Cosa rimane del Carnevale oggi

Un tempo festa dell’eguaglianza e cardine del ritmo della vita, oggi cosa ne è rimasto?

Il Carnevale era una delle feste più importanti della nostra tradizione, oggi relegata quasi esclusivamente ai bambini

Fino a non molto tempo fa i riti del Carnevale erano vissuti con attesa dalla popolazione: erano un momento di sfogo e libertà, gestiti ma al tempo stesso temuti dalle classi dominanti, perché in grado di muovere grandi folle (e infatti arrivano puntuali le ordinanze napoleoniche e austro-ungariche a vietare il Carnevale a Venezia perché pericoloso).

Se nelle feste comandate risultava infatti ben chiara la gerarchia sociale e di classe e tutto si celebrava sotto il segno della disuguaglianza, il Carnevale arrivava a sovvertire l’ordine costituito, buttandola in burla e sconquasso. Una festa che consacrava l’uguaglianza: sotto la maschera di Arlecchino il signore è uguale al contadino.

Carnevale è finito?

Ma oggi? Quanto rimane oggi della carica sovversiva e sinceramente moderna del Carnevale? Poco o niente, verrebbe da pensare, osservando i riti stanchi che si consumano nelle città che ancora celebrano la festa. Una festa per bambini, ormai, che però quasi preferiscono Halloween per la maggior presenza di elementi legati alla paura.

Forse solo i carristi viareggini, con la loro satira salace, riescono ancora ad afferrare brandelli dello spirito carnevalesco di un tempo. A chiarire la situazione ci pensa lo storico Franco Cardini, autore fra l’altro di Il cerchio sacro dell’anno, testo dedicato alle feste popolari.

«Quando si perdono i ritmi tradizionali – spiega Cardini -, ed è ciò che è avvenuto con la modernità, con il primato dell’individuo, con la corsa alla crescita economica, non si rimane attaccati ai valori rituali che non permettono di progredire».

Lo storico lancia una provocazione: «Se si volesse essere davvero “moderni”, si dovrebbero abolire tutte le festività, perché non hanno più senso, bisognerebbe rifondare la settimana e il calendario. L’uomo produttore non può pensare a celebrare il passato né avere una visione metafisica del mondo. La verità è che non ci siamo mai decisi su che strada prendere fra tradizione e progresso e così il Carnevale oggi sopravvive, come il Natale, solo per alzare i consumi e i profitti. Bisogna rendersene conto e non averne vergogna».

Carnevale rimane dentro di noi

Non resta proprio niente della carica sovversiva dell’antico Carnevale? «Non direi. Noi abbiamo accettato anche il carnevale in autunno, Halloween, che poi era la nostra festa di Ognissanti metabolizzata dagli americani. Tutto quello che voleva dire il Carnevale in un passato lontano, ovvero prepararsi alla primavera, esaurire le scorte invernali che erano scorte di cibo, ma anche di energia fisica per prepararsi a un nuovo ciclo dell’anno (ecco perché gli antropologi parlano di orge), oggi non lo è più. È solo un incentivo ai consumi. È un po’ triste a dirsi, lo so, ma è così».

Svanita la poesia dei travestimenti, dello sberleffo, della risata caustica e irriverente, rimane una storia secolare da riscoprire non fosse altro che per indagare nelle radici più profonde della nostra società e del nostro vivere. Forse il Carnevale non è davvero morto. Forse è custodito nella memoria collettiva, pronto a ritornare col suo ghigno anarchico e irriverente.

Cosa vuol dire carnevale e la sua storia

Carnem levare. Privarsi della carne. Celebrare un ultimo glorioso banchetto prima del digiuno della Quaresima e dell’arrivo della primavera. È stato questo, per molti secoli, il significato del Carnevale, un rito antico che affonda le proprie origini nell’epoca classica e si struttura a partire dal Medioevo.

Il fil rouge che lo lega attraverso i secoli è il gusto per il travestimento e per la festa, il rovesciamento dell’ordine precostituito, la burla, una certa dissolutezza. Un momento di passaggio attraverso le stagioni e di libertà dalle convenzioni sociali, grazie ai travestimenti e per questo particolarmente sentito.

Se i riti pagani dei saturnali, che si celebravano a metà dicembre ed erano un’accorata invocazione al dio delle semine (Saturno, appunto), affinché il successivo raccolto fosse prospero e abbondante, si trasformavano spesso in orge e baccanali, con il Cristianesimo la festa si sposta a febbraio per legarla alla Pasqua e nascono le grandi celebrazioni organizzate con i carri allegorici e le maschere.