Mascherine: quelle abbandonate inquinano, aumentando le microplastiche nelle acque

Intervista al biologo marino Silvio Greco, presidente di Slow Fish

È un vero e proprio appello: «Il mare è già pieno di plastiche e microplastiche, evitiamo almeno di buttarci le mascherine». Silvio Greco, biologo marino, presidente di Slow fish e autore del libro La plastica nel piatto, edizioni Giunti e Slow Food, sulla questione dello smaltimento delle mascherine ha scritto una lettera al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e al ministro dell’ambiente, Sergio Costa. «Il problema è l’abbandono nell’ambiente dei dispositivi di protezione, mascherine e guanti, che sono realizzati in materiale plastico e non biodegradabile. Anche se lasciati a bordo strada, poi alla lunga finiscono in mare».

Quanto tempo serve per decomporre una mascherina?

Sono fatte in polipropilene o in polietilene, spesso accoppiati, e ci vorranno circa 80-100 anni. Ma il problema non è quello, perché, una volta decomposte, la plastica non sparirà, ma si frantumerà in particelle di nanoplastiche, che già riempiono i nostri mari.

Anche il Tirreno?

Sì, perché per un gioco di correnti fra il Mar Ligure e il Mar Tirreno si formano periodicamente delle isole di plastica, che non saranno grandi come quelle del Pacifico ma occupano comunque spazi importanti. Il problema poi è che la plastica che vediamo rappresenta solo dal 3 al 5% di quella che si è depositata sul fondo o che si è frammentata in microplastiche.

E questa microplastica che fine fa?

Succede che attraverso la catena alimentare viene ingerita dai diversi componenti della fauna marina: prima i copepodi, piccoli crostacei che sono preda dei pesci piccoli, cui tocca la stessa sorte ad opera di quelli più grandi, su su fino ad arrivare ai predatori di maggiori dimensioni e al predatore di vertice che è l’uomo.

Quindi anche noi mangiamo plastica?

Senza accorgercene la beviamo e la mangiamo sotto forma di microplastiche: si calcola che mediamente un umano si “nutra” di circa 5 grammi di plastica alla settimana. In un anno ci sono 52 settimane. Sono 260 grammi di plastica all’anno. Certo una buona parte riusciamo a smaltirla, ma smaltirla non vuol dire che sparisce, significa che la espelliamo dal nostro organismo e non sappiamo, di nuovo, dove finirà, specialmente le particelle più consistenti. Resta con noi una percentuale che il nostro organismo dovrà provare a gestire in qualche modo. E non sempre ci riesce.

Significa che dobbiamo stare attenti a quello che beviamo e mangiamo e che dobbiamo ridurre il consumo di pesce?

Significa che dobbiamo fare delle scelte, perché la plastica che ingeriamo non arriva solo dal pesce ma, ad esempio, dall’acqua contenuta nelle bottiglie di plastica. Per quanto riguarda il pesce, privilegiamo quelli più piccoli, che stando alla base della catena alimentare e avendo un ciclo vitale più breve assumono meno plastica. Poi evisceriamoli e togliamo tutte le interiora, infatti è lì che si deposita la microplastica. Così dobbiamo fare anche per i crostacei, mentre i molluschi sembrano essere più sicuri.

Ma torniamo alle mascherine, lei ha fatto un conto di quante potrebbero finirne in mare?

In Italia siamo 60 milioni, ciascuno di noi deve indossarne almeno una al giorno, intorno al Mediterraneo gravitano oltre 500 milioni di persone: fate voi il conto di quante mascherine potrebbero finire in mare nei prossimi mesi. Già ne vedo tante abbandonate ai bordi delle strade e i pescatori ne stanno pescando in mare; potete immaginare da qui alla fine dell’estate.

Quale potrebbe essere la soluzione?

Prima di tutto è importante che le persone non abbandonino stupidamente nell’ambiente questi dispositivi per la prevenzione del contagio, ma che li smaltiscano in maniera corretta. Poi è fondamentale predisporre un percorso per costruire una filiera del riciclo e infine favorire la produzione di mascherine in altri materiali, ugualmente protettivi, ma che non prevedano l’uso di plastica.

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