60 anni dall’alluvione

Cristiano Militello porta al Teatro Puccini di Firenze il ricordo dell'alluvione di Firenze del 4 novembre 1966

Dal Decameron in poi, per un toscano ridere delle proprie sciagure è una sorta di dovere civico. È proprio un tratto antropologico, una tradizione, da Francesco Berni nel XVI secolo, fin su a Palazzeschi e ai Maledetti toscani di Curzio Malaparte. Se dunque il comico è antidoto alla tragedia, dalle nostre parti diventa una religione civile. E allora, come lasciare fuori da questo ragionamento quella catastrofe che fu l’alluvione di Firenze del 4 novembre del 1966? Impossibile. Tornano subito in mente i versi de L’alluvione di Riccardo Marasco.

Sessant’anni dopo e non solo

Ora, però, per questo sessantesimo anniversario, ci ha pensato anche un attore consumato come Cristiano Militello. Comico, cabarettista, personaggio cinematografico, radiofonico, televisivo, giovedì 5 novembre, alle 21, al Teatro Puccini di Firenze, porta in scena a ingresso libero La Piena. Il fiume Arno come nessuno l’ha mai raccontato, spettacolo brillante e satirico che, a sessant’anni dai fatti, ripercorre il lungo e complicato rapporto fra la Toscana e il suo fiume.

Il testo teatrale, scritto da Militello con Alessandro Bicchierai, è intriso di irriverenza e di comicità popolare, ma soprattutto è una narrazione civile, frutto di «un grande lavoro storiografico e di ricerca per ricostruire le piene dell’Arno nel corso dei secoli».

Già, perché le piene, tecnicamente le esondazioni, sono state tante, tantissime. Il 4 novembre 1333, ad esempio, viene ricordato per una delle peggiori piene della storia di Firenze, perché distrusse diversi ponti, tra cui l’antenato del Ponte Vecchio, e fece centinaia di morti. Il resto è storia dell’oggi. Dove i nostri fiumi o sono secchi o esondano, soprattutto nel reticolo minore. Basti pensare al fatto che negli ultimi tre anni sono stati almeno cinque gli eventi alluvionali gravi, accaduti solo tra il fiorentino e il pisano. A partire dal novembre 2023, con epicentro Campi Bisenzio (FI), e poi i temporali dell’ottobre 2024 che falcidiarono Livorno e Pisa, Terricciola e Riparbella (PI). Ancora nel marzo 2025, tra Sesto Fiorentino e la Rufina (FI), e in autunno l’acqua alta fino alla Torre pendente.

Cristiano Militello

Un viaggio nello spirito

Eppure, racconta Militello, lo spettacolo «è anche un viaggio dentro lo spirito della città di Firenze, che di secolo in secolo si è ritrovata tante volte a dover ricostruire, a doversi rialzare». Ecco dunque il teatro di divulgazione accompagnato da quello che Militello chiama sorridendo «una forma di umorismo alluvionato, capace di raccontare come lo spirito dei toscani e dei fiorentini sappia rimanere intatto dopo ogni tragedia».

L’ironia, anzi l’autoironia, è graffiante, ma non è l’unica cifra dello spettacolo. «Abbiamo attinto a tanti linguaggi, e alla fine lo spettacolo è un’onda che via via diventa torrentizia, drammatica, commovente. Una sfida per noi narratori e attori, perché dobbiamo stare dentro la memoria, tenendo insieme la storia, le lacrime e l’umorismo. Le pennellate di irriverenza stanno insieme a dei contenuti importanti, anche sul nostro presente e futuro. Per questo – conclude l’attore – abbiamo messo in piedi uno spettacolo capace di sopravvivere alla ricorrenza». Un racconto che può trasformarsi e adattarsi, diventare un podcast, entrare nelle scuole.

Sul palco, con Militello, Amerigo Fontani, Francesco Gerardi e Alessandro Calonaci, più o meno in ordine di apparizione. Fontani impersona il fiume e allora lo troviamo dall’inizio alla fine. Gli altri tre attraversano secoli di acqua e di fango, alternando teatro di narrazione, divulgazione e comicità. D’altronde la reazione dei toscani è spesso stata questa, non la preghiera ascetica o il lamento funebre, ma la fuga strategica per raccontarsi novelle, ridere, inventare storie, come atto di resistenza vitale.

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