Neurocovid: cos’è?

Il Coronavirus colpisce anche il cervello umano. Ne abbiamo parlato con Stefano Pallanti, fondatore dell’Istituto di Neuroscienze di Firenze.

Non solo i polmoni, ma anche la pelle, lo stomaco e il cuore. Il Coronavirus colpisce l’uomo in molti dei suoi organi, ma quello che ha destato maggiore sorpresa ultimamente è il cervello, anch’esso vittima degli effetti infiammatori del virus. Non è stata una sorpresa però per Stefano Pallanti, fondatore dell’Istituto di neuroscienze di Firenze, professore alla Stanford University e all’Albert Einstein College di New York, oltre che alle Università di Pisa e Firenze. Infatti già a luglio aveva pubblicato un suo studio sul “Journal of Psychiatric Research” dedicato alle conseguenze del Sars-CoV-2 sulla salute mentale dei pazienti.

Cosa significa che il Covid 19 colpisce anche il cervello?

Significa che nella fase acuta ci sono sintomi psicosensoriali, come perdita del gusto e dell’olfatto e sensazione di confusione, ma anche neurologici come crisi epilettiche e ictus. Dopo possono presentarsi sindromi come quella di Guillain-Barré, una neuropatia infiammatoria diffusa, o altre forme neuroimmunologiche, tutte molto frequenti. Il virus entra nell’organismo soprattutto attraverso i recettori Ace2, di cui il cervello è ricco, per questo si parla di Neurocovid.

Quali sono le conseguenze?

Le conseguenze possono essere transitorie, oppure evolvere e cronicizzare, soprattutto se non si interviene con modalità appropriate. L’esito non è collegato alla gravità della polmonite: quindi è importante riconoscere i sintomi del Neurocovid precocemente, anche negli asintomatici. Per i pazienti ricoverati, al momento della dimissione è opportuna un’attenta valutazione. Questo lo possiamo dire perché quando, nel 2004, si è iniziato a studiare l’evoluzione dei disturbi neuropsichiatrici comparsi dopo la Sars (anch’essa dovuta a un Coronavirus), si è visto che i sintomi tendevano a cronicizzarsi e dopo quattro anni dall’infezione erano ancora presenti nel 40% dei pazienti Sars, con una gravità tale da non riuscire a riprendere le normali attività come il lavoro, ad esempio. Lo sapevamo ma ce ne siamo dimenticati.

Perché? Era già successo in passato?

Le forme più gravi di encefalite post influenzale e anche le più famose sono quelle che si verificarono dopo la Spagnola del 1919, che fu seguita da un milione di casi di encefaliti letargiche: ricordate Robert De Niro nel film Risvegli?

Quali sono i sintomi che avverte il paziente colpito da Neurocovid?

I sintomi sono molto variabili e subdoli: nella fase iniziale sono soprattutto psicosensoriali (cambiamenti nello stato di coscienza, disorientamento, modificazioni nel gusto e nell’olfatto); quelli acuti possono essere drammatici (ictus, crisi epilettiche, encefalite). Poi ci sono quelli più subdoli della fase successiva: prevalentemente scadimento cognitivo, fatica, dolori diffusi e sintomi ossessivo-compulsivi o post-traumatici.

Ci sono complicanze psichiatriche anche dopo la guarigione certificata dal tampone?

Certo, sulla base di quanto abbiamo visto anche dopo la Sars. Ho attualmente in trattamento pazienti che si sono ammalati a febbraio, dichiarati guariti a marzo, che ora hanno questi sintomi neuropsichiatrici, come depressione, sindrome da fatica cronica, fibromialgia, disturbi ossessivo-compulsivi o del sonno, per cui il paziente non riesce a riprendere la sua vita e le sue occupazioni.

Come intervenire?

Per questi pazienti è necessario che si valuti non soltanto il disturbo psicologico-comportamentale, ma anche l’attivazione del sistema immunitario e infiammatorio, attraverso semplici esami ematici specifici. In questo modo si può poi provvedere a terapie non solo psicologiche ma anche mediche, con antinfiammatori o farmaci che vengono usati per la cura della depressione e dei disturbi ossessivi.

Ancora oggi sono pochi a riconoscere nei serotoninergici l’effetto antinfiammatorio, che invece è importante tanto che alla Washington University stanno utilizzando il più vecchio tra questi, la fluvoxamina, in maniera nuova, come antinfiammatorio, per la cura della fase acuta del Covid-19. Si stanno poi provando con successo alcune tecnologie recenti che, attraverso l’impiego di stimoli magnetici o luce infrarossa, riducano l’infiammazione e restituiscano energia ai mitocondri, le centraline energetiche cellulari, spossate dal virus. Per ridurre gli stati infiammatori anche la fitoterapia può dare il suo contributo.

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