Radici da tagliare

Antonio Nicaso, giornalista, e Nicola Gratteri, magistrato, raccontano in un libro dedicato ai ragazzi come ribellarsi alla ‘ndrangheta. In occasione dell'anniversario della Strage di Capaci del 23 maggio, proponiamo in anteprima un'estratto dell'intervista che troverete nell'Informatore di giugno.

‘Ndrangheta. L’organizzazione criminale più potente e ricca d’Italia e tra le prime al mondo. Con un giro d’affari annuo stimato fra 40 e 55 miliardi di euro, circa il 2-3% del Pil italiano, supera il fatturato di colossi come Deutsche Bank o McDonald’s. Tra la Calabria e l’estero gli affiliati si stimano in più di 60mila persone, organizzate in oltre 400 ‘ndrine, attive in una quarantina di Paesi del mondo: dall’Australia al Canada, dall’America Latina all’Olanda.

Antonio Nicaso è un giornalista investigativo, specializzato sulle organizzazioni criminali, con all’attivo più di trenta libri sulle mafie globali. Nicola Gratteri è Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli ed è uno dei magistrati più esposti nella lotta contro la ‘ndrangheta.

Sono i massimi esperti mondiali del settore. E decidono di scrivere ancora una volta un libro insieme, trasformando le loro competenze in narrativa profonda, ispirata a storie vere di dissociazione mafiosa nel libro dedicato ai ragazzi Come radici. Una storia sulle seconde possibilità (Mondadori, 2026).

‘Ndrangheta e agricoltura: quali i legami storici raccontati nel libro?

Nicaso. In Come radici, gli aranci rappresentano un doppio significato: appartenenza e possibilità di rinascita. Storicamente la ‘ndrangheta ha usato l’agricoltura non solo per riciclare denaro, ma anche per esercitare controllo sociale. Mi vengono in mente i clan della Piana di Gioia Tauro che nel secondo dopoguerra acquistano con la minaccia i terreni delle vecchie famiglie nobiliari. Terreni come strumento di consenso e intimidazione. Chi lavorava dipendeva spesso dal favore del clan. La terra, invece di essere libertà, si trasformava in vincolo e obbedienza.

Quanto c’è di autobiografico nel pubblico ministero Carlo Marino, protagonista del libro?

Gratteri. Carlo Marino riflette una condizione reale vissuta da molti magistrati e investigatori: dopo anni trascorsi dentro la tensione permanente del contrasto alla ‘ndrangheta, il ritorno alla terra rappresenta una ricerca di senso e autenticità. La Calabria del romanzo non è solo il luogo del male, ma anche uno spazio di memoria e rigenerazione. Molti servitori dello Stato, dopo aver conosciuto la violenza mafiosa, sentono il bisogno di recuperare radici umane e relazioni semplici per non essere consumati dal conflitto continuo. Io lo faccio da sempre. La terra è il mio psicologo.

Il trasferimento di Marino, da Milano alla Calabria evoca la diaspora di tanti servitori dello Stato. E insieme ci rimanda anche a una diaspora criminale.

Nicaso. Il trasferimento di Marino richiama il desiderio di un magistrato che ha vissuto l’intera vita professionale al Nord di tornare alle radici, a coltivare la terra dei suoi genitori, dei suoi nonni. I “coloni” lombardi della ‘ndrangheta, poi, non sono semplici emigrati criminali: sono mediatori fra Nord e Sud, tra economia legale e illegale. In Lombardia la ‘ndrangheta ha costruito consenso attraverso imprenditoria, edilizia, logistica e relazioni politiche.

Quali storie reali hanno ispirato il vostro libro?

Gratteri. Oggi la ‘ndrangheta controlla segmenti importanti dell’agroalimentare: trasporti, mercati ortofrutticoli, cooperative, caporalato e distribuzione. Il cibo diventa potere economico e sociale. Diverse inchieste hanno mostrato imprenditori costretti a pagare o ad accettare intermediari legati ai clan. Nel libro ci siamo ispirati anche a storie vere di sfruttamento dei braccianti, italiani e stranieri, spesso invisibili. In Calabria ci sono cooperative come Goel che si è ribellata alla ‘ndrangheta, garantendo lavoro onesto a centinaia di lavoratori, che così non sono stati costretti a emigrare.

Quante donne “reali” si sono ribellate alla mafia familiare?

Gratteri. Nelle indagini ho incontrato donne che hanno avuto un ruolo decisivo nel rompere la continuità mafiosa. Alcune hanno denunciato mariti o familiari, altre hanno scelto di allontanare i figli dall’ambiente criminale, pagando prezzi altissimi in termini di isolamento e minacce. Sono storie meno raccontate, ma fondamentali.

Come si può superare i simboli “radicati” che la ‘ndrangheta usa per legittimarsi?

Nicaso. Antropologicamente la ‘ndrangheta usa simboli profondi: sangue, terra, l’albero della conoscenza (fusto, rifusto, rami e foglie per indicare le varie gerarchie), paese, casa, onore. Le radici vengono presentate come destino inevitabile, quasi naturale. Come radici prova invece a ribaltare questa idea: le radici possono nutrire senza imprigionare. Per superare la cultura mafiosa, bisogna restituire quei simboli alla comunità.

Senza paura

Andrea Nicaso e Nicola Gratteri saranno protagonisti insieme a Sigfrido Ranucci dell’evento “Voci senza paura”, il 3 giugno al Teatro Cartiere Carrara di Firenze.

Un dibattito condotto dal giornalista Simone Innocenti, che dà il via al percorso “Toscana dei lettori” dell’Associazione Wimbledon APS.

Come partecipare

L’evento è gratuito per tutti, per gli under 30 che si prenoteranno su coopfi.info/under30, posti limitati nelle prime file.
Gli over 30 possono prenotarsi, fino a limite dei pori disponibili, al seguente link su Eventbrite:
www.eventbrite.it/e/voci-senza-paura-nicola-gratteri-antonio-nicaso-e-sigfrido-ranucci-tickets-1988493363178


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