Il 7 marzo 1944, alla Cartiera Cini di via Arnolfo, a Firenze, furono soprattutto le donne a incrociare le braccia. Lo fecero per il pane, per la pace, contro una guerra che stava divorando le loro famiglie e il loro futuro. Lo fecero sapendo che il prezzo poteva essere altissimo. Il giorno dopo, alcune di loro finirono sui torpedoni dei carabinieri, dirette alle scuole Leopoldine, trasformate in centro di raccolta dei prigionieri che sarebbero stati fatti partire per il lavoro coatto in Germania.
A dare voce a questa storia è E poi torno anch’io della giornalista Vera Paggi, un lavoro di archivio e di memoria che, fra le tante storie di personaggi fiorentini, racconta lo sciopero della Cartiera Cini e la deportazione di cinque operai fiorentini a Mauthausen. Tra le pagine, emergono con forza le storie delle donne: operaie, mogli, madri, sorelle. Figure centrali di una resistenza quotidiana, spesso senza armi, ma non senza coraggio.
Sciopero per la sopravvivenza
Alla Cartiera Cini lavoravano soprattutto donne. Erano loro a cucire, rilegare, piegare, impilare. Mani che tenevano in piedi la produzione e, insieme, famiglie intere. Quando nel marzo del 1944 arrivò l’eco degli scioperi del Nord – alla Fiat, alla Pirelli, alla Breda – anche a Firenze il malcontento si trasformò in azione. Il 7 marzo la produzione si fermò. Non fu uno sciopero “politico” nel senso tradizionale: fu uno sciopero di sopravvivenza.
«La domanda rimbalzava a mezza voce. Le donne avevano già deciso. Nelle altre fabbriche gli operai chiedevano “pace e pane”, loro avrebbero fatto lo stesso» scrive la giornalista. La risposta del regime fu immediata. Novanta carabinieri entrarono in fabbrica. Le donne vennero arrestate per prime. Alcune riuscirono a fuggire, soprattutto quelle con figli piccoli. Gli uomini arrestati furono cinque, e non tornarono più.
«Scioperare nel 1944 era una decisione estremamente coraggiosa – commenta Vera Paggi -. Nelle fabbriche c’erano le spie fasciste, le città erano occupate dai nazisti. Questo sciopero nasce contro la guerra e per il pane, anche grazie a una spinta delle organizzazioni clandestine femminili, che sapevano bene il rischio che correvano. Dobbiamo inoltre pensare che quelle che lavoravano come operaie erano le più consapevoli della loro condizione, ma erano anche quelle che avevano più bisogno di lavorare» continua Paggi.
L’8 marzo alcune donne arrestate vennero rilasciate, mentre altre furono caricate sui vagoni bestiame e liberate solo all’ultimo momento. «Probabilmente – racconta Paggi – intervenne il proprietario della cartiera, Neri Farina Cini, che, parlando tedesco, potrebbe aver trattato con i nazisti per il rilascio».
Censura della memoria
La violenza però non finì lì. Le mogli degli operai deportati pagarono un prezzo altissimo. «In alcune famiglie – spiega la giornalista – non c’è mai stata una vera elaborazione del dolore. La censura della memoria è stata infatti direttamente proporzionale alla sofferenza e al dolore, dal momento che si faceva fatica a parlare della deportazione».
A più di ottant’anni di distanza, ricordare lo sciopero del 7 marzo 1944 significa restituire alle donne della Resistenza fiorentina il posto che spetta loro nella storia.
«Ancora oggi, anche se molto meno rispetto a venti o trenta anni fa, la Resistenza è raccontata per lo più attraverso storie di uomini. Ma la Resistenza – conclude Paggi – è stata possibile anche perché è stata “accudita” dalle donne: se le donne non avessero nascosto i partigiani, portato cibo e vestiti, rischiato la vita per proteggere gli uomini, la Resistenza non ci sarebbe stata. Dobbiamo continuare a mantenerne viva la memoria, perché la memoria è la difesa dei diritti e delle libertà di tutte e tutti».
