Secondo un recente sondaggio (LaPolis – Università di Urbino) la sfiducia verso gli altri appare in grande crescita. Il 71% delle persone intervistate sostiene che «gli altri, se si presentasse l’occasione, approfitterebbero della mia buonafede», mentre coloro i quali ritengono che «gran parte delle persone è degna di fiducia» sono soltanto il 27%.
Questi risultati appaiono preoccupanti pensando a quanto invece la fiducia sia importante nel nostro agire quotidiano, soprattutto a fronte di un pessimismo che – alimentato da incertezze geopolitiche, inflazione e fragilità dei sistemi tradizionali – attualmente domina le percezioni. Sono molte le ricerche scientifiche che dimostrano come avere fiducia nel prossimo aiuti a vivere meglio, favorendo risultati positivi a livello individuale quali l’imprenditorialità, il volontariato, la salute autovalutata e la felicità.
Ma cosa intendiamo esattamente per fiducia? L’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani la definisce come «l’atteggiamento di tranquilla sicurezza che nasce da una valutazione positiva di una persona o di un gruppo di persone, verso altri o verso sé stessi», e addirittura l’aveva scelta come parola dell’anno del 2025 per la sua attualità e rilevanza sociale.
Se giriamo la domanda a uno dei modelli più diffusi di intelligenza artificiale generativa, questo ricorda come la fiducia sia un sentimento il quale favorisce le relazioni umane e la convivenza sociale.
Anche gli studi economici si occupano da tempo della fiducia, che peraltro costituisce un principio del diritto dell’Unione europea. Si parla di un bene relazionale, ovvero di un bene che non appartiene a un singolo individuo, ma nasce all’interno di una relazione. In aggiunta, si tratta di un bene caratterizzato da natura cumulativa, che aumenta quanto più è utilizzato, e la cui qualità dipende dalla qualità delle interazioni che lo generano. Più ho fiducia negli altri, più questi avranno fiducia in me e nel loro prossimo.
La fiducia diventa dunque una risorsa, anche economica, sulla quale si può, anzi conviene, investire. L’elenco è lungo, dalle città costruite per incontrarsi, caratterizzate da piazze e biblioteche, al favorire transazioni economiche basate su condivisione delle finalità e tutela dei partecipanti. Bisogna creare le condizioni per generare fiducia, riorganizzando la nostra quotidianità intorno a modelli economici e sociali che favoriscano incontro e condivisione.
In questo senso, la storia economica e sociale del nostro Paese offre una lezione preziosa. L’impresa cooperativa nasce, fin dalle sue origini ottocentesche, come risposta concreta alla sfiducia e alla vulnerabilità. Là dove il singolo è esposto, la cooperazione ricostruisce legami; là dove il mercato tradizionale esclude, la cooperativa include; là dove prevale la logica del profitto individuale, la cooperativa afferma il primato della persona e della comunità. E ne erano ben consapevoli Padri e Madri Costituenti, grazie ai quali l’articolo 45 della nostra Costituzione «riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità senza fini di speculazione privata, impegnando la Repubblica a favorirne l’incremento e a garantirne il carattere».
A ben vedere la fiducia è al contempo presupposto e risultato dell’impresa cooperativa, la quale abbassa i livelli di diseguaglianza e umanizza le relazioni economiche. Soci che condividono rischi, decisioni e benefici sperimentano una forma di reciprocità che non si fonda su promesse astratte, bensì su regole chiare, partecipazione democratica e responsabilità comune. È una fiducia concreta, costruita nel tempo, che costituisce il capitale sociale di un territorio e di una comunità.
( a cura di Luca Bagnoli, professore di Economia aziendale dell’Università degli Studi di Firenze)
