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Il valore della timidezza

Il valore della timidezza

«I timidi notano tutto, ma sono molto bravi a non farsene accorgere», dice Titta Di Girolamo, nel film Le conseguenze dell’amore di Paolo Sorrentino. A pronunciare la battuta è l’attore Toni Servillo, che a tutto riusciremmo ad associare, tranne che alla timidezza. Ma è davvero così? È davvero così prevedibile lo stereotipo che abbiamo dei tipi timidi, riservati, silenziosi, quelli che stanno sempre in disparte e non prendono mai la parola per primi? Purtroppo lo stereotipo è molto consolidato e negli ultimi anni si è andato aggravando. Oggi, nella società della performance e dei social network, dell’apparire sempre e comunque e degli arroganti al potere, il timido è visto come un perdente. Ma, ancora, è davvero così?

Estroversi per forza

Per ribaltare la percezione culturale e sociale della timidezza arriva finalmente un saggio scritto da un luminare. Il libro si chiama Il coraggio di essere timidi (Raffaello Cortina Editore, 2026, 192 pagine) e l’autore è il professor Massimo Ammaniti.

Psicanalista, neuropsichiatra infantile, considerato uno dei più autorevoli esperti dell’età evolutiva, Ammaniti vive e lavora a Roma, dove è professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo all’Università La Sapienza. Oltre a svolgere la sua attività come docente universitario e la sua professione di psicanalista, Massimo Ammaniti è anche autore di numerose pubblicazioni scientifiche. Delle oltre duecento, più di venti volumi sono stati tradotti in altre lingue.

Leggendo il libro di Ammaniti si capisce come e perché la timidezza sia in realtà non un difetto da correggere, ma una caratteristica complessa, fonte di sensibilità e ricchezza interiore in una società che esalta l’estroversione a tutti i costi.

E – parlando con il professor Ammaniti – si capisce quale risorsa possa essere oggi un saggio che già dal titolo dice tutto. Perché per essere timidi, oggi, ci vuole veramente coraggio. E tanta perseveranza. Il drammaturgo irlandese George Bernard Shaw rivelò sarcastico di aver imparato a parlare in pubblico «continuando ostinatamente a rendermi ridicolo… finché mi sono abituato».

Mondo interiore e culto dell’esposizione

Ammaniti parte dalle radici della timidezza, per affrontarne poi le manifestazioni sociali e le strategie pratiche per gestire le emozioni, accettare sé stessi, per poi provare a trasformare la timidezza in risorsa. La timidezza dunque come levatrice di riflessione profonda, empatia, resistenza al conformismo. Ma, ed è questo il messaggio centrale, dice Ammaniti che «in un’epoca di “iper-performatività”, la timidezza è coraggio autentico: un invito a valorizzare il “mondo interiore” contro il culto dell’esposizione».

Il coraggio di essere timidi non è un manuale di autoaiuto, ma una riflessione etica e scientifica per timidi, ma anche per le famiglie e l’intera società. «L’ansia è un sintomo – ci racconta Ammaniti -, la timidezza è invece un carattere di una persona che ha un comportamento un po’ reticente nei confronti del mondo sociale. Perché teme di essere giudicato negativamente, di non essere all’altezza».

D’altronde, ci ricorda Ammaniti, lo diceva anche il filosofo Jean-Paul Sartre: «L’infernosono gli altri». Perché il timido teme gli occhi dell’altro, uno specchio che ci giudica e quindi ci limita. Per il filosofo francese la timidezza è infatti legata ad una sorta di vergogna esistenziale. Ci si sente degli oggetti agli occhi degli altri.

Ridotti cioè da soggetti a cose, quando si viene osservati. E questo implica un senso di inferiorità e di vulnerabilità. Una sensazione di “essere-per-altri” che contrasta con la propria libertà di “essere-per-sé”. Una condizione che l’uomo “condannato ad essere libero” (ancora Sartre) deve affrontare. Ma senza negarla.

Anche Gandhi e Darwin

Ammaniti porta ad esempio due giganti della storia: Charles Darwin e il Mahatma Gandhi. Persone che si erano messe all’a- nima di affrontare la propria timidezza e che grazie alla loro timidezza sono diventati un esempio per tutti. «Darwin ad esempio – racconta Ammaniti – non voleva pubblicare il suo libro [L’origine della specie, ndr], per paura delle possibili critiche. Fu la moglie Emma Wedgwood a spingerlo».

Quanto a Gandhi la timidezza gli aveva insegnato a riflettere prima di parlare e a usare le parole con parsimonia: «Mai una parola sconsiderata è sfuggita alla mia lingua o alla mia penna. Il silenzio fa parte della disciplina spirituale».

«In un mondo – insiste Ammaniti – fatto di persone sfrontate e arroganti, che vogliono continuamente imporsi agli altri, la timidezza diventa una virtù fragile». Oggi sembra di vivere in un mondo dove se non ti esponi non esisti. Ammaniti arriva a chiamarla «dittatura dell’estroversione», dove «vince la superficialità e la mancanza di consapevolezza di sé. In questa “dittatura” il timido arriva sempre in ritardo sulle cose e sulle situazioni, è in difficoltà, arranca, tutto si muove troppo rapidamente e sembra più complicato».

Timidi cercasi

La prova di questo sta nelle parole dell’attore Paolo Hendel, che alla domanda «Cosa è per lei la timidezza?», risponde subito «è essere coscienti dei propri limiti». Ora Hendel, timido, non lo avremmo mai detto. E invece: «Sono sempre stato una persona timida – ci racconta -. Quando so di non essere all’altezza di una data situazione, il che mi capita spesso, la cosa più facile che mi può succedere è di arrossire. Per fortuna lo so solo io e il più delle volte riesco a far finta di nulla e a reagire, magari con una battuta di spirito che mi aiuta a uscire indenne dall’imbarazzo». Il racconto di Hendel, attore amatissimo e di successo – dal cinema, alla televisione, al teatro – può risultare spiazzante.

Ma Hendel spiega: «Quando sei su un palcoscenico davanti al pubblico, nessuno sospetta che tu possa essere timido e che tu rischi addirittura di arrossire da un momento all’altro, e tu ci giochi. Giochi ad essere sicuro di te, pronto a scherzare su tutto e su tutti senza guardare in faccia nessuno. Ma questo, mi raccomando, che resti tra noi! «In un mondo – insiste Ammaniti – fatto di persone sfrontate e arroganti, che vogliono continuamente imporsi agli altri, la timidezza diventa una virtù fragile».

Oggi sembra di vivere in un mondo dove se non ti esponi non esisti. Ammaniti arriva a chiamarla «dittatura dell’estroversione», dove «vince la superficialità e la mancanza di consapevolezza di sé. In questa “dittatura” il timido arriva sempre in ritardo sulle cose e sulle situazioni, è in difficoltà, arranca, tutto si muove troppo rapidamente e sembra più complicato».

Il racconto dell’attore toscano sembra uscito dalle pagine de Il coraggio di essere timidi, quando ad esempio dice: «Un timido, avendo il senso dei propri limiti, prima di agire dubita, prima di emettere sentenze dà ascolto alle proprie insicurezze e si mette nei panni dell’altro. Meglio una buona dose di timidezza che la sfrontatezza di chi è sempre sicuro di sé, che diventa spesso arroganza e intolleranza. Chi non vacilla mai e non ha mai l’ombra di un dubbio è alla fine una persona pericolosa».

Vi viene in mente qualcuno? Meglio lasciar perdere e tornare a riflettere su quanto coraggio ci vuole, oggi, ad essere timidi. «Già – dice Ammaniti – oggi, ne servirebbero di più». Di timidi, è ovvio.

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