A lezione dalle api

Le strategie di gruppo permettono alla colonia di difendersi dalle malattie. Intervista a Rita Cervo, biologa dell'Università di Firenze

Le api con il loro instancabile lavoro di impollinatrici garantiscono la biodiversità e hanno un ruolo importante nei nostri ecosistemi e anche nelle nostre economie.

«È stato calcolato – spiega Rita Cervo, biologa dell’Università di Firenze – che a livello mondiale un terzo della produzione agricola dipende dal loro lavoro e che gran parte di ciò che portiamo sulla tavola deriva direttamente o indirettamente dalle api. Il 90% dei fiori degli alberi da frutto, e di conseguenza il raccolto, dipende dall’impollinazione delle api e l’80% della produzione alimentare in Europa si avvantaggia del contributo di queste piccole creature. È stato stimato che, a livello globale, il valore economico degli insetti impollinatori sia molto alto: la Piattaforma intergovernativa per la scienza e la politica in materia di biodiversità e servizi ecosistemici (Ipbes) dell’Onu indica un giro di affari intorno ai 580 miliardi di dollari all’anno. L’impollinazione è uno dei più importanti servizi ecosistemici che l’ambiente offre all’uomo, molti dei quali non sono sostituibili neanche con le tecnologie più avanzate. In alcune regioni della Cina, dove l’ape è scomparsa, squadre di operai agricoli impollinano a mano i fiori degli alberi da frutto. I tempi e i costi sono enormi e il risultato non è certamente lo stesso!».

Questi animaletti, da tante persone considerati fastidiosi, sono in realtà ricchi di sorprese. «Nonostante il loro cervello sia molto piccolo, hanno capacità cognitive inaspettate, sanno contare, apprendono e discriminano colori e odori, hanno una memoria a breve e a lungo termine. Attraverso una danza riescono a comunicare alle compagne, con molta precisione, la posizione del cibo, anche se molto distante dall’alveare, e informare sulla qualità dei fiori. Mostrano un’organizzazione sociale e una suddivisione del lavoro molto efficienti» prosegue la docente.

Forse dovremmo prenderle come esempio?

«Sì, soprattutto di questi tempi: anche loro, infatti, oltre che con parassiti, si trovano a fare i conti con i virus che, un po’ come sta succedendo con il Coronavirus, vengono trasmessi dai frequenti contatti sociali tra i numerosi membri della colonia. Le api non possono “restare a casa”, ovvero non possono essere chiuse nei loro alveari, quindi, quando si ammalano, continuano a diffondere queste patologie con gravi conseguenze per la salute. Esattamente come succede nelle comunità umane. Tuttavia, potremmo ispirarci proprio a loro per mettere in atto strategie alternative per combattere le pandemie.

Le api, infatti, come altri insetti sociali, oltre ad avere un sistema immunitario individuale che permette al singolo di reagire ai patogeni, hanno messo a punto quella che viene chiamata immunità sociale. Cioè un insieme di strategie di gruppo che permettono alla colonia di difendersi in modo collettivo dalle minacce. Ad esempio, riconoscono e isolano gli individui malati e usano la propoli, una sostanza di origine vegetale, raccolta da gemme e cortecce, che ha un’azione antimicrobica, per sigillare le fessure del nido e disinfettarlo. Quando vi è un’infezione in atto all’interno della colonia, ne aumentano la raccolta. Le api sono anche in grado di alzare la temperatura all’interno dell’arnia in risposta a patogeni termo-sensibili, prevenendo così lo sviluppo della malattia».

In questo periodo di isolamento in cui le attività umane si sono fermate, le api – incuranti della nostra assenza (e forse pure un po’ contente) – con l’esplodere della primavera hanno continuato a svolgere il loro incessante lavoro di impollinazione e di raccolta di nettare e di polline.

«Un impegno incredibile se si pensa che ogni singola ape riesce a visitare fino a tremila fiori al giorno e una colonia ne può visitare diversi milioni di fiori » conclude la professoressa.

Brave api: il vostro importante servizio è andato avanti anche se noi siamo rimasti a casa.

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