A tu per tu con l’attore Toni Servillo

L'attore, incontrato in occasione del festival letterario Little Lucy alla Libreria Sopra la Penna, si racconta, tra cinema e teatro

Accadono, a volte, piccoli grandi miracoli. Ad esempio, che in un borgo di neanche duecento abitanti nasca una libreria. Che questa libreria venga citata come una delle venti più affascinanti del mondo. E che in questa libreria, un minuscolo angolo di bellezza in un minuscolo borgo medievale, all’inizio dell’estate si sia presentato un attore, protagonista di un film che ha vinto un Oscar. 

L’attore è Toni Servillo, volto imprescindibile del cinema di Paolo Sorrentino, ma anche protagonista prezioso per Martone, Andò, Bellocchio. Il borgo si chiama Lucignana, a una manciata di chilometri da Lucca. Lì c’è la Libreria Sopra la Penna, curata con dedizione e amore dalla poetessa Alba Donati. Lì si svolge il festival letterario Little Lucy: incontri con scrittrici e scrittori invitati da Alba Donati e Pierpaolo Orlando, ideatori e direttori della scuola di scrittura Fenysia. 

C’è tanta gente, in quel piccolo terrazzo strappato alla roccia che accoglie la libreria e l’incontro con Toni Servillo. Lui è rilassato, piacevolmente stupito da ciò che vede attorno a sé. E si racconta con sincerità, generosamente.

Qual è il suo rapporto con i libri?

Sono cresciuto in una casa dove non c’erano libri. I libri sono stati, dunque, oggetti desiderati. Alcuni libri mi hanno cambiato la vita. I promessi sposi, per esempio. La lettura appassionata che ce ne fece un sacerdote, insegnante alla scuola dei gesuiti in cui ho studiato i primi anni, ha fatto sì che mi innamorassi di quel romanzo. Oggi, vedere una piccola libreria che vive, che resiste, è un grande segnale di speranza.

Il suo primo incontro col teatro, invece, lo ricorda?

Io ricordo mia madre quando lavorava, quando stirava, quando cucinava. E cantava sempre, sommessamente, fra sé. Forse lo faceva per darsi forza, per non sentire il peso della fatica. Non lo so. Io la sentivo dall’altra stanza. E per me questo canto era un’espressione dal profondo di questa donna. Non ho mai capito se questo suo canto fosse un esorcismo, perché non ce la faceva più, o se cantava perché era felice. Se racchiudeva una speranza, una delusione, un’ambizione. Ma il canto di mia madre è stato il primo spettacolo “teatrale” della mia vita. Era un momento che si distaccava dal quotidiano, e diventava qualcosa di più grande. Questo è stato sempre il teatro per me. 

Che cosa significa essere attore?

Significa entrare in profondità con se stessi. Arrivi sul fondo di te, e sei convinto di essere solo. Ma proprio lì, raggiungi il luogo in cui incontri gli altri. Nel teatro, il pubblico e l’attore vanno nel profondo delle loro anime, e cercano insieme risposte, cercano insieme un orientamento nella vita. 

Lei non possiede un profilo social, non ha né Instagram né Facebook…

Esatto. Preferisco non mettere in piazza la mia vita.

Uno dei più prestigiosi giornali del mondo, il “New York Times”, l’ha inserita fra i venticinque attori più importanti del secolo. L’unico italiano.

È vero, ma sono classifiche che lasciano il tempo che trovano. Magari un altro giornale scrive che sono fra i peggiori. L’importante è fare il proprio mestiere con dedizione, con disciplina. Io mi alzo verso le 6 di mattina. Studio i copioni che ho scelto. Non ho mai saltato una stagione teatrale. Il teatro è anche lavoro quotidiano.

Si sarà reso conto di avere successo…

Sono grato per le cose che mi sono accadute: ma la parola “successo” non mi appartiene. Ha un significato equivoco. Rischia di portarti verso il brutto teatro. Quello narcisistico, vanitoso. Quello che non pensa alla caratteristica più importante per l’attore: rimanere umano.

E più umana di tutte resta, in noi che lo abbiamo ascoltato, l’immagine di una madre. Una madre che canta, nella stanza accanto. Il teatro, a volte, può essere una cosa semplice come un canto sommesso.

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