrivere ancora una volta un libro insieme, trasformando le loro competenze in narrativa profonda, ispirata a storie vere di dissociazione mafiosa nel libro dedicato ai ragazzi Come radici. Una storia sulle seconde possibilità (Mondadori, 2026).
‘Ndrangheta e agricoltura: quali i legami storici raccontati nel libro?
Nicaso. In Come radici, gli aranci rappresentano un doppio significato: appartenenza e possibilità di rinascita. Storicamente la ‘ndrangheta ha usato l’agricoltura non solo per riciclare denaro, ma anche per esercitare controllo sociale. Mi vengono in mente i clan della Piana di Gioia Tauro che nel secondo dopoguerra acquistano con la minaccia i terreni delle vecchie famiglie nobiliari. Terreni come strumento di consenso e intimidazione. Chi lavorava dipendeva spesso dal favore del clan. La terra, invece di essere libertà, si trasformava in vincolo e obbedienza.
Quanto c’è di autobiografico nel pubblico ministero Carlo Marino, protagonista del libro?
Gratteri. Carlo Marino riflette una condizione reale vissuta da molti magistrati e investigatori: dopo anni trascorsi dentro la tensione permanente del contrasto alla ‘ndrangheta, il ritorno alla terra rappresenta una ricerca di senso e autenticità. La Calabria del romanzo non è solo il luogo del male, ma anche uno spazio di memoria e rigenerazione. Molti servitori dello Stato, dopo aver conosciuto la violenza mafiosa, sentono il bisogno di recuperare radici umane e relazioni semplici per non essere consumati dal conflitto continuo. Io lo faccio da sempre. La terra è il mio psicologo.
Il trasferimento di Marino, da Milano alla Calabria evoca la diaspora di tanti servitori dello Stato. E insieme ci rimanda anche a una diaspora criminale.
Nicaso. Il trasferimento di Marino richiama il desiderio di un magistrato che ha vissuto l’intera vita professionale al Nord di tornare alle radici, a coltivare la terra dei suoi genitori, dei suoi nonni. I “coloni” lombardi della ‘ndrangheta, poi, non sono semplici emigrati criminali: sono mediatori fra Nord e Sud, tra economia legale e illegale. In Lombardia la ‘ndrangheta ha costruito consenso attraverso imprenditoria, edilizia, logistica e relazioni politiche.
Quali storie reali hanno ispirato il vostro libro?
Gratteri. Oggi la ‘ndrangheta controlla segmenti importanti dell’agroalimentare: trasporti, mercati ortofrutticoli, cooperative, caporalato e distribuzione. Il cibo diventa potere economico e sociale. Diverse inchieste hanno mostrato imprenditori costretti a pagare o ad accettare intermediari legati ai clan. Nel libro ci siamo ispirati anche a storie vere di sfruttamento dei braccianti, italiani e stranieri, spesso invisibili. In Calabria ci sono cooperative come Goel che si è ribellata alla ‘ndrangheta, garantendo lavoro onesto a centinaia di lavoratori, che così non sono stati costretti a emigrare.
Quante donne “reali” si sono ribellate alla mafia familiare?
Gratteri. Nelle indagini ho incontrato donne che hanno avuto un ruolo decisivo nel rompere la continuità mafiosa. Alcune hanno denunciato mariti o familiari, altre hanno scelto di allontanare i figli dall’ambiente criminale, pagando prezzi altissimi in termini di isolamento e minacce. Sono storie meno raccontate, ma fondamentali.
Come si può superare i simboli “radicati” che la ‘ndrangheta usa per legittimarsi?
Nicaso. Antropologicamente la ‘ndrangheta usa simboli profondi: sangue, terra, l’albero della conoscenza (fusto, rifusto, rami e foglie per indicare le varie gerarchie), paese, casa, onore. Le radici vengono presentate come destino inevitabile, quasi naturale. Come radici prova invece a ribaltare questa idea: le radici possono nutrire senza imprigionare. Per superare la cultura mafiosa, bisogna restituire quei simboli alla comunità.
Senza paura
Andrea Nicaso e Nicola Gratteri saranno protagonisti insieme a Sigfrido Ranucci dell’evento “Voci senza paura”, il 3 giugno al Teatro Cartiere Carrara di Firenze.
Un dibattito condotto dal giornalista Simone Innocenti, che dà il via al percorso “Toscana dei lettori” dell’Associazione Wimbledon APS.
Come partecipare
L’evento è gratuito per tutti, per gli under 30 che si prenoteranno su coopfi.info/under30, posti limitati nelle prime file.
Gli over 30 possono prenotarsi, fino a limite dei pori disponibili, al seguente link su Eventbrite:
www.eventbrite.it/e/voci-senza-paura-nicola-gratteri-antonio-nicaso-e-sigfrido-ranucci-tickets-1988493363178
