Si chiamava Salva Italia il decreto del governo Monti che dal 1° gennaio 2012 ha portato la liberalizzazione degli orari di tutti gli esercizi commerciali: non solo negozi ma anche bar, ristoranti, locali, grandi magazzini e supermercati. Con l’obiettivo di rompere quegli ultimi vincoli stabiliti da Comuni e Regioni che, secondo alcuni, rallentavano i consumi e la crescita, in un’Italia sotto procedura d’infrazione europea per il rapporto deficit-Pil negativo e ancora alle prese con i postumi della crisi del 2008-2009.
La speranza di fare nuovi clienti e nuovi guadagni ha spinto molte imprese verso un’apertura continua, indiscriminata, convinti che andare incontro alle esigenze del mercato, secondo un modello apertamente liberista di stampo nordamericano, avrebbe giovato all’economia in generale e delle imprese stesse.
Ma il mercato, come sempre quando non è regolato, ha fatto le sue vittime. I primi a cadere sono stati i piccoli negozi, ma a distanza di quasi 15 anni anche le grandi catene stanno facendo i conti: fra spese e guadagni, fra costi e ricavi, da che parte pende la bilancia?
Conviene davvero aprire 7 giorni su 7 a orario pieno?
Certamente non conviene ai lavoratori, ai quali la liberalizzazione può aver portato una percentuale aggiuntiva domenicale sullo stipendio, incapace però di compensare le condizioni di vita peggiorate e le tante rinunce per mantenere il posto di lavoro. In questi anni non è stato registrato neanche un incremento stabile dei livelli occupazionali, e neppure l’auspicata espansione dei consumi, che è stata frenata dal diminuito potere d’acquisto degli italiani, dovuto al micidiale incrocio tra inflazione sprint e stipendi fermi al palo.
Cosa fare oggi? Esiste una terza via capace di coniugare bisogni dei lavoratori, bilanci delle imprese ed esigenze dei clienti?
Un punto di compromesso interessante è quello messo in pratica da Unicoop Firenze che per una parte dei suoi punti vendita ha scelto un orario domenicale dimezzato, con apertura fino alle 13.30, mantenendo i restanti supermercati chiusi per tutto il giorno. E, inoltre, adattando virtuosamente gli orari e le aperture a seconda dei periodi o della vocazione turistica dei territori, mai in maniera indiscriminata e sempre con un occhio attento al rapporto costi-benefici per l’impresa e per i lavoratori.
E soprattutto rimanendo chiusi, per scelta, nei giorni delle festività civili del Primo Maggio, Festa dei Lavoratori, e della Liberazione, il 25 Aprile. Con il risultato che il lavoro domenicale tocca a ciascun addetto generalmente una domenica al mese e solo per mezza giornata. L’altra metà resta a disposizione della famiglia, dello sport, dell’attività ricreativa e culturale: della vita, in sintesi.
L’esperienza di Unicoop Firenze potrebbe essere presa a modello, quale soluzione gradita alle parti in gioco e riadattabile ad altre realtà che condividano gli stessi valori di rispetto dei lavoratori e la medesima attenzione alla salute economica dell’impresa.
Siamo consapevoli, come organizzazione sindacale, che tale visione illuminata non appartenga a molti operatori del commercio e che difficilmente prenderanno decisioni simili, “fuori dal coro”, benché vantaggiose a lungo termine.
Pertanto, riteniamo necessario un intervento sulla normativa che limiti sensibilmente le aperture festive e domenicali, riconsegnandone la programmazione a livello locale, l’unica dimensione in grado di valutarle quando necessarie e utili, in relazione al territorio e alle sue vocazioni, considerando anche l’ipotesi di aperture a rotazione fra negozi limitrofi.
a cura di Rossano Rossi, Segretario Generale Cgil Toscana
